La sinistra che cambia a parole e quella che cambia nei fatti
Le forze che si definiscono di sinistra continuano a dirsi dalla parte dei più deboli, ma poi sembrano muoversi in una dimensione lontana dagli interessi di chi fatica, di chi è stanco, di chi non arriva a fine mese. Una sinistra che parla di persone, ma raramente con le persone. Credo che questa tendenza non funzioni (più), e che in molti se ne stiano pian piano accorgendo: così non si cambia nulla.
Lo ha detto bene Luca Blasi, assessore al III municipio di Roma, durante l’incontro promosso da Carlo Pesaresi e Francesco Rubini al Cinema Italia, parlando di una cosa tanto banale quanto rivoluzionaria: stare vicino alla gente. Non per finta, non in campagna elettorale, non con i comunicati stampa. Stare vicino davvero. Fornire un aiuto concreto, che a volte può anche essere solo presenza, ascolto, condivisione di un problema. Perché il cambiamento nasce dove i problemi esistono davvero.
C’è un grande equivoco che penso la sinistra continui ad alimentare: l’idea che l’appoggio dell’elettorato arrivi “dopo”, quasi per inerzia. La realtà è molto più semplice e molto più dura: non si possono cambiare le cose senza il sostegno delle persone, ma non si può pretendere il sostegno delle persone se non si dimostra di voler cambiare davvero le cose. E anche il modo di far politica. È un circolo. Virtuoso o vizioso, dipende da noi.
Ad Ancona questo significa, prima di tutto, due cose molto concrete.
La prima: mettere da parte interessi e vicende personali, per il bene di città e cittadini. Una carta d’intenti comune tra le forze progressiste è stata stilata, ed è un passo importante. Ma deve essere davvero comune a tutte le forze di sinistra. Oggi manca una figura centrale: il Partito Democratico.
E no, non perché “il PD deve esserci per forza”. Anzi, viste alcune posizioni a livello comunale –pensiamo al Molo Clementino– ci sarebbe anche molto da discutere. Ma perché, piaccia o no, il PD è ancora il partito principale del centro-sinistra. Se si vogliono vincere le elezioni, non si può far finta che non esista. Poi, se continuerà su posizioni indifendibili, saranno gli elettori a giudicare. Non qualcun altro.
La seconda, che segue: tutte le forze in campo devono chiarire una volta per tutte da che parte vogliono stare. Si vuole continuare con una politica distante, autoreferenziale, rassicurante per pochi? Oppure si vuole scegliere il coinvolgimento reale dei cittadini, come Carlo e Francesco stanno facendo, tornando nei quartieri, nelle strade, tra le persone, a parlare di problemi reali (e di soluzioni reali)?

E qui si arriva a un punto decisivo: la salute. Un valore fondamentale che troppo spesso viene trattato come una variabile secondaria, sacrificabile, da accantonare come se fosse un fastidio, un prezzo “inevitabile” da pagare. Il servizio di Report sull’inquinamento dell’aria e dell’acqua nei porti –Ancona compresa, anzi, in prima fila– parla chiaro. Non siamo nel campo delle opinioni o delle suggestioni ideologiche. Parliamo di evidenze, di impatti reali sulla vita delle persone. E allora la domanda è inevitabile: in nome di cosa si decide di mettere la salute in secondo piano?
Chi sostiene il banchinamento, porti dati a sostegno delle proprie tesi. Poi li si metterà sulla bilancia, tutti insieme, e si deciderà.
Ma far finta che il problema non esista, o minimizzarlo come se fosse un fastidio politico, è semplicemente inaccettabile. Perché se la sinistra inizia a trattare la salute come una voce sacrificabile, allora ha perso tutta la sua credibilità. Per evitare che accada, torni a mettere l’interesse comune davanti agli interessi di pochi.
Filippo Raschia
Laureato in Economia, si occupa di concorrenza a Bruxelles.
Sportivo e appassionato di sport, ma capace anche di godersi il dolce far niente.
Con un pizzico di ottimismo, spera di dare il suo contributo per migliorare ciò che non funziona.