24/01/2025

Anconitani Iconofagi


STORIA DEL CAPITALE SOCIALE ANCONITANO – QUARTA PUNTATA
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Concludo con questo testo i quattro brevi capitoli della storia del capitale sociale di Ancona, una specie di storia della città “immaginata”, soprattutto dai suoi cittadini.

Ruberò ad Arthur Conan Doyle la struttura narrativa de Uno studio in rosso (1887), la prima avventura di Sherlock Holmes, nella quale a metà del libro comincia una storia lunga e lontana da Londra, avvenuta nelle colonie, che spiega l’evento drammatico con il quale si apre il racconto.
Per farla più semplice racconterò l’antefatto subito. Questa parte di storia l’avevo già raccontata nel corso della prima puntata di questa serie, ma sono passati ormai due anni e nessuno se la ricorda; cercherò pertanto di sintetizzarla di nuovo.

1.
Come tutti sanno Ancona è stata fondata da Greci Siracusani nel IV secolo a.C., i quali la chiamarono Ankon, cioè in greco gomito, per via della sua collocazione sulla punta di un promontorio naturale che somigliava a quella parte anatomica ed era anche una misura lineare di comune uso in Grecia. 

Si conservano le monete del tempo con la figura di un avambraccio che porta un ramoscello di ulivo, un logo che, in età contemporanea, è finito invece per rappresentare la Provincia di Ancona e non la città. Ma per molto tempo quella era la figura che la identificava. 

Per esempio, in età cristiana, fu messa in giro, per agevolarne il culto, la narrazione che una reliquia di Santo Stefano era miracolosamente arrivata ad Ancona, dove era venerata. Stefano era stato il primo martire ed era stato martirizzato per lapidazione e la reliquia anconitana era il suo ginocchio. Dove doveva finire la sacra rotula se non ad Ancona?

In età comunale un centro commerciale come il nostro doveva dare garanzie di scambi affidabili. Come avveniva anche in altri nodi di scambio, il Comune doveva garantire la regolarità delle misure adottate nei mercati, sicché sul Palazzo del Comune (altrove a volte sulle facciate delle cattedrali) furono scolpite le principali misure, onde evitare imbrogli.

Ma Ancona volle fare anche di più, trattandosi di un centro di scambio internazionale, fu una delle prime città a garantire la affidabilità degli atti notarili e dei contratti rogati dai notai, facendone depositare gli estratti in un archivio comunale ospitato nei pressi dell’Arco Amoroso, sul quale era stato inciso un motto ispirato alla Publica Fides.

Così gli atti rogati assumevano la condizione di “istromenti” (instrumenta) cioè erano validati e resi affidabili in quanto garantiti dalla Publica Fides. La Fides che compare nel motto urbano ancora oggi (probabile parto di Ciriaco Pizzecolli nel XV secolo) rappresenta infatti la certezza del diritto e la fedeltà della città ai suoi patti politico-commerciali. Con la fede religiosa non ha niente a che fare.

Per testimonianza di uno storico anconitano del XV secolo, Lazzaro Bernabei, questa fiducia veniva rappresentata con il ricamo della parola Fides sulla manica sinistra della livrea degli scribi comunali.

In apparenza era una specie di markenting della affidabilità degli atti pubblici, ma era anche una minaccia per gli estensori molto più inquietante di quello che sembra oggi l’abuso di ufficio. La condanna per chi falsificava dolosamente un documento pubblico (scribi o notai che fossero) era il taglio della mano sinistra (la recidiva imponeva anche quello della destra). La Fides era diventata un correlato del gomito, ma quel simbolo cucito poteva trasformarsi in qualcosa di molto concreto.

Potrei aggiungere come, per nobilitare ulteriormente questa accountability della città, Pizzecolli abbia anche inventato la storia che Ancona era stata fondata, prima dei Siracusani, da una regina persiana chiamata Fede. All’epoca in politica si lavorava molto con le narrazioni (per chi non avesse capito è una battuta). Ma con l’antiquaria mi fermo qui.

2.
Veniamo all’oggi. Nel primo Novecento gli Anconitani cominciarono a scoprire la baia di Portonovo, fino ad allora luogo di pesca degli abitanti della frazione del Poggio e dei Sirolesi.
I Poggesi – lo ha ricostruito un aureo libretto di Marco Giovagnoli (La costruzione sociale del mosciolo) edito da Il Lavoro Editoriale nel 2005 – avevano da tempo scoperto la qualità alimentare dei moscioli. In quanto per metà agricoltori e per metà pescatori, li mangiavano normalmente accompagnati dai salumi.
D’altra parte il mosciolo si pesca, ma è un prodotto in qualche modo coltivato come si fa nel campo, anche se sta sott’acqua. Se ne sta appiccicato allo scoglio filtrando le impurità del mare che ne generano il tipico buon sapore.
Con la scoperta di Portonovo da parte delle classi dirigenti di Ancona (di cui abbiamo raccontato nell’ultima puntata il rapporto profondo costruito con il mare), il piatto fu “purificato” dagli aspetti agresti e reso (anche grazie ad alcune famose trattorie sorte a Portonovo sin dagli anni Cinquanta) nella sua caratteristica di piatto identitario marinaro degli Anconitani purosangue, molti dei quali dediti alla sua pesca, a volte anche senza bombole, i famosi “fiati”. Una specie di ossessione, non solo maschile.

3.
Come collegare questa storia dei moscioli con l’antico gomito?
Chi ha un po’ di familiarità con l’antropologia culturale avrà già osservato come il nuovo simbolo della città, quando era ormai diventato solo un logo colorato sulle corriere blu del Consorzio Provinciale Trasporti, cercava di farsi di nuovo largo ricodificando, con nuovi e più sostanziosi argomenti, il vecchio gomito greco: assumendo la forma di un piatto tipico capace di far vivere il sapore del mare.
Che l’operazione non fosse solo di tipo pragmatico, ma avesse un nesso profondo con l’identità storica della città è rivelato dal fatto che, in breve tempo, il bivalve venne associato nella poesia dialettale e nei proverbi, al carattere degli Anconitani: ruvidi e duri fuori come le cozze, ma buoni dentro.
Lo si capisce meglio osservando la genesi di un analogo piatto a base di mitili, le moules-frites, specialità del Belgio: mitili del Mar del Nord con le patate fritte, gustato con vino bianco gelato se non Champagne (a Bruxelles è il piatto del sabato sera nei Caffé all’aperto). Si vede bene la differenza di trattamento del mitilo belga rispetto alla mosciolata anconitana. Lì le cozze vengono lessate nel burro, nel vino o nella birra e poi servite con le patate fritte, due modi per “nazionalizzare” per così dire il prodotto del Mar del Nord. Da noi è avvenuto invece il contrario, i salumi sono stati espulsi a favore di una “purezza” marina, identitaria locale.
Il muscolo marino, che tiene con forza le due valve ben chiuse, pur lasciando filtrare l’acqua, ha preso il posto del gomito bicipite, molto maschio comunque anche quello, dell’iconografia ufficiale, diventando un piatto-icona da mangiare.
Si tratta di un fenomeno molto frequente che è stato studiato nella creazione e gestione delle comunità religiose e anche di quelle familiari, si chiama iconofagìa; come per esempio divorare biscotti con figure sacre, o con lo stemma di famiglia impresso sulle cialde con appositi ferri. (Rinvio per i più curiosi al libro di Jèrèmie Koering, Les Iconophages. Une histoire de l’ingestion des images, Actes Sud, 2021).
Con la prossima mosciolata estiva, adesso, vi sembrerà come di entrare a far parte del “corpo mistico” dell’Anconitanità.




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