Transizioni giuste, così le città sono davvero grandi. Intervista al Sindaco di Jesi Lorenzo Fiordelmondo
Caro diario, l’Alleanza per le transizioni giuste è un progetto che sostiene e attua lo scambio di pratiche e politiche pubbliche di transizioni giuste, inclusive e sostenibili. È promosso da Comune di Bologna, ARCI, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e Fondazione Innovazione Urbana con l’obiettivo di coinvolgere e mettere in rete amministratrici locali, cittadini impegnati, funzionarie, imprenditori e ricercatrici. Coinvolge anche importanti organizzazioni nazionali che operano sul fronte dei diritti, dell’economia civile, delle sfide ecologiche e delle policies più innovative tra cui Labsus, Politecnico di Milano – Dipartimento di design, Stato dei Luoghi, Aicoon, A sud, Focus Fondazione Quartieri Spagnoli, ActionAid Italia, Ci sarà un bel clima, Save the Children.

La città di Jesi, unica nelle Marche, vi ha aderito convintamente e ha ospitato lo scorso 20 settembre un’importante iniziativa dal titolo “Le transizioni giuste nelle piccole e medie città” con la partecipazione, tra gli altri, di Matteo Lepore (sindaco Bologna), Ezio Manzini (Politecnico Milano), Pasquale Bonasora (presidente Labsus) e Graziano Leoni (Rettore univ. Camerino) e la testimonianza di molti amministratori locali di comuni italiani di città medio piccole. Nella pausa caffè, mi sono fermato a fare due parole con il Sindaco di Jesi, Lorenzo Fiordelmondo e naturalmente ne ho approfittato per fargli alcune domande. Ecco le sue risposte.
Il Comune di Jesi è l’unico comune delle Marche che ha aderito all’”Alleanza per le transizioni giuste”: come mai hai preso questa decisione?
«Le alleanze e le transizioni giuste sono due nodi che legano il patto di cittadinanza al patto di amministrazione. Le alleanze sono un primo vero tema di transizione giusta per chi amministra una città. Oltre a quelle di carattere strettamente politico, che definiscono le maggioranze di governo di una città, le alleanze vanno oggi strette tra i corpi associativi e le amministrazioni che abitano le città. Gli spazi sociali sono molto più parcellizzati di un tempo e chi amministra, soprattutto un sindaco, deve avere tra i suoi primi compiti quello di riuscire a facilitare una relazione tra questi elementi puntuali. L’obiettivo: comporre un sistema sociale dialogante. È probabilmente questa la premessa ontologica di ogni altra transizione giusta».
Nella bella iniziativa che ospiti a Jesi emergono parole chiave molto importanti che ridisegnano il ruolo delle città medio piccole nel panorama della complessa transizione in atto. Hai accettato una sfida importante. Credi che le città siano attrezzate per vincerla nel pieno di una crisi istituzionale che attraversa il nostro Paese e con un’organizzazione delle macchine comunali non proprio attrezzata a questa trasformazione?
«Le città rappresentano i luoghi nei quali le grandi sfide, i grandi cambiamenti, hanno sempre preso corpo. Non so se le città siano attrezzate o meno ma è giusto avviare un lavoro che possa renderle pronte ad accogliere ed orientare processi di trasformazione che sono spesso complessi. Ad ogni modo, lavorare affinché si determini la consapevolezza di dover accogliere le sfide del nostro tempo rappresenta un atto politico di comunità, in grado di per sé di offrire un antidoto alla crisi istituzionale del nostro Paese».

Le città medio piccole sono considerate più facilitate rispetto alle grandi per affrontare questi processi di transizione soprattutto perché riescono a attivare, per dirla con Manzini, quei “sistemi di prossimità densi e variegati” cioè quelle reti sociali nel territorio indispensabili per governarli e gestirli. Com’è la situazione a Jesi da questo punto di vista? Quali strategie servono per far emergere e coinvolgere le risorse sociali diffuse?
«Le città medio piccole sono “luoghi di cerniera”. Possono da un lato affiancare le città metropolitane nei processi di transizione e per altro lato cucire la distanza che separa le densità urbane e geografiche del nostro Paese. Jesi la immaginiamo così e crediamo che abbia tutte le carte in regola per svolgere questo ruolo attraverso due parole chiave: rete e contemporaneità. Per rete intendo sia le distanze brevi, come collettore territoriale nella media Vallesina, sia su distanze lunghe, su un piano nazionale ed europeo. A me piace parlare di geopolitica territoriale e credo che sia un compito preciso dei sindaci. Per contemporaneità intendo la consapevolezza che viviamo in una epoca complessa che va accolta nella sua interezza. Il passato potrà così cessare di essere luogo contemplativo (o autocelebrativo) ed il futuro lo spazio a cui tendere. Mi piace dire che dovremo essere capaci di passare da una concezione di “presente ontologico”, che si vive in quanto tale, ad uno “sillogico”. Le scelte di oggi determinano l’oggi ma anche i fattori di premessa per il domani. La diffusione di questo grado di consapevolezza, credo rappresenti una ulteriore transizione giusta».
Alcuni strumenti innovativi sul fronte della partecipazione della cittadinanza si stanno affacciando ormai con forza. Anche qui Jesi è stata tra le prime ad approvare il regolamento per l’amministrazione condivisa e l’attivazione dei patti di collaborazione. È uno strumento che sta funzionando?
«Patti di collaborazione e Comitati di quartiere. Le considero vere e proprie opere pubbliche immateriali perché disegnano spazi sociali, sino ad oggi inediti per la città. Sono percorsi appena avviati e c’è sicuramente bisogno di un tempo attraverso il quale la meccanica complessiva possa oliarsi meglio. Ad ogni modo è oggi già chiaro che si tratta di strumenti irrinunciabili per i cittadini e le cittadine di Jesi. Immaginando un sistema cartesiano di relazioni, esse ne rappresentano il piano orizzontale, quello della rete urbana che si somma ad uno verticale che riguarda la rete territoriale e ad uno di profondità, che riguarda la rete extraterritoriale ed europea, delle quali ho già detto prima».
Una delle grandi trasformazioni in atto riguarda il ruolo delle comunità e degli operatori del no-profit non più chiamati solo ad un ruolo di sussidiarietà ma a concorrere nella determinazione stessa delle politiche pubbliche. Un bel cambiamento. Pensi sia solo un proclama o i comuni sono attrezzati per renderlo concreto?
«Il terzo settore è da sempre chiamato ad occupare un grande spazio dentro le città ma oltre alla consapevolezza sostanziale esiste oggi un dato normativo di rango primario che ne sancisce la funzione. L’art 118 della Costituzione, al comma 4° assegna alla sussidiarietà orizzontale rilievo anche formale. Questo passaggio rappresenta una delle transizioni giuste che richiedono però anche una alfabetizzazione dello strumento. Si cita spesso la partecipazione come mezzo generico, specie quando declinato in un assemblearismo puro ed impraticabile. Essa deve invece essere ben compresa ed organizzata. Un grande contributo per allestire i processi partecipativi può venire dagli istituti universitari. Li considero tra i più decisivi interlocutori per la riuscita dei processi di transizione, giusti e partecipati, che l’epoca contemporanea ci propone».


