Vuoti urbani 5/ E se vuoto fosse bello? La rivegetazione della città
Il tema della rigenerazione della città a partire dai suoi tanti vuoti è un dibattito sempre vivo sulle nostre pagine, di carta e virtuali. Stavolta ospitiamo il parere dell’Architetto Massimo Cartaginese che non vedrebbe di cattivo occhio la prospettiva della demolizione per quei “vuoti a perdere” che potrebbero così ritrovare senso come aree agricole comunitarie. Qui potete leggere gli altri interventi che in questi mesi abbiamo dedicato al tema
«Faccio dell’architettura perché non costruisco»
«Non costruisco perché sono un architetto»
Leon Krier
Nell’analisi urbana, con il termine “vuoto” si indica ogni elemento non edificato presente nel tessuto edilizio delle città come piazze, strade, campi sportivi, aree verdi.
Più recentemente la definizione si è estesa a tutti quegli edifici o gruppi di edifici che divenuti obsoleti nel corso dei decenni, sono stati abbandonati: tipicamente grandi compound industriali, ma non solo.
Il vuoto urbano così inteso, qualunque sia stata la ragione del suo abbandono (quasi sempre di natura economica, talvolta per cause idrogeologiche o per scelte di piano) è facilmente riconoscibile non perché elemento privo di volumetria come piazze e strade, ma perché il degrado, dovuto al passaggio del tempo e all’incuria, diventa la sua evidente e duratura manifestazione.
Ed è a questo tipo di vuoto urbano che generalmente si accompagna la volontà di riconversione, rigenerazione, riutilizzo ad uso pubblico possibilmente al di fuori di logiche mercantili.
Ancona non è esente dal fenomeno, assai diffuso in Italia; il numero degli edifici dismessi, veri e propri vuoti a perdere, è tanto più rilevante se posto a confronto con le dimensioni contenute della nostra città. Mi pare dunque utile continuare il discorso intrapreso meritoriamente da Ancona rivista a colori ed ampliare la serie di proposte e opinioni raccolte, inserendomi nel dibattito.
Inizio con la banale considerazione che nasce osservando la planimetria di una città: le zone edificate predominano sulle parti che non lo sono cioè i “pieni” subordinano decisamente i “vuoti”. La spiegazione del fenomeno è altrettanto banale: le città sono innanzitutto i luoghi dell’abitare e le necessità intrinseche all’abitare prevedono di farlo sotto un tetto.
Tuttavia, limitandosi alla pura percezione retinica della planimetria e considerandola come una sorta di quadro astratto, viene da pensare che la tendenza a ridurre al massimo lo spazio vuoto, tipica dell’arte e dell’ornamentazione occidentali, prevalga anche in questo campo. Insomma, l’orrore per il vuoto, di antica ascendenza aristotelica, sembra trovare conferma anche nel town planning più recente: il vuoto, con il suo corollario di implicazioni negative, ci spaventa!
Il valore negativo dato al vuoto, non trova asilo, per fortuna, in altre tradizioni di pensiero, quelle orientali. Buddhismo e Taoismo lo interpretano in senso positivo. Nel caso del pensiero taoista (e dello Zen, sua nipponica derivazione), il nucleo centrale delle riflessioni sul vuoto si è riversato con tutta evidenza nell’arte, soprattutto nella pittura di paesaggio; le ampie aree del foglio non dipinte sono la metafora della sua capacità di collegare gli elementi della composizione nella visione d’insieme.
Un altro esempio riguarda le metropoli giapponesi; chi le visita ha spesso l’occasione di imbattersi in piccoli spazi di improvvisa tranquillità incastrati tra i grattacieli; spazi quasi surreali, fatti di bonsai, pietre appuntite e sassi, specchi d’acqua, alberi… nel denso edificato, il ruolo di queste piccole e numerose oasi “vuote” è la “sospensione”, sociale e spirituale assieme: del resto i due termini sono inscindibili nella tradizione di quel paese.
