31/01/2025

Prove tecniche di disambiguazione: la parola “Clandestino”


Quando si parla di migranti, si tende sempre ad utilizzare termini generici e specifici della materia come se fossero equivalenti. La confusione, in questo caso, è un circolo vizioso: l’errore genera confusione e la confusione reitera l’errore.
Di seguito vorrei provare a ridurre il margine di ambiguità che si cela dietro l’utilizzo di una delle parole più comuni nel discorso corrente sui migranti: il celeberrimo clandestino.
Anche se ormai lo consideriamo un sostantivo, in realtà è un aggettivo che indica un’attività illegale, nascosta. Da vocabolario della lingua italiana, un passeggero clandestino è quello che sale su una nave o su un aereo senza autorizzazione, senza documento, senza biglietto. Da qui, probabilmente, l’uso estensivo del termine che, nella nostra attualità, è passato ad indicare i migranti che arrivano in Italia senza visto d’ingresso, nella maggior parte dei casi attraversando la frontiera nord-orientale a piedi oppure attraversando il Mediterraneo in barca.

È rilevante notare che la categoria clandestino non ha alcuna valenza giuridica.

Dov’è, quindi, la fregatura lessicale? Me ne vengono in mente almeno due.
La prima sta nel fatto che le ambasciate europee nei principali paesi di provenienza dei migranti non rilasciano visti per entrare in Europa. Che sia per motivi di studio, di lavoro o di ricongiungimento familiare, l’imbuto si sta sempre più restringendo, in risposta a politiche nazionali che mirano a ridurre le partenze irregolari ma che, agendo di fatto su quelle regolari, ottengono l’effetto opposto. I clandestini, dunque, sono coloro che non hanno modo di ottenere un visto ma, spinti da motivazioni varie, generalmente molto cogenti, decidono comunque di provare a raggiungere l’Europa. Di nascosto, in queste partenze, c’è ormai ben poco: imbarchi e sbarchi avvengono alla luce del sole e a favore di telecamera, il mercato dei trafficanti si è ben strutturato, secondo rotte precise, con un tariffario abbastanza definito e pratiche di violenza ampiamente diffuse che precedono le partenze, tanto quelle via terra quanto quelle via mare.

Ma ce n’è una seconda: può diventare clandestino anche chi è entrato in maniera regolare e poi ha perso i requisiti per mantenere un permesso di soggiorno. D’istinto, viene da pensare a chi delinque e, in seguito ad una condanna, non può più rinnovare il suo titolo di permanenza in Italia. C’è però un’altra fattispecie molto più subdola e che può riguardare una platea molto più ampia: si tratta di coloro che si perdono tra le maglie della burocrazia italiana e, a causa di cavilli e lungaggini, si ritrovano irregolari anche se, nella vita di tutti i giorni, hanno un posto in cui dormire e un lavoro, più o meno precario. Persone che vivono nel nostro Paese da anni che, per i motivi più svariati, hanno perso la residenza e non trovano nessuno che sia disponibile ad ospitarli, dichiarando questa volontà alla Questura. Può capitare a singoli, famiglie, madri sole con figli. Queste persone, che pure tramite i loro stipendi pagano le tasse allo Stato italiano, si ritrovano all’improvviso irregolari, perdono il diritto all’assistenza sanitaria, rischiano il posto di lavoro. Nella migliore delle ipotesi diventano un peso per le strutture di accoglienza a bassa soglia, come mense e dormitori. Nella peggiore, diventano facili prede di caporali e sfruttatori di vario genere, trovano alloggi di fortuna nelle campagne o negli ostelli a cielo aperto, come accade da tempo all’ascensore del Passetto ad Ancona.

Restituire un significato compiuto a questa parola, cancellando magari l’equivalenza con “delinquente”, aiuta a guardare con occhi diversi le persone che si trovano in questa condizione, che può anche essere transitoria e che comunque non può tradursi in un marchio d’infamia a vita. Una maggior efficienza delle nostre istituzioni sarebbe di grande aiuto nella riduzione della “clandestinità” di alcune esistenze, migliorerebbe la sicurezza di tutti, rendendo rintracciabili le persone, favorirebbe l’economia regolare e, in generale, la serena convivenza.

 

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Foto di Sujeeth Potla su Unsplash



Elena Starna
Elena Starna

Elena Starna è nata a Senigallia nel 1984, ha studiato, lavorato e procreato a Ravenna. Lì ha iniziato una sfolgorante carriera da operatrice sociale, dalla strada (in senso stretto, con le prostitute) allo Sprar (purtroppo non si chiama più così). Da sette anni è tornata in patria e da sei coordina una porzione del Progetto SAI "Ancona Provincia d'Asilo" sul territorio di Falconara e di Osimo. Ama il calcio e le connessioni improbabili fra mondi diversi, che annullano le distanze tra "noi" e "loro".


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