18/09/2026

Abolire l’impossibile: perché ci serve un immaginario oltre il carcere, la polizia e i confini


Giovedì 24 settembre torniamo a parlare di attualità e di temi necessari appoggiandoci sui libri. Stavolta partiamo da “Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà” (add editore, 2025) di Valeria Verdolini. Il saggio ricostruisce la genealogia delle istituzioni violente e propone un abolizionismo che non è smantellamento, ma ricollocazione. Un libro che restituisce al pensiero utopico la sua funzione politica e che chiede al lettore più di quanto sembri. L’autrice sarà nostra ospite alla Casa delle Culture di Vallemiano e dialogherà assieme a Marta Migliosi, sociologa e ricercatrice sui diritti umani, e Giovanna Fanci, osservatrice dell’associazione Antigone presso gli istituti di pena nelle Marche. Naturalmente gli interventi del pubblico saranno graditi.
Marta Migliosi introduce in questo articolo le tematiche affrontate dal libro.

 

C’è un compito che il presente ci consegna e che continuiamo a rimandare: costruire un immaginario in cui il pensiero utopico abbia di nuovo spazio. Non come evasione, ma come esercizio di realtà —la possibilità di figurarsi società libere da istituzioni violente quali il carcere, la polizia, i confini. È il lavoro che Valeria Verdolini, sociologa del diritto all’Università di Milano-Bicocca, compie in Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà (add editore, 2025): organizzare la speranza in forme praticabili.
La formula non è retorica. Dice due cose insieme: che la speranza da sola non basta, e che l’organizzazione senza speranza produce soltanto amministrazione dell’esistente. È in questo spazio stretto che il libro si muove.
Le domande da cui parte
Che cosa significa oggi, in Occidente, vivere in uno Stato democratico, se ogni giorno assistiamo agli abusi delle forze di polizia? Se il carcere è pensato e usato come punizione anziché come percorso di reinserimento sociale? Se i confini organizzano un sistema di privilegi fondato sul luogo di nascita?
Sono domande che circolano da tempo nel dibattito pubblico e che, altrettanto spesso, si esauriscono nella denuncia: un caso di cronaca, un’indignazione, un ciclo mediatico, il ritorno alla normalità. Il merito del libro sta nel non lasciarle sospese sul piano morale. Le riporta al terreno storico su cui quelle istituzioni si sono formate, dove diventano domande di struttura e non di reazione — e dove, soprattutto, ammettono risposte diverse dall’auspicio che le cose migliorino.

Una genealogia della violenza istituzionale
Verdolini ricostruisce le origini di carcere, polizia e frontiera tenendo insieme quattro linee di ricerca che raramente vengono lette in continuità: la storia della schiavitù, la nascita del capitalismo, il colonialismo e la costruzione giuridica della cittadinanza. L’operazione ha un senso preciso. Prese singolarmente, queste storie si prestano a essere archiviate come passato: la schiavitù è stata abolita, il colonialismo è finito, il capitalismo si è civilizzato, la cittadinanza è un istituto tecnico. Lette insieme, mostrano invece una continuità di funzione —la produzione e la gestione di popolazioni disponibili, controllabili, espellibili— che le singole discontinuità storiche non hanno interrotto. Il carcere che punisce, la polizia che sorveglia e il confine che seleziona non sono tre istituzioni diverse che per caso si somigliano: sono tre modalità della stessa operazione. Ne emerge il punto decisivo per l’intera architettura del volume: la violenza non è un’anomalia nel funzionamento di queste istituzioni, né un effetto collaterale correggibile con più formazione, più controlli o più trasparenza. È uno dei materiali con cui sono state edificate. È una tesi con conseguenze immediate sul modo in cui discutiamo di riforme. Se la violenza è costitutiva e non accidentale, il perimetro di ciò che una riforma può ottenere si restringe drasticamente — e la domanda cambia natura. Non più come rendere queste istituzioni meno violente, ma quali funzioni sociali stiamo continuando ad affidare loro, e perché proprio a loro.

Che cosa insegnano le abolizioni riuscite
Il passo successivo è guardare a ciò che è già accaduto. La schiavitù negli Stati Uniti, i manicomi in Italia: abolizioni che l’epoca in cui furono proposte giudicava irrealizzabili, e che pure sono state fatte.
Non è un argomento consolatorio, ma un dato metodologico. L’impossibilità di un’istituzione è sempre una valutazione storicamente situata, mai una proprietà dell’istituzione stessa. Ciò che una generazione considera parte dell’ordine naturale delle cose —l’economia non può funzionare senza schiavi, la società non può reggere senza un luogo dove rinchiudere i folli— la generazione successiva lo ricorda come una scelta politica, e la terza fatica a crederci. Ma i due esempi insegnano anche qualcosa di più scomodo, ed è la ragione per cui reggono meglio di uno slogan. L’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti non ha cancellato il lavoro forzato: il Tredicesimo emendamento lo vieta salvo come punizione per un crimine, e attorno a quella clausola si è riorganizzato un secolo e mezzo di segregazione, incarcerazione di massa e sfruttamento penale. Abolire un’istituzione senza smontare la funzione che essa svolgeva significa vederla riapparire altrove, con un altro nome e una diversa legittimazione.
Il caso italiano racconta l’altra faccia. La legge 180 del 1978 ha chiuso i manicomi, ma la sua promessa era doppia: chiudere e costruire servizi territoriali, presa in carico, un’altra idea di cura. Dove la seconda metà è stata realizzata, l’abolizione ha tenuto; dove è stata lasciata sulla carta, il vuoto è stato colmato da famiglie lasciate sole, strutture private, e dal carcere. È esattamente il rischio che l’abolizionismo deve saper nominare per essere credibile, e Verdolini lo nomina.

