24/05/2024

Adattarsi a un clima che cambia: Ancona ha un piano ma forse non lo sa


Ormai i dati che certificano la crisi climatica in corso sono davvero dappertutto. Non prenderli sul serio è diventato segno di negligenza più che di ignoranza. Organismi internazionali, enti di ricerca ma anche agenzie governative pubblicano con sempre maggiore frequenza dati che ci indicano non solo gli scenari futuri –e quindi come i cambiamenti climatici impatteranno sugli ecosistemi e sulla società nei prossimi decenni– ma anche come questi cambiamenti siano già tra noi e i rischi ai quali siamo sottoposti.

Ed è su questo ultimo punto che vorrei concentrarmi, cioè su come Ancona, intesa sia come amministrazione ma anche come società che in questo territorio abita, può adattarsi al cambiamento climatico già in corso: su cosa è stato fatto, su cosa si sta facendo e su cosa si potrà fare, non in termini di riduzione delle emissioni ma di adattamento.

La lista sarebbe molto lunga, fino a scendere nei dettagli e nei particolari, ma partiamo da un quadro generale di questo clima cha cambia: seppure in Ancona l’estate sembra tardare ad arrivare, a livello globale il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato e la temperatura media globale nel periodo di 12 mesi che vanno da febbraio 2023 a gennaio 2024 ha superato i livelli preindustriali di 1,5°C (questo era l’obiettivo limite ambizioso –rispetto a quello meno ambizioso di 2°C– indicato nell’Accordo di Parigi che secondo le proiezioni si pensava avremmo raggiunto intorno al 2030 ed invece siamo già lì). L’Europa è il continente nel quale il riscaldamento è avvenuto in maniera più rapida rispetto agli altri. Il caldo estremo, un tempo relativamente raro, sta diventando più frequente, mentre i modelli delle precipitazioni stanno cambiando. Le piogge torrenziali e altre precipitazioni estreme stanno aumentando di intensità (come ci ricordano le vicende dell’Emilia-Romagna ma anche delle Marche) e negli ultimi anni si sono verificate inondazioni catastrofiche in varie regioni. Allo stesso tempo, e non è un’incongruenza, l’Europa meridionale può aspettarsi un notevole calo delle precipitazioni complessive e fenomeni di siccità più gravi. Questi dati emergono dall’ultimo rapporto “European State of the Climate 2023” presentato da Copernicus Climate Change Service (C3S) e dalla World Meteorological Organization (WMO), ma si ritrovano anche nei rapporti del’IPCC, piuttosto che nello ‘European Climate Risk Assessment’ report dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA). 

Questi effetti del cambiamento climatico, combinati con i fattori di rischio e vulnerabilità ambientale e sociale, pongono sfide importanti. Tutto questo naturalmente riguarda anche Ancona, con le sue specificità.

Per quanto possa sembrare strano, c’è stata un’occasione in cui Ancona, per essere vanagloriosi potremmo dire, “si è posta all’avanguardia nel contrasto al cambiamento climatico”, per essere più realisti diremmo “ha saputo cogliere un’opportunità data dal progetto europeo ‘ACT – Adapting to Climate Change in Time’, che aveva lo scopo di assistere le comunità locali nella formulazione di piani di adattamento locale (LAP) allineandosi alle richieste europee sul tema”.

Attraverso il progetto ACT, durato tre anni dal 2010 al 2013 e al quale hanno partecipato anche le città di Patrasso (Grecia) e Bullas (Spagna), è stato possibile sviluppare il “Piano di adattamento del Comune di Ancona”, adottato poi nel 2014. Se Wikipedia e quel poco di memoria non ingannano erano i tempi della giunta Gramillano.

Fatto sta che, vanagloriosi o realisti, fino al 2020 in tutta Italia vi erano ancora solo due città che si erano dotate di un Piano: Ancona e Bologna. Ad oggi sono una trentina circa. Questo primato, tra l’altro, diede ad Ancona la possibilità di essere tra le 21 città che in tutta Europa parteciparono al processo di consultazione per l’elaborazione della prima strategia di adattamento dell’UE (2013) –poi nel 2021 ne è stata adottata una nuova– e di diventare una peer city con lo scopo di sostenere le nuove città che intraprendevano il percorso verso l’adozione di questi piani, condividendo con loro buone pratiche e lezioni apprese.

Certo, la crisi climatica non si contrasta con l’adozione di un semplice piano. Tuttavia, questo documento di indirizzo strategico rappresenta uno degli strumenti più efficaci a disposizione dei comuni per definire il quadro all’interno del quale identificare misure e azioni a livello territoriale per affrontare la sfida ai cambiamenti climatici mitigandone l’impatto, dopo aver individuato rischi, vulnerabilità e settori nei quali è più urgente intervenire. Dunque, rendere vivo ed attualizzare quel Piano, capendo ciò che è stato fatto finora, è ciò che bisogna fare per ridurre la vulnerabilità del territorio e della comunità di Ancona.

Rispetto a tutto questo, al netto della soddisfazione per il ruolo europeo giocato da Ancona in quella circostanza, la domanda fondamentale che dobbiamo porci è: a che punto siamo nell’attuazione di quel Piano?

Nel Piano erano stati individuati 23 interventi principali da attuare che spaziavano dagli interventi di salvaguardia delle coste, al monitoraggio delle frane con il potenziamento dei sistemi di allerta rapidi (“early warning”), fino ad arrivare a campagne informative e di sensibilizzazione della cittadinanza, passando per la creazione di nuove figure professionali specializzate da integrare nella struttura amministrativa comunale. E altri ancora come il progetto “Just in Time” per la realizzazione di un sistema diffuso sul territorio di sorveglianza e prevenzione, o il progetto “Helios” per la creazione di un sistema di allarme per la prevenzione degli effetti delle ondate di calore sulla salute.
Quanti di questi interventi sono stati attuati? Ne è stata tenuta traccia? Dall’esterno non è sempre facile capirlo. 

Tra questi, un intervento che sarebbe forse stato utile ma che non è stato attuato riguardava l’assegnazione di un budget finanziario specifico all’adattamento nel bilancio del Comune costituendo un capitolo a parte per questo insieme di misure, mantenendo però l’autonomia finanziaria e di programmazione di ogni dipartimento. Questo avrebbe dovuto avere lo scopo di rendere più coerente la programmazione ed il coordinamento degli interventi tra i vari settori e dipartimenti, favorendo un approccio integrato tra le varie politiche di adattamento.

A fronte di tutto questo, la domanda che mi sentirei di rivolgere all’attuale amministrazione è: il sindaco e gli assessori competenti in materia sono consapevoli della portata delle sfide in atto? Quali sono le iniziative e le misure a cui pensano per dare seguito, attualizzare e porre a terra quel Piano adottato ormai un decennio fa? Per ora ci lasciamo con queste domande, ma su questi punti torneremo, soprattutto per capire cosa si potrà fare. Che in fondo è la parte più importante.

 

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Foto di Denis Bernovschi su Unsplash



Ruben David
Ruben David

Ruben David lavora presso l’Ufficio legislativo di un gruppo parlamentare, dove si occupa di clima, ambiente ed esteri — i suoi principali ambiti di specializzazione. Su questi temi ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Trento. Nel corso della sua carriera ha lavorato per think tank, enti e centri di ricerca, tra cui il CMCC e l’ISPI. Ama il mare e sogna, un giorno, di imparare a fare l'orto e andare in barca a vela.


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