Tra i bianchi di scuola. Racconto di un incontro con due teste nere, molto pensanti
“Non siamo più invisibili, potete impararci adesso”.
Giovedì 17 aprile ho partecipato alla presentazione del libro “Tra i bianchi di scuola. Voci per un’educazione accogliente”, della scrittrice afrodiscendente Esperance Hakuzwimana Ripanti. L’incontro era promosso dalla collettiva Nate intere di Ancona e moderato da Oiza Queens Day Obasuyi, italiana di madre nigeriana, dottoranda in sociologia e attivista per i diritti umani. Più che una presentazione, si è trattato di un emozionante scambio di esperienze di vita, anche per il buon pubblico presente alla Casa delle Culture di Ancona.
Nata in Ruanda nel 1991, Esperance è arrivata in Italia nel 1994 in seguito al genocidio. Adottata da una famiglia italiana, da sempre appassionata di lettura e scrittura. Cresciuta nella «bassa bresciana, dove non è facile coltivare le proprie aspirazioni». Dal 2015 vive a Torino, dove ha frequentato la scuola Holden di scrittura. Autrice di romanzi, libri per bambini e saggi, Esperance esprime nei suoi lavori, come testimoniato nel coinvolgente dialogo con Oiza, tutto lo sconcerto per un paese ancora inchiodato sui suoi stereotipi. Ma anche una forte volontà di essere un fattore di cambiamento.
La sua spiccata ironia emerge subito quando racconta la genesi del libro “Tra i bianchi di scuola”, che nasce quasi da una forzatura: il suo primo contratto con la casa editrice Einaudi prevedeva due pubblicazioni, un romanzo e un saggio. Dopo aver dato alle stampe il primo, di fronte alla prospettiva di adempiere ai suoi doveri con un testo sulle “eccellenze nere” («E i mediocri? Dove li lasciamo?»), Esperance rifiuta lo spunto della casa editrice e, sulla scorta di numerosi incontri con insegnanti in difficoltà nell’approcciarsi a bambini di origine straniera, propone invece di indagare il tema della discriminazione degli afrodiscendenti nella scuola pubblica italiana.
A partire dalla questione del nome («chi di noi non ricorda l’incubo dell’appello quotidiano? -chiede Esperance ad Oiza- Il nome è la prima cosa che ci identifica, se si manca di rispetto a quello, pronunciandolo male o storpiandolo, si manca di rispetto a chi lo porta»), Esperance affronta tutte le piccole e grandi questioni che, dagli anni ’90 al primo decennio degli anni 2000, interpellano quotidianamente insegnanti e studenti.
«La fortuna della scuola pubblica è che lì ci sono tutti, nessuno scappa». Campo di ricerca ideale, quindi, per chi si interessa alle interazioni umane nell’ottica di evidenziare le dinamiche di potere e le infinite ramificazioni del razzismo, anche involontario. Gesti e parole che diamo per scontati e che invece possono mettere in crisi l’autocostruzione identitaria di molti studenti che non possono essere incasellati negli standard riconosciuti dal corpo docente. Producendo danni irreversibili. «Siamo tutti partecipi del teatro del razzismo -spiega Esperance- Gli alunni che lo subiscono, gli insegnanti che lo agiscono, il gruppo classe che assiste ed, eventualmente, prende parte: ridendo, o anche solo restando in silenzio».

Nel libro, Esperance spiega come la perdita della lingua madre rappresenti un vero e proprio un lutto che fa parte dell’esperienza delle famiglie migranti. Imporre alle famiglie di non usarla in casa, privilegiando l’italiano, è un atto di potere che mina l’identità dei bambini e impedisce loro di comunicare con le loro radici. La scuola che chiede questo lo fa per ragioni di praticità, per facilitare il lavoro agli insegnanti, dimenticando che, in questo modo, si provoca un danno grave agli alunni. Come può succedere anche in Italia con i dialetti, si perde un potente strumento di comunicazione con le generazioni precedenti, ma anche con i familiari coetanei rimasti nel paese di origine. Si creano, così, delle fratture che difficilmente saranno sanabili.
