Il futuro di Portonovo: bene comune o bene di lusso?
Portonovo si risveglia ai primi raggi primaverili, irresistibile richiamo verso il mare e le spiagge. Risveglio, però, per certi versi, dolente. Di sicuro almeno in un caso: l’assenza del mosciolo selvatico. A poco sono valsi i due anni di aperture posticipate e chiusure anticipate della pesca. Il mosciolo non riesce più a crescere in questo specchio di mare Adriatico. L’unica soluzione per sperare in un ritorno nella baia del mitile, indicata dagli esperti della Politecnica delle Marche, è quella dello stop totale alla sua raccolta, intanto per tutto il 2025. La questione è economica, non a caso la cooperativa pescatori di Portonovo si è detta a favore della sospensione dell’attività, purché vi siano i ristori. Anche di questo probabilmente si parlerà alla conferenza stampa di Slow Food sulla piccola pesca sabato 12 aprile.
Ma non solo. A preoccupare è anche la chiara perdita in termini di biodiversità e l’impoverimento delle caratteristiche non solo culinarie, ma anche linguistico-lessicali e dunque culturali di un territorio. Variante dialettale anconetana per nominare la cozza, il mosciolo diventa nel tempo parola a sé per indicare la specie di un particolare frutto di mare, unico nel suo genere, tanto da diventare presidio Slow Food nel 2004, acquisendo così oltre al diritto alla tutela, maggiori prestigio e riconoscibilità, così come il luogo che gli dà i natali, Portonovo, a cui è indissolubilmente legato. All’apice della fama però il mosciolo corre il pericolo di scomparire, dalle tavole e dal mare, e forse dalla lingua. Non resta che la consolazione, almeno per il momento, della meno raffinata crocetta, che a detta di molti, però, continua a rappresentare al meglio lo spirito anconetano.
Mosciolo a parte, l’avvio di stagione a Portonovo si annuncia misero di novità e ricco di antiche e mai risolte questioni. Il testo del tormentone estivo racconta di mareggiate, erosione, limitazione degli accessi, parcheggi, progetti di recupero fermi nell’ordine delle decine di anni. Temi che spesso potrebbero ridursi tutti alla domanda: la baia può dirsi ancora bene comune accessibile a tutti, anconetani e non, benestanti e meno abbienti o è destinata ad essere luogo sempre più esclusivo ed escludente per conformazione e costi?
Partiamo dalle novità. Aprile è iniziato con i lavori di demolizione della struttura in cemento che per decenni ha ospitato il bar Ramona, zona molo. Il chiosco, chiuso nel 2016 per irregolarità nelle autorizzazioni, è rimasto abbandonato dopo la morte, nel 2018, della proprietaria Ramona Emergenti, fino al nuovo bando pubblicato dal Comune a marzo 2024 per dare l’area in concessione. Costo, poco più di 3mila euro l’anno, per sei anni, con l’obbligo di riqualificazione della zona. La manifestazione di interesse prevedeva la demolizione del manufatto ed il ripristino di una struttura destinata all’attività di somministrazione di cibo e bevande a filiera corta e pescato locale. Ad aggiudicarsi la gara è stato Paolo Bonetti, operatore già presente nella baia con la sua Spiaggia Bonetti, stabilimento e ristorante nella zona compresa tra la Torre e la Chiesetta. La nuova struttura sarà di un materiale più ecocompatibile, legno e una sorta di vele per l’ombra, da quello che si apprende dai rendering pubblicati sulla stampa cittadina di recente. Dopo quasi dieci anni di chiusura del bar, anni durante i quali i bagnanti si sono stesi anche sul cemento, non si poteva ipotizzare un altro uso dell’area? Sulla scorta ad esempio di quanto fatto per l’ex ristorante Da Anna? Magari reintegrando l’arenile da destinare a spiaggia libera? Se c’è una cosa di cui non sembra essere carente Portonovo sono ristoranti e bar. Mentre è la spiaggia libera che torna a scarseggiare dopo i fasti della passata stagione, in particolare nella zona della Torre. Le generose mareggiate dell’inverno 2023-2024 avevano regalato metri e metri di granelli, difesi a suon di cortei e striscioni dai comitati e dalle associazioni di ambientalisti per evitare che il materiale fortuitamente arrivato su quell’area fosse trasportato altrove, in particolare nelle concessioni dei privati, le più danneggiate dalle correnti dello scorso anno. Le mareggiate dell’inverno appena trascorso sono tornate però ad essere ingorde di arenile, almeno lato Torre, rimpinguando, almeno in parte, la zona lato Chiesetta, dove, almeno in linea di principio, dovrebbe essersi ripristinata anche la spiaggia libera inghiottita dalle onde nel 2024 ed al centro di aspre polemiche tra comitati e concessionari.
