Ancona e la sua Università: storia di papi, di campanili e di perseveranza. Con lieto fine
Da sempre, specie in ambito politico, parlando di Università parte un ritornello su quali debbano essere i rapporti con la città ed il suo governo. Una domanda a cui la più antica Università italiana, Bologna, come afferma il suo Rettore, non ha mai trovato risposta. Anche perché gli strumenti che possono influire sulla realtà universitaria, studenti compresi, sono sovracomunali. Vale la pena forse invece conoscerne la storia che si intreccia con quella della città.
Le aspirazioni accademiche di Ancona risalgono al tempo della dominazione pontificia ed ebbero una prima risposta positiva con una bolla papale di Pio IV che nel 1562, su richiesta avanzata del giurista Benvenuto Stracca, instituì nella città uno “Studium“ con la Facoltà di diritto canonico, diritto civile e teologia, ed il potere di aggiungere altre specializzazioni. Al fine di facilitarne lo sviluppo ed il radicamento, venivano inoltre concessi a docenti e studenti le stesse prerogative e gli stessi privilegi di cui godevano le più antiche Università di Roma e Bologna. Nei secoli successivi l’iniziale successo andò scemando fino a determinare nel 1739 la chiusura dello Studium.
Una richiesta del Consiglio Comunale del 1746 fu benevolmente accolta da Benedetto XIV che reintrodusse la cattedra di diritto civile e canonico che operò fino alla fine del XVIII secolo, quando a seguito dell’invasione napoleonica venne definitivamente chiusa. Bisognerà attendere la fine degli anni ’20 del XX secolo per vedere riaffiorare le ambizioni universitarie della città, destinate per il momento a restare tali, poiché già allora si collocavano all’interno di un controverso dibattito regionale sulla programmazione razionale degli studi universitari, che animerà poi il confronto quando, a distanza di cinquanta anni, si ripresenterà la richiesta della città di divenire sede universitaria.
La cosa interessante è che già allora, all’interno di una proposta avanzata di creare una sorta di confederazione delle università marchigiane con sede del Rettorato di Ancona, emergesse l’indicazione di creare in città un triennio di clinica medica e di una non meglio specificata scuola superiore per il commercio. Bisogna arrivare alla fine degli anni ’50 per veder riemergere l’aspirazione universitaria di Ancona, mossa ovviamente anche dal suo ruolo di capoluogo regionale, dalle caratteristiche produttive e amministrative, dalla presenza di importanti strutture ospedaliere e culturali.
Vengono effettuati tentativi in varie direzioni, ma inutilmente. Alla fine viene maturata nel 1957 la decisione di costituire il Consorzio per il potenziamento degli studi universitari con l’obiettivo di creare la Libera Università di Ancona.
I ripetuti dinieghi ministeriali a nuove istituzioni suggerirono tuttavia di percorrere un’altra strada: quella di far nascere una Facoltà ad Ancona nell’ambito di una delle tre Università marchigiane esistenti. Fu interpellata l’Università di Macerata, che rifiutò immediatamente e che si dimostrerà sempre ostile alla creazione dell’Università ad Ancona. Diverso fu l’atteggiamento di Urbino che accolse l’idea di istituire una Facoltà di Economia e Commercio distaccata, anche se il Rettore ducale dovette affrontare non poche resistenze, provenienti soprattutto dal mondo accademico.
L’avvio dei corsi incoraggiò i soggetti politici, amministrativi, culturali della città a riaprire il dibattito sul potenziamento degli studi universitari e sul riordino nelle Marche. Un aiuto inaspettato alle richieste doriche arrivò nel 1965 dal “piano quinquennale della scuola“ presentato dal ministro Gui che rilevava come nelle Marche vi fosse una carenza formativa per quanto concerneva le facoltà di Ingegneria e di Medicina. Lo stesso piano indicava in Ancona la sede più idonea per collocarle. Tale piano non fu mai approvato, ma la direzione che indicava diede nuova linfa al Consorzio per il potenziamento degli studi Universitari, che dapprima tentò la strada della convenzione con Urbino (ma la proposta venne bocciata e lo stesso rettore Carlo Bo, che l’aveva sostenuta, fu messo in minoranza). Quindi, su sollecitazione del sindaco Trifogli, venne presentato al Ministero il progetto di istituzione della Libera Università di Ancona. Nella regione, anziché crearsi un clima positivo perché comunque si sarebbe arricchita l’offerta formativa, si scatenò una serie di polemiche che intrecciavano motivi campanilistici con miopi interessi accademici ed economici.
Le polemiche peraltro attraversarono anche le stesse forze politiche che sostenevano cose diverse a seconda dei territori in cui operavano. Un significativo esempio di mancanza di coesione e solidarietà regionale che non resterà isolato. Il forte interesse ormai creatasi in città e l’azione di costante pressione esercitata nei confronti del Ministero dal sindaco Trifogli e dal Consorzio, unitamente alle fondate e riconosciute esigenze di nuove Facoltà nel territorio regionale, portarono nel dicembre del 1969 al DPR di riconoscimento giuridico della libera Università di Ancona.
La facoltà di Ingegneria fu la prima ad essere attivata nell’anno accademico 1969/70 e l’anno dopo iniziarono i corsi di Medicina. Il passo successivo da compiere era quello della statizzazione, anche per liberare il consorzio dalle spese gravose che stava sostenendo e per aprire alla possibilità di un ulteriore sviluppo. Il processo tutto sommato avvenne abbastanza rapidamente nel gennaio del 1971. Da allora l’Università di Ancona ha saputo acquisire il prestigio che l’ha portata a qualificarsi nell’ambito del panorama accademico nazionale e che ha permesso, nel tempo, dapprima l’acquisizione della Facoltà di Economia, poi l’istituzione nel 1988 della facoltà di Agraria e nel 1991 della facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali.
La forte capacità di interagire con il territorio regionale che ha determinato l’apertura di varie sedi decentrate ha determinato infine nel 2003 il cambio della propria denominazione in Università Politecnica delle Marche, considerata la presenza in tutte le province e la specifica vocazione tecnico-scientifica.
Massimo Pacetti
Da insegnante è stato il fondatore della CGIL Scuola provinciale e ha diretto per oltre 15 anni l’Istituto Regionale per la storia del Movimento di Liberazione.
Eletto consigliere comunale di Ancona nel 1975 come indipendente nelle liste del PCI, ha ricoperto l'incarico di assessore e vice sindaco, poi deputato, consigliere regionale e infine Assessore provinciale a Cultura, Istruzione, Formazione e Lavoro. Una lunga militanza politica, dal Pci ai Ds, di cui è stato a lungo membro della Direzione Nazionale. È stato segretario regionale di Pds e Ds, dal 1994 al 2001. Ha lasciato il PD nel 2014.