01/06/2022

Calcolare la fiducia


STORIA DEL CAPITALE SOCIALE ANCONITANO – SECONDA PUNTATA
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Un’antica tradizione storiografica che risale ad Alberto Caracciolo, fondatore della scuola di Ancona, fa coincidere la fine dell’indipendenza anconitana, nel 1532, quando il cardinale Pietro Accolti prende militarmente possesso della città in nome di papa Clemente VII, con l’inizio della sua decadenza economica.

In realtà gli studi successivi sembrano dimostrare il contrario. La perdita delle libertà comunali non paralizzò l’economia ed i traffici del porto, che, anzi, si sviluppano in tandem con quelli di Ragusa generando una sorta di “età d’oro”. Ancona consolida ed incrementa, infatti, la sua funzione di terminale delle merci dei mercanti fiorentini che la utilizzano come testa di ponte per il Levante, creando una filiera che a Nord arriva fino ad Anversa.
Seguendo una fortunata metafora risalente a Fernand Braudel, che aveva identificato il carattere delle città-stato italiane come Ancona con la velocità, potremmo definire la nuova situazione creatasi nel XVI secolo come il passaggio dalla improvvisazione al calcolo, dalla mobilità alla stabilità.
L’inserimento della città nello Stato Pontificio favorisce (piuttosto che garantire, stante il carattere piuttosto light dello Stato ecclesiastico) il sorgere di un bisogno di sicurezza che sostituisce l’abitudine del mercante anconitano del XIV-XV secolo di vivere in un perenne stato di incertezza.

Questa nuova condizione influenza il cambiamento che si registra nella nozione di fiducia praticata dagli operatori economici cittadini, che, come è noto, costituisce il nerbo del cosiddetto “capitale sociale”.
Sintomo di questa sensibilità nuova è un prodotto giuridico-commerciale che emerge originalmente ad Ancona a beneficio di una migliore stabilità del mercato: la polizza assicurativa marittima, che acquisisce uno status riconosciuto proprio per la sua corrispondenza con le prassi seguite a Firenze.

Nel 1569 l’anconitano Benvenuto Stracca pubblica a Venezia il De assicurationibus tractatus, costruito come un commento al modello di polizza assicurativa marittima che si è appunto radicato nei precedenti anni nella pratica locale. Non è una gloria patria da celebrare, quanto piuttosto il segnale che la cultura mercantile locale ha dato un contributo significativo al pensiero economico occidentale riducendo l’imponderabile e l’incerto a componenti calcolabili approssimate; in definitiva tentando di gestire il rischio commerciale e marittimo con l’aiuto del calcolo.
La polizza anconitana smonta il rischio nei suoi fattori e li valuta per calcolare l’onere che deve pagare l’assicurato. Pesano le distanze da percorrere, il tipo di imbarcazione, la pericolosità della situazione militare, la qualità del carico, la reputazione del capitano.

Segno però che il trend si muove inerzialmente verso il quantitativo, allontanandosi progressivamente dalla valutazione “a occhio”, tipica del mercante del XV secolo –in grado di calcolare il valore di un disordinato mucchio di pezze di stoffa allo sguardo– è il fatto che la reputazione del capitano perda di peso nel tempo. Diminuisce l’attenzione per il fattore umano, infatti, man mano che le procedure di calcolo raggiungono uno standard condiviso.
Lo Stato garantisce la regolazione in grado di prevenire i collassi finanziari. Le norme impongono infatti che le società assicurative che si vengono a costituire prevedano un limite quantitativo all’investimento dei singoli componenti per spalmare il relativo rischio. Queste società si identificano, infine, con le maggiori famiglie mercantili della città, i Nembrini, Nappi, Ricotti, Morpurgo, Ferretti, Coen (da notare la promiscuità tra gentili ed ebrei che ad Ancona non fa scandalo, neppure sotto il papa), a loro volta assistiti da tecnici in grado di fare i calcoli, chiamati “sensali”.

L’onere dell’affidabilità è dunque passato dal mercante che stipula l’assicurazione alla società che “garantisce” l’eventuale risarcimento. Una di queste società fatta di “possidenti e negozianti di Ancona”, creata nel 1754, ebbe anche un certo successo internazionale, fino a quando la forte concorrenza la portò al fallimento. Il processo in corso, precoce ad Ancona rispetto ad altre piazze commerciali, fotografato dal manuale di Stracca segna comunque una nuova stagione del capitale sociale anconitano, nella quale la “sicurezza” ha sostituito l’avventurismo mercantile dei XIV-XV secoli, corrispettivo commerciale ed antropologico della integrazione della città in uno stato.

Alla velocità è subentrata la stabilità, o per lo meno il diffuso bisogno di averla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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