Ma, per tornare ai vuoti anconetani, frutto dell’abbandono e della metamorfosi urbana, sappiamo bene quanto siano in genere complesse, lunghe e incerte le procedure che si accompagnano ad una loro possibile riqualificazione a vantaggio della comunità.
Cosa fare, allora? La mia proposta simpatizza con l’Oriente e prevede la creazione di “vuoto”. Vuoto ottenibile con la demolizione; dopo tutto, aver definito fin qui “vuoto” ciò che in realtà è “pieno” troverebbe finalmente un senso, non solo etimologico e lessicale (poco importa in questa sede) bensì urbanistico.
Trasformate in aree agricole comunitarie, le molte “tabulae rasae” così ottenute, diverrebbero nuovi luoghi di quiete, di relazioni umane, di lavoro, di collegamento tra generazioni diverse. Ogni area sarebbe poi limitata nei suoi confini da una struttura metallica multipiano tamponata con il vetro, per ampliarne il potenziale produttivo; in tal modo si innalzerebbero volumi trasparenti le cui caratteristiche planimetriche e dimensionali, in pianta ed alzato, corrispondano, caso per caso, con quelle dell’edificio demolito, in memoriam!
Tali impianti, realizzati con lo stesso criterio estetico e costruttivo, costituirebbero una tipologia edilizia inattesa; sparsi per la città e in grado di caratterizzare lo skyline complessivo, darebbero vita ad un sistema coordinato di fattorie verticali, sedi di coltivazione innovativa nelle sue diverse forme, quali la coltura idroponica e acquaponica, tecniche agricole in costante espansione. Ed infine, date le loro caratteristiche di trasparenza, permetterebbero allo sguardo di attraversarle svelando cannocchiali prospettici inediti sul costruito circostante, non solo sulle specie vegetali al loro interno.
Va detto, per inciso, che il concetto di agricoltura urbana è in costante ascesa nel dibattito urbanistico contemporaneo, vuoi perché la crescita del verde urbano (in ogni sua forma) significa ridurre la presenza dei gas serra, vuoi perché coltivare in città significa produrre a chilometro zero ed in modo sinergico con l’agricoltura rurale, ottimizzando produttività e trasporti. Dunque, molta acqua è passata da quando la progettazione urbanistica si limitava alla creazione di piccoli orti ricavati da aree di risulta non utilizzabili altrimenti, affidando poi gli orti ai pensionati.

Burocrazia e normative tecniche non negoziabili inducono spesso il progettista alla stasi delle idee, al basso profilo; al contrario, noi crediamo che visionarietà ed esercizio dello sguardo, non siano sinonimi di utopia ma siano il giusto punto di partenza. Questa soluzione farebbe di Ancona un caso emblematico, ponendo la città tra quelle più avanzate in tema di politiche urbanistiche.
E, per mantenere alti gli entusiasmi e sollecitarne altri, concludo segnalando il film documentario Green City Life presentato alla scorsa edizione del Festival internazionale CinemAmbiente. Gli autori forniscono allo spettatore una quantità di informazioni sorprendenti su quanto realizzato in tema di rivegetazione, agricoltura urbana e compostaggio domestico in tre diverse metropoli, delineando forma e caratteristiche della futura città ideale, capace di coniugare lo stile di vita metropolitano con i benefici della campagna.
Massimo Cartaginese
Massimo Cartaginese è laureato in Architettura. Ha lavorato come progettista ad Ancona e Milano prima di proseguire la sua attività progettuale a Singapore, viaggiando e lavorando in Estremo Oriente per un decennio. Tornato in Italia e lasciata l’architettura, ha realizzato con il collettivo Voyagerlab di cui è ideatore, numerosi interventi di arte pubblica. La sua produzione artistica è rivolta soprattutto ai temi dell’ambiente, del paesaggio, della geopsicologia.