È la legge del mare. E mentre non manca chi ciclicamente torna ad invocare la costruzione di barriere soffolte, ovvero, si legge sul dizionario Treccani, “strutture modulari in cemento armato, posate e accostate sul fondale marino, allo scopo di dissipare l’energia del moto ondoso”, e che almeno da vocabolario non sembrano ad impatto zero, resta ancora lettera morta lo storico progetto di arretramento di ristoranti e stabilimenti quale soluzione per il recupero di metri di spiaggia e lo stop definitivo alla pratica dei ripascimenti, osteggiati dagli ambientalisti e bloccati, per ora, dall’amministrazione comunale. Una delle ultime deadline per il progetto era fissata al 2020, ma si è ancora ben lontani dall’avviare l’operazione a cui si era detta favorevole anche la Giunta Silvetti.
E resta ancora al palo anche il progetto di riqualificazione della struttura ex Mutilatini. Chiusa da ventuno anni, dopo aver bloccato la possibilità di vendita a privati per farne un albergo di lusso, nel 2016 l’associazione Portonovo per tutti, che riunisce oltre venti associazioni ambientaliste, riuscì a far approvare un progetto di recupero che prevede un centro polifunzionale con almeno 50 posti letto e sale da pranzo all’interno dell’edificio con spazi per convegni anche all’esterno. Una sorta di ostello per l’ambientalismo, connubio tra ricettività economica e sostenibile e centro ricerche. Di certo un modo per diversificare l’offerta di accoglienza della baia, che però stenta a concretizzarsi.
A migliorare dovrebbe essere l’offerta per i campeggiatori. La gestione del camping comunale La Torre è tornata a bando. Quindici gli interessati che hanno risposto alla call allo scadere dei termini dello scorso 15 marzo, per gestire la struttura per i prossimi dieci anni, aumentandone la qualità del servizio, andata riducendosi, e portare il campeggio da due a tre stelle. Nulla da fare, invece, anche per quest’anno, per l’altro campeggio, il Conero, chiuso dal 2010, dopo essere stato inaugurato nel 2008, ed al centro di vicende giudiziarie. Si attende la conferenza di servizi deliberante che approverà il nuovo progetto con prescrizioni riguardanti la compatibilità dell’attività con l’ecosistema e il paesaggio oltre a rispettare tutte le norme in materia di antincendi, rumore, illuminazione.
E sul fronte auto? Saranno limitati anche quest’anno gli accessi, bloccando le auto non autorizzate a monte. Nonostante una sperimentazione dai risultati discutibili, anche per l’estate 2025 si ripeterà l’esperienza della Zac, la zona ad accesso controllato, con l’obiettivo dichiarato dall’amministrazione di arrivare nel 2026 ad una vera e propria Ztl, con un sistema di videosorveglianza per la lettura delle targhe. La svolta per ridurre la presenza delle auto potrebbe essere la realizzazione del percorso pedonale che affiancherà la strada comunale, previsto nel progetto Iti.
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Foto di PieroMobile su Unsplash
Agnese Carnevali
Giornalista professionista, è stata cronista per vent’anni per le redazioni dei quotidiani locali, Corriere Adriatico prima ed Il Messaggero poi, per approdare infine all’online fondando la testata Cronache Ancona. Negli anni ha lavorato per uffici stampa pubblici e privati di vari settori, dalla cultura allo sport alla politica, anche come freelance. Da qualche anno è insegnante precaria nella scuola superiore, ma non ha mai abbandonato gli strumenti del mestiere: scarpe buone ed un taccuino di appunti.