22/11/2024

Il deserto, il mare e il ponte verso l’ignoto


“Non avrei mai attraversato il deserto, se non avessi voluto lasciarmi alle spalle tutti i miei guai”. Strano che a colpirmi, fra tante, sia stata questa frase. L’ho letta a Jesi, nella didascalia che accompagnava una delle foto esposte alla mostra per i trent’anni di Emergency al Palazzo dei Convegni (Vite Salvate, dal 06 al 09 novembre).
Prevedibilmente, gli scatti riguardavano in gran parte le missioni di Search and rescue (ricerca e salvataggio) in mare, che ormai costituiscono una delle attività più importanti fra quelle svolte dalla Ong italiana. Il fondatore, Gino Strada, aveva ben chiaro quanto i conflitti siano alla base delle migrazioni forzate, come è stato ricordato da Roberto Maccaroni, responsabile sanitario delle missioni di Emergency, nel corso della conferenza di presentazione della mostra.
La scelta di portare in mare la Life Support, oltre che per rispondere all’esigenza di contribuire al salvataggio di quante più vite possibili in quello che ormai è diventato un cimitero acquatico, si fonda anche su un presupposto ideale: tracciare una linea continua fra i luoghi del conflitto, le traiettorie di fuga e le strutture di soccorso allestite in Europa. Non c’è retorica salvifica in questo progetto, ma piuttosto il sano pragmatismo medico che ognuno di noi si augurerebbe di incontrare qualora la sua vita fosse in pericolo: emergenza, contatto, trasporto in un luogo sicuro, cura.
Al mare, però, bisogna arrivarci, come ci ha insegnato, fra gli altri, Io capitano, il film di Matteo Garrone. L’immensa striscia di sabbia che costituisce il Sahara può essere larga fino a 2000 km. La rotta marina più lunga fra quelle coperte dai migranti che tentano di raggiungere l’Europa, dall’Egitto alla Sicilia, ne conta meno di 1500.

“Non avrei mai attraversato il deserto, se non avessi voluto lasciarmi alle spalle tutti i miei guai”. Come a dire, non avrei mai rischiato di finire arrostita viva, se l’alternativa non fosse stata comunque la morte. La citazione è di una giovane ivoriana, intervistata a bordo della Life Support. Una giovane che, quindi, ha dovuto affrontare non una, ma due traversate prima di potersi considerare in salvo. Una più pericolosa dell’altra.
Considerazioni che portano fatalmente a cambiare il punto di vista. Il mare che, da questa sponda, rappresenta spesso il luogo delle vacanze e del divertimento, visto da altre latitudini non è che un pericoloso deserto blu, in cui è più frequente incontrare insidie, come le mareggiate o la guardia costiera libica, piuttosto che zattere di salvataggio.
Ad ogni modo, il Mediterraneo è sempre stato luogo di incontro, ma quasi mai luogo di pace. Me lo insegnava già all’Università il professor Alessandro Vanoli, docente di Storia del Mediterraneo, e me lo sta ricordando ora che anch’io sono entrata nel tunnel senza uscita dei podcast ascoltati come sottofondo alle faccende domestiche. Il suo “Storia del Mare”, tratto in larga parte dall’omonimo libro scritto dallo stesso Vanoli, ricostruisce con grande passione narrativa il rapporto simbiotico e complesso tra l’uomo e il mare, qualsiasi mare sul nostro pianeta. Da buon medievalista e studioso di Islam, dedica una puntata intera all’incontro/scontro tra civiltà cristiana e arabo-musulmana, che nel Mediterraneo ha conosciuto il suo baricentro per secoli. Di sicuro, gli scambi commerciali e culturali giovarono ad entrambe le sponde, ma gli episodi cruenti e i tentativi reciproci di prevaricazione non sono mai mancati.

Eppure, in mare, “tutti condividono lo stesso fato” [ibidem]. Lo scrive Vanoli e lo dice Maccaroni, creando un’interessante sovrapposizione fra le vicende dei marinai nei secoli e le azioni di salvataggio nel Mediterraneo di oggi. Un principio che viene recepito anche dalla cosiddetta “legge del mare”, la consuetudine non scritta che spinge a considerare ogni naufrago come uomo, prima che come potenziale pericolo.
Quella continuità nel salvataggio descritta da Maccaroni spinge a riflettere anche sul “dopo”, su quello che avviene una volta che la nave è attraccata e i migranti sono, più o meno, al sicuro. I progetti di accoglienza, più o meno strutturati, più o meno virtuosi, costituiscono un ulteriore ponte (termine che, tra l’altro, indica anche la parte all’asciutto della nave) verso una nuova vita che, nelle migliori intenzioni e anche nei manuali operativi, dovrebbe esplicarsi nella realizzazione dei propri obiettivi di vita.
Mi chiedo spesso se noi operatori, che a Jesi abbiamo raccontato, dopo Maccaroni, la nostra parte di lavoro all’interno del SAI, siamo parte del problema o parte della soluzione. È corretto affermare che la seconda accoglienza in Italia rappresenta spesso, anche se non sempre, una eccellente modalità di intervento sociale. Al termine della quale, però, non c’è più niente. Nessuna garanzia rispetto ad un alloggio dignitoso, nessun supporto nella tutela alla salute, nessun sostegno alla ricollocazione nel mercato del lavoro se questo, improvvisamente, viene a mancare. L’incubo, perenne e spesso ingiustificato, di perdere il permesso di soggiorno. In fondo, noi spesso rappresentiamo il prolungamento del ponte della nave. Finché permangono in accoglienza, i migranti sono tutelati sotto molti aspetti: sanitario, psicologico, legale, economico. Non diamo loro la possibilità di sperimentare fino in fondo quanto possa essere difficile la vita in Europa. La discesa dal ponte alla realtà è, spesso, traumatica e senza giubbotto di salvataggio. Manca, alla fine del viaggio, quella parte di patto sociale che permetterebbe di non vanificare tutti gli sforzi fatti, dal mare in poi, per assicurare veramente che le vite salvate trovino il loro posto qui.

 

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In copertina: la mostra “Vite Salvate” al Palazzo dei Convegni di Jesi organizzata dalla Cooperativa Vivereverde Onlus in collaborazione con Asp9 Jesi



Elena Starna
Elena Starna

Elena Starna è nata a Senigallia nel 1984, ha studiato, lavorato e procreato a Ravenna. Lì ha iniziato una sfolgorante carriera da operatrice sociale, dalla strada (in senso stretto, con le prostitute) allo Sprar (purtroppo non si chiama più così). Da sette anni è tornata in patria e da sei coordina una porzione del Progetto SAI "Ancona Provincia d'Asilo" sul territorio di Falconara e di Osimo. Ama il calcio e le connessioni improbabili fra mondi diversi, che annullano le distanze tra "noi" e "loro".


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