Valeria Verdolini, Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà, add editore, 2025, 248 pp., 18 €.

Le “abolizioni impossibili”
Su questo sfondo il libro introduce il concetto che gli dà il titolo: le abolizioni impossibili, quelle strutture che continuano a riprodurre i meccanismi di oppressione —patriarcato, razzismo, proprietà, lavoro, guerra. Non istituzioni con un indirizzo e un bilancio, ma forme diffuse, interiorizzate, che non hanno un edificio da chiudere.
Contro dinamiche apparentemente incrollabili si può comunque agire, ma la risposta richiede un doppio movimento, culturale e operativo: l’ammissione del privilegio e l’impegno concreto a costruire istituzioni altre. È forse la parte più esigente del volume, e la meno rassicurante, perché chiede al lettore di riconoscersi dentro il sistema che analizza anziché osservarlo da una posizione di innocenza. L’abolizionismo, in questa versione, non è una causa da sposare: è una revisione di ciò che si dà per scontato, a partire da sé.

Abolire non significa smantellare
Qui sta il nucleo teorico della proposta, e la risposta all’obiezione che accompagna ogni discorso abolizionista — quella del vuoto di sicurezza. L’abolizionismo di Verdolini non è distruzione, ma ricollocazione delle funzioni oggi affidate alle istituzioni violente: «L’abolizionismo, quindi, non può essere interpretato come tecnologia di smantellamento, bensì come rovesciamento di un sistema di dominio. Parlare di abolizione della polizia non significa quindi immaginare un vuoto, ma aprire spazi di giustizia comunitaria e di risoluzione dei conflitti che non passino per la militarizzazione del quotidiano. Abolire la polizia vuol dire spostare la sicurezza su mediazione, prossimità e servizi: togliere alla violenza istituzionale il monopolio della risposta alla violenza sociale. Tali trasformazioni prevedono di mantenere in capo a strutture non militari e non armate, ma squisitamente civili, i compiti propri della polizia: la funzione preventiva, la funzione di protezione intesa come protezione civile, la funzione di mediazione sociale e quella simbolico-politica di orientare il bene pubblico, il collettivo rispetto all’individuale.»
Ciò che viene abolito, insomma, non è la risposta alla violenza sociale: è il monopolio armato di quella risposta. La distinzione è sottile solo in apparenza, perché sposta l’intero dibattito dal terreno della sicurezza —dove l’abolizionismo perde sempre, perché gioca in casa d’altri— a quello dell’organizzazione delle funzioni pubbliche, dove esistono precedenti, sperimentazioni e strumenti già disponibili. Prevenzione, protezione civile, mediazione dei conflitti, orientamento del bene comune: nessuna di queste funzioni richiede un’arma per essere esercitata, e ciascuna è già esercitata, altrove e parzialmente, da strutture civili.

Dove resta lavoro da fare
Un libro che sceglie l’orizzonte non può essere giudicato per la mancanza di un manuale operativo, e sarebbe ingeneroso chiederglielo. Restano però due questioni aperte su cui il dibattito italiano dovrà tornare.
La prima riguarda la transizione. Tra il sistema attuale e le istituzioni altre c’è una fase intermedia in cui le vecchie strutture sono indebolite e le nuove non sono ancora operative: è lì che le abolizioni si giocano, come mostra proprio la storia della 180, e su quella fase ogni proposta abolizionista è chiamata a essere più dettagliata di quanto la teoria richieda.
La seconda riguarda il caso più difficile, che è anche quello su cui l’opinione pubblica misura ogni proposta: la violenza interpersonale grave, e in particolare la violenza di genere. È il terreno su cui l’abolizionismo ha prodotto le sue riflessioni più interessanti —la giustizia trasformativa nasce in gran parte da pratiche femministe e antirazziste— ed è anche quello dove la domanda di protezione immediata è più legittima e meno rinviabile. Un abolizionismo credibile deve poter dire che cosa fa, la notte stessa, la donna che chiama.

Un compito delle comunità
Immaginare e costruire tutto questo non è materia da delegare, né a un legislatore né a una competenza tecnica. È compito delle comunità politiche, sociali e civili: tracciare i contorni di come si possa vivere fuori dalle maglie della militarizzazione, e smettere di considerare naturale l’idea che una società senza carceri, confini e polizia sia impossibile. Lo abbiamo già fatto. Possiamo rifarlo.

 

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Foto di copertina di Utsman Media su Unsplash



Marta Migliosi
Marta Migliosi

Studiosa e attivista dei diritti umani in particolare dei diritti delle persone con disabilità. Di formazione e in formazione sociologa.


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