“Per la scienza il calabrone non può volare, ma non lo sa. Per questo continua a farlo.” Scientificamente non è vero, ma comunque rende l’idea. Appartiene alla storia di ognuno il fatto di essersi confrontati con ostacoli apparentemente insormontabili che, con determinazione e fiducia, si è riusciti a superare.
Nella vicenda biografica dei migranti richiedenti asilo, questo rappresenta il minimo sindacale: il solo fatto di arrivare vivi in Europa è già la Sfida. Per chi affronta la rotta balcanica a piedi, viene chiamata “The Game”, espressione che a noi ricorda fortunati prodotti cinematografici o televisivi, da Hunger Games a Squid Game e che, invece, per molti migranti, è esperienza reale.
Spesso, molto spesso, l’Italia è un punto di approdo. C’è chi riesce a ricostruirsi qui, a ritrovare un senso e un’appartenenza, a ricreare una famiglia nel nostro Paese. C’è chi invece ne fa un’oasi di sosta, una tappa che può durare anche qualche anno, prima di rimettersi in strada verso la destinazione finale.
Jawad è arrivato in Italia nel 2022. Occhi spiritati di chi ha visto il diavolo in faccia e irrequietudine spasmodica nell’approcciare qualsiasi incombenza, dalle analisi del sangue all’ottenimento dei documenti.
È uno di quei collaboratori afghani dell’esercito statunitense a cui, dopo la riconquista del potere da parte dei talebani nel 2021, era stato prospettato un salvacondotto per gli USA e che poi è stato, distrattamente, dimenticato in patria. Lo racconta chiaramente quando la Commissione territoriale di Ancona, che avrebbe dovuto convocarlo prioritariamente come promesso, trova il tempo di ascoltarlo. È gennaio del 2024 e Jawad spiega che è un ex militare, che si è occupato principalmente di logistica e che, avendo studiato l’inglese, ha alle spalle una lunga esperienza di traduttore per i militari statunitensi. Nell’agosto del 2021, quando da un giorno all’altro diventa chiaro che il ritiro del contingente Usa provocherà l’immediato ritorno al potere dei taliban, Jawad è terrorizzato: per lui e per gli altri collaboratori non c’è scampo in Afghanistan. Né verranno risparmiate le loro famiglie.
Inizialmente viene rassicurato: partirà assieme ai soldati e riceverà asilo negli Stati Uniti. Succede, però, che a causa di un incidente accaduto anni prima, per il quale ha subito un’operazione al braccio, il giorno stabilito per la partenza Jawad non riesca a prendere il volo perché è bloccato dal dolore. One shot, one opportunity: Jawad viene lasciato a terra a Kabul e non può più partire. Dovrà nascondersi per circa un anno e poi rifugiarsi in Iran. Da lì, faticosamente, sarà portato in Italia tramite un’operazione dedicata del nostro esercito.
Ottiene quindi l’asilo politico dall’Italia dopo più di due anni, ma non ha dimenticato la destinazione che vorrebbe raggiungere: quegli stessi Usa che l’hanno lasciato in Afghanistan come un ombrello dimenticato all’aeroporto, dove da anni vive suo fratello e dove vuole rifarsi una vita. Tanta è la sua determinazione che, nei due anni trascorsi in provincia di Ancona ha sempre lavorato, facendo il pizzaiolo e mettendo da parte tutto quello che ha potuto, pur di poter ripartire.
Senza farsi troppa pubblicità, entra in contatto con l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, si fa rilasciare il visto che gli spetta, si sottopone a tutti i vaccini possibili ed immaginabili per entrare negli Usa. A gennaio 2025 ottiene il biglietto ed è finalmente pronto a partire: il volo è fissato per il 5 febbraio, destinazione San Francisco.
Il 20 dello stesso mese, però, Donald Trump si insedia alla Casa Bianca. E, come promesso, pochi giorni dopo adotta i primi provvedimenti per bloccare i flussi migratori verso gli Stati Uniti. Tutti, senza distinzione: non fa alcuna differenza tra un narcotrafficante e uno che ha rischiato la sua vita e quella della sua famiglia per collaborare con l’esercito americano in Afghanistan. Il suo biglietto viene cancellato, come quello di tutti gli altri afghani ancora in Europa e nelle stesse condizioni. Per inciso,molti di loro hanno trascorso questi due anni in Albania, negli stessi alberghi dove per un po’ sono stati ospitati i Carabinieri italiani incaricati di fare la guardia al vuoto dei due centri per richiedenti asilo voluti dal nostro governo. Anche tutto il programma di reinserimento gestito dall’OIM viene immediatamente bloccato: se dovesse arrivare negli Stati Uniti, Jawad non avrebbe più alcun tipo di copertura assicurativa, né la possibilità di stipulare un contratto di affitto.
Il 28 gennaio 2025, martedì, Jawad viene in ufficio. Avevamo previsto di salutarci il giorno dopo e io non so con che occhi guardarlo. Lui, invece, per la prima volta da quando lo conosco, è calmo e determinato.
«Elena, sono venuto a dirti che parto lo stesso».
«Come parti, Jawad? E dove diavolo vai senza biglietto?»
«L’ho ricomprato coi miei soldi. Il biglietto non vale più, il visto sì. Io parto, prima che chiudano tutto davvero. Grazie di tutto».
Seguono due, tre giorni di incertezza. Mi chiama da Fiumicino il venerdì per rassicurarmi che sta per prendere l’aereo. Il giorno dopo lo richiamo io. «Sono arrivato, sono a San Francisco con mio fratello, grazie a tutti voi».
Segue immediatamente foto, finalmente sorridente e disteso.

E il calabrone decise che non gliene fregava assolutamente nulla del fatto che non poteva volare. Ci ha messo quasi quattro anni, ma alla fine ha raggiunto proprio quel fiore che aveva scelto per vivere.
Foto di copertina di Mohammad Rahmani su Unsplash
Elena Starna
Elena Starna è nata a Senigallia nel 1984, ha studiato, lavorato e procreato a Ravenna. Lì ha iniziato una sfolgorante carriera da operatrice sociale, dalla strada (in senso stretto, con le prostitute) allo Sprar (purtroppo non si chiama più così). Da sette anni è tornata in patria e da sei coordina una porzione del Progetto SAI "Ancona Provincia d'Asilo" sul territorio di Falconara e di Osimo. Ama il calcio e le connessioni improbabili fra mondi diversi, che annullano le distanze tra "noi" e "loro".