Questa, come altre, rappresenta un’importante asimmetria nelle relazioni tra autoctoni e migranti/figli di migranti: domande come “da dove vieni veramente?” “che lingua si parla a casa tua?” “dove hai imparato l’italiano?” non sono indice di curiosità, ma rappresentano una violenza psicologica a cui le persone di origine straniera vengono continuamente sottoposte. A loro viene richiesto costantemente di giustificare la propria presenza fra noi. «L’interazione, per me, è un posto, un luogo fisico, in cui io ho il tempo, la disponibilità e la voglia di raccontarti chi sono. Potrei anche non avere sempre questa voglia, e invece vivo in un mondo che da me la pretende costantemente, per potermi etichettare e riconoscere» spiega Esperance.
Da questo punto di vista, la concessione della cittadinanza italiana e tutto l’iter necessario per ottenerla, producono quella che forse è la scissione più profonda tra gli afrodiscendenti e gli autoctoni. «Gli studenti che ottengono la cittadinanza al compimento della maggiore età partono già mutilati di una parte della loro identità, che prima non hanno avuto modo di sviluppare appieno. Chiedere la cittadinanza significa affrontare un processo burocratico, mettere da parte soldi, rinunciare a vivere esperienze che per gli altri sono scontate, nell’attesa del riconoscimento pieno dei propri diritti. Ci sono famiglie in cui due membri hanno la cittadinanza e altri due no… Ogni volta che si apre un dibattito politico su questo, dobbiamo ricordare che lo si fa sulla pelle di persone vere».

Quelle stesse persone che, al termine delle scuole medie, vengono orientate immancabilmente verso un percorso di studi professionale. Molto spesso, infatti, le ambizioni dei giovani afrodiscendenti vengono stroncate, soprattutto a causa del pregiudizio che classifica le famiglie migranti sulla base del censo e stabilisce, a priori, che non avranno i mezzi per sostenere la carriera universitaria dei figli. Questo provoca un meccanismo che si autoalimenta e annulla completamente la speranza di emancipazione rispetto alla condizione dei propri genitori i quali, a volte, possiedono titoli di studio perfino universitari nei paesi di origine, che però in Italia non sono riconosciuti. Vengono quindi relegati, per necessità, a professioni essenzialmente manuali o poco qualificate. L’esempio della madre di Oiza, impiegata in Nigeria e addetta alle pulizie in Italia, dà la dimensione concreta, tangibile, di quanto sia profondo questo scarto. Non solo, ma dà anche la dimensione del mandato che la generazione di Oiza porta sulle spalle: riscattare la posizione dei genitori affrontando la carriera universitaria, nel contesto di scoraggiamento descritto fin qui.
L’invito che Esperance rivolge ai suoi lettori, ma soprattutto alle e agli insegnanti che le chiedono consiglio, è quindi quello di andare oltre le abitudini relazionali consolidate, a maggior ragione nell’ambito della scuola, e quindi considerare gli alunni nella loro individualità senza per forza incasellarli per nazione, classe sociale, lingua parlata. Coltivare il desiderio, per ogni studente, di sviluppare sogni e ambizioni, e di raggiungere i livelli più alti nello studio e nel lavoro.
Finché non accettiamo che l’Italia, a livello culturale e istituzionale, è ancora un Paese razzista, affermano entrambe, finché continueremo a nasconderci dietro la scusa dell’ignoranza, non saremo capaci di affrontare la situazione e portare soluzioni.
Elena Starna
Elena Starna è nata a Senigallia nel 1984, ha studiato, lavorato e procreato a Ravenna. Lì ha iniziato una sfolgorante carriera da operatrice sociale, dalla strada (in senso stretto, con le prostitute) allo Sprar (purtroppo non si chiama più così). Da sette anni è tornata in patria e da sei coordina una porzione del Progetto SAI "Ancona Provincia d'Asilo" sul territorio di Falconara e di Osimo. Ama il calcio e le connessioni improbabili fra mondi diversi, che annullano le distanze tra "noi" e "loro".