Quello che il bilancio non dice: il disastro dell’Amministrazione Silvetti non è solo nei numeri
Caro Diario,
l’approvazione del bilancio di previsione 2025 (e dei numerosi atti collegati) ha tenuto banco nei giorni scorsi al riavvio dei lavori del Consiglio Comunale.
Dopo l’analisi dei testi nelle commissioni, tra la fine dell’anno vecchio e i primi giorni del nuovo, abbiamo assistito a un rito che si ripete ogni anno piuttosto fedele a sé stesso. La maggioranza a lamentare le ristrettezze del quadro nazionale (ma tacendo però dei tagli pesantissimi che la Meloni ha scaricato sugli enti locali) e la necessità di garantire i servizi minimi, promettendo comunque di intervenire con successive manovre migliorative in corso d’anno. La minoranza a lamentare aumenti di tariffe e tagli di servizi. In verità, le abbottonate maglie del bilancio preventivo e i minimi margini di manovra non hanno impedito alla giunta Silvetti, sul lato delle entrate, di aumentare alcuni costi per i cittadini in maniera significativa e di eliminare, sul fronte delle spese, una serie di agevolazioni e beneficio delle fasce più deboli.
Ma se vogliamo essere intellettualmente onesti non possiamo tacere il fatto che ormai il bilancio di previsione non è più quel documento che, da appassionati della cosa pubblica, ci appariva come la più importante cartina di tornasole delle volontà e scelte politiche dei governanti. In questa retorica sono caduto anche io e più volte.
Purtroppo ormai la verità è un’altra. Per come la contabilità pubblica si è evoluta, per la scarsità delle risorse a disposizione, per i lacci soffocanti imposti da Roma e Bruxelles, che restringono moltissimo la possibilità di manovre espansive, per la grande massa di spese insopprimibili e in costante aumento e infine anche per il continuo variare delle regole, il bilancio di previsione di un Comune non è più come si diceva un tempo l’atto più importante di un’amministrazione comunale. Lo dico dolorosamente. Nella realtà siamo di fronte ad un atto di natura sempre più contabile e sempre meno politica. Sostanzialmente sempre più un’operazione tecnica, che poco lascia alla possibilità di far emergere una visione strategica.
Il problema della giunta Silvetti è però che questa visione strategica non traspare e non emerge da nessun’altra parte, in nessun altro atto, in nessun’altra azione. Non giunge infatti un minimo segnale che faccia intravedere una programmazione strategica seria, adeguata e di lungo periodo, che superi la gestione del quotidiano. Dalla giunta, in questi quasi due anni di governo, sono pervenuti al contrario segnali opposti.
Una mediocrità complessiva dell’azione che tradisce senza appello le promesse elettorali ed i proclami pomposi e vani sulla “Grande Ancona”. Una mancanza assoluta di strategia e di visione complessiva sul fronte della programmazione.
Si galleggia, in una sorta di bonaccia adriatica, che tiene la barca inchiodata in mezzo al mare con le vele sgonfie. Le scelte fallimentari relative ai consulenti scelti dal Sindaco proprio per tracciare le linee strategiche di sviluppo della città sono li a dimostrarlo. I Bonifazi, i Picciafuoco, i Bastianelli si sono rivelati fugaci meteore, figure messe lì per ammiccare a fasce di elettorato, ma poi di fatto inascoltate.
L’estenuante e tutta provinciale retorica dei grandi eventi, delle piazze piene, il continuo agire in base al titolo di giornale che esce la mattina, il considerare la città di Ancona solo per quei pochi metri che vanno da Porta Pia a Piazza Cavour con un disinteresse totale per gli altri quartieri, dove vive invece la stragrande maggioranza dei nostri cittadini. Il cosmico disastro ormai inconsolabile delle politiche culturali, il deserto di programmazione nelle politiche a sostegno dell’accoglienza turistica, il disinteresse colpevole verso ogni pratica innovativa dei meccanismi di partecipazione dei cittadini alle scelte di governo e ai processi di amministrazione condivisa.
In questo desolante bilancio, questo sì quello politicamente più vero, non bastano i concerti di capodanno o le notti bianche. Non è sufficiente il sorriso, la disponibilità all’ascolto, il buon carattere e la correttezza del Sindaco. La competitività di un capoluogo ed il suo progresso sociale ed economico, non passa certo attraverso il microfono di Natalie Imbruglia o per un provincialismo di bottega che invece sta soffocando la città.
Passa attraverso il coraggio di mettere in campo un piano strategico serio, frutto della collaborazione con il mondo accademico, economico e sociale, che sappia intrecciare i processi di rigenerazione urbana con le scelte di politica culturale, i fabbisogni sociali ed economici della popolazione con le tante fragilità presenti e l’emergenza ecologica. Ma di questo questo coraggio non vi è alcuna traccia. Da nessuna parte.