16/05/2025

La crisi del medico di famiglia: intervista a Guido Sampaolo


Qualche tempo fa avevo dedicato un articolo a una figura storica della medicina di famiglia anconetana, quella di Aldo Pelliccia. Oggi sul tema della medicina di famiglia ci torno per parlare della sua attuale crisi testimoniata da due fenomeni: i pochi iscritti al Corso di Formazione in Medicina Generale (nelle Marche 106 posti liberi e cioè il 68% del totale) e il pensionamento “anticipato” di medici di famiglia appassionati come Guido Sampaolo, anconetano, l’intervistato di oggi. A lui chiederò di aiutarci a capire un po’ meglio questa crisi.

Nel 1948 il celebre fotografo di guerra W. Eugene Smith trascorse 23 giorni con il dottor Ernest Ceriani a Kremming, un paesino di 2000 abitanti nel Colorado. Lo ritrae mentre si prende cura dei bambini, soccorre un uomo colpito da un infarto, sviluppa radiografie, tutto quello che un medico di famiglia deve fare per curare la sua comunità. Ho guardato e riguardato: Guido e il dottor Ceriani si assomigliano davvero!

Cominciamo Guido. Puoi dirci innanzitutto perché hai scelto a suo tempo di fare il medico di famiglia e dove hai svolto la tua attività?
«Sono nato “in Ancona” nel 1956 e sono figlio della cosiddetta “pletora medica”. Quando mi sono iscritto a Medicina tanti anni fa, l’accesso alla Facoltà di Medicina era libero. Così in tanti, anzi in troppi, ci siamo laureati tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 con la conseguenza di dover conoscere anni di disoccupazione, visto che tutti i posti di lavoro, sia pubblici che privati (Ospedale, Università, Case di Cura, Enti vari) erano stati saturati dalle generazioni precedenti. Uno dei pochi sbocchi occupazionali consisteva nel divenire medico di famiglia. Così, dopo una serie di esperienze (Ufficiale Medico in Aeronautica, Carriera Direttiva del Ministero della Sanità, lunga frequenza in Clinica Medica e Patologia Medica dell’Università Politecnica delle Marche, dove ho conseguito le specializzazioni in Medicina Interna e in Cardiologia), ho iniziato la professione di Medico di Famiglia ad Osimo. Col tempo sono diventato animatore di formazione, tutor e docente per il Corso Specifico per la Medicina Generale e ho avuto il privilegio di essere stato il tutore di centinaia di giovani medici che hanno conseguito l’abilitazione alla professione e che poi sono diventati medici di famiglia come me».

Quali sono le maggiori soddisfazioni che ti ha dato il tuo lavoro?
«Il medico di famiglia organizza il suo lavoro secondo le proprie capacità e attitudini, nel rispetto delle leggi e degli accordi nazionali e regionali. Questa libertà ha certamente soddisfatto il mio desiderio di cimentarmi tra diagnosi e terapie, seguendo il metodo clinico e gli insegnamenti ricevuti dai miei Maestri: Carlo de Martinis, Giovanni Danieli e Alessandro Rappelli. Altra soddisfazione è la consapevolezza di aver svolto anche un ruolo sociale. Se non sei un menefreghista puoi aiutare il paziente e la famiglia a seguire il percorso per affrontare le situazioni di disabilità e di difficoltà spesso intrecciate con la malattia, il che vuol dire gestire in prima persona il processo di cura, agevolando il superamento delle storture del servizio sanitario (iper-specialismo, liste d’attesa). Il supporto fornito dal medico di famiglia, in collaborazione col mondo delle associazioni, del volontariato e delle istituzioni, può fornire risposte anche ai bisogni di salute che emergono dalle situazioni più disparate, creando le condizioni perché il paziente fruisca correttamente di quanto il servizio sanitario e i servizi sociali mettono a disposizione».

Fammi un esempio, Guido
«Eccone uno che non dimenticherò mai: una ragazza gravemente disabile per il danno cerebrale provocato dalla rosolia, contratta dalla madre durante la gravidanza. Sordocieca, con un gravissimo ritardo mentale, tetraplegica, incapace di alimentarsi e nutrita per sonda, affetta da agitazione psico motoria e crisi epilettiche. Era giunta ad Osimo assieme a tutta la famiglia a causa del trasferimento del fratello (sorvegliato speciale sotto copertura), allontanato dalla regione di origine. Tutta la famiglia viveva sotto falsa identità; per motivi di sicurezza non potevano frequentare il mio ambulatorio; quindi, recandomi a domicilio notai come la sorella disabile fosse attaccatissima al fratello: si lasciava visitare solo in sua presenza e solo se le teneva la mano e le parlava, altrimenti era oppositiva. La ragazza presentava scadenti condizioni di salute con una grave anemia secondaria a perdite ematiche dal tubo digerente. Si imponeva l’esecuzione di una trasfusione, nonché una endoscopia per scoprire l’origine del sanguinamento. Non fu facile, ma mi rivolsi a chi ci poteva aiutare. Chiamai il Collega gastroenterologo, caro amico e vecchio compagno del corso di laurea, mi misi in contatto col maresciallo dei Carabinieri responsabile del sorvegliato, che concesse un permesso speciale al fratello per lasciare il domicilio coatto ed accompagnare la sorella all’Ospedale di Fermo. Con un ricovero di sole 24 ore la ragazza risolse i suoi problemi. Si tratta di un caso paradigmatico che dimostra l’efficienza del servizio sanitario se