In una situazione in cui tutti i diritti, a iniziare da quello internazionale, vengono messi in discussione o addirittura stracciati, appare incomprensibile come venga sottovalutato il progressivo svuotamento di uno dei valori fondanti della nostra costituzione: il lavoro. Salari inadeguati, precarietà, rimessa in discussione di diritti che avevamo dato per acquisiti, finiscono per togliere dignità al lavoro e quindi ai lavoratori.
In questo contesto può essere utile ricordare un anconetano d’adozione che al tema del lavoro ha dedicato la propria vita e che inspiegabilmente sembra finito nel dimenticatoio unitamente ad una stagione di vero riformismo di sinistra: Giacomo Brodolini.
Brodolini nasce a Recanati il 19 luglio del 1920 in una famiglia borghese che vive praticamente con le ricchezze accumulate dal nonno paterno, stimato notabile della zona, orientata a restare al di fuori delle dispute che in quegli anni infiammano il Paese. Giacomo, conseguita nel 1938 la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Nel 1940 viene chiamato alle armi e come ufficiale di complemento partecipa alle guerra in Albania e Grecia da dove viene rimpatriato nel 1943 e inviato in Sardegna.
La tragica esperienza della guerra e l’incontro in Sardegna con Emilio Lussu concorrono a formare la sua coscienza antifascista che lo porta ad aderire al Partito d’Azione. Nel 1946 si laurea in Lettere a Bologna e torna nelle Marche divenendo dirigente del Pd’A. Dopo lo scioglimento del partito aderì con Lussu al Partito Socialista Italiano nel quale lavorò come funzionario specializzandosi nelle tematiche sindacali. Il suo impegno politico e l’attività svolta lo portò dopo poco alla carica di Segretario provinciale del PSI della provincia di Ancona e di membro del comitato centrale. Nel 1950, su indicazione di Rodolfo Morandi, viene chiamato a Roma ed eletto segretario nazionale delle FILLEA (lavoratori edili) della CGIL. È membro degli organismi nazionali della CGIL (comitato direttivo ed esecutivo) sino al 1955, quando viene eletto Vice segretario con Giuseppe DI Vittorio, maturando in questa veste una grande conoscenza del mondo del lavoro e una esperienza politica importante a contato con l’area comunista del sindacato. Si batte affinché il sindacato non fosse una semplice ”cinghia di trasmissione“ bensì protagonista nella programmazione. Nel 1953 il PSI lo elegge alla Camera dei Deputati candidandolo nella circoscrizione di Ancona, dove sarà riconfermato per tre legislature sino al 1968 quando sarà eletto al Senato. Nel 1966 lascia definitivamente il sindacato per dedicarsi al partito di cui divenne vice segretario con Nenni.
Durante l’esperienza sindacale vive da vicino lo svilupparsi dell’economia e delle lotte del movimento dei lavoratori e porta questo patrimonio di conoscenze nel dibattito interno al PSI che si appresta a diventare forza di governo. Sono gli anni delle grandi contestazioni e dei profondi mutamenti sociali e politici che portano alla nascita del centrosinistra in Italia. Sulla spinta di una grande stagione di lotte sindacali e di una crescente richiesta dell’opinione pubblica, si apre una stagione di possibili riforme. ”Dalla culla alla tomba”, lo slogan che aveva portato alla creazione del “welfare”, diviene uno degli slogan della sinistra di allora, che viene fatto proprio dai socialisti italiani e che Brodolini cercherà di interpretare al meglio volgendolo in modo particolare al mondo che più conosceva, quello del lavoro e dei lavoratori.
L’occasione di tradurre in provvedimenti concreti le sue idee di riforma gli si presenta nel dicembre del 1968 quando viene nominato Ministro del lavoro e della previdenza sociale nel primo governo di Mariano Rumor. In questa veste ripeteva pubblicamente quanto già diceva e faceva da sindacalista: “da una parte sola, quella dei lavoratori”. Anche per questo da ministro, con un gesto simbolico, trascorse il Capodanno 1969 sotto una tenda a Roma insieme ai dipendenti della tipografia Apollon che avevano occupato lo stabilimento per impedirne la chiusura. Anche per questo, pochi giorni dopo, espose con precisione il suo programma non con una tradizionale conferenza stampa istituzionale, ma nella sala consiliare dell’emarginato Comune siciliano di Avola, dove due braccianti in corteo erano stati uccisi dalla polizia nel dicembre dell’anno precedente. Segnali forti che volevano parlare in modo nuovo al paese e ai lavoratori. Infatti si mise subito all’opera ed un primo intervento portò alla graduale abolizione delle cosiddette “gabbie salariali“ che prevedevano diversità di condizioni salariali e contrattuali da regione a regione penalizzando il sud e le regioni più povere. Poi fu la volta del sistema pensionistico. La nuova legislazione introduceva l’aggancio delle pensioni al salario degli ultimi anni: la percentuale erogata era il 74 per cento in prima battuta (ovvero nel 1969) con un impegno (rispettato) di raggiungere l’80 per cento entro il 1976. Si trattava del sistema cosiddetto “a ripartizione”, che sarebbe stato sostituito da quello “contributivo” con la riforma Dini del 1995.
Ma l’intervento più rilevante prodotto da Brodolini fu la presentazione al Consiglio dei Ministri il 24 giugno del 1969 di un disegno di legge, alla cui elaborazione aveva messo mano sin dall’inizio del mandato ministeriale, noto come “Statuto dei Lavoratori”. L’intendimento della proposta di legge era quello di “contribuire in primo luogo a creare un clima di rispetto della libertà e della dignità umana nei luoghi di lavoro, riconducendo l’esercizio dei poteri direttivo e disciplinare dell’imprenditore nel loro giusto alveo e cioè in una stretta finalizzazione allo svolgimento delle attività produttive”.
Ne scaturì un forte dibattito nel paese tra governo, sindacati, partiti politici, che ebbe come scenario le lotte operaie dell’autunno caldo ed ebbe come conseguenza anche quella dell’emergere di una concezione non formale del diritto del lavoro. Purtroppo non ebbe la gioia di vederlo definitivamente trasformato in legge perché venti giorni dopo la approvazione della proposta da parte del consiglio dei ministri Brodolini morì a Zurigo stroncato da un tumore ai polmoni. L’approvazione definitiva da parte del Parlamento avvenne nel maggio 1970.
Quel giorno l’Avanti! titolò “Lo statuto dei lavoratori è legge” e il suo fondo “La Costituzione entra in fabbrica”.

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Foto di copertina tratta dal sito della Fondazione Brodolini
Massimo Pacetti
Da insegnante è stato il fondatore della CGIL Scuola provinciale e ha diretto per oltre 15 anni l’Istituto Regionale per la storia del Movimento di Liberazione.
Eletto consigliere comunale di Ancona nel 1975 come indipendente nelle liste del PCI, ha ricoperto l'incarico di assessore e vice sindaco, poi deputato, consigliere regionale e infine Assessore provinciale a Cultura, Istruzione, Formazione e Lavoro. Una lunga militanza politica, dal Pci ai Ds, di cui è stato a lungo membro della Direzione Nazionale. È stato segretario regionale di Pds e Ds, dal 1994 al 2001. Ha lasciato il PD nel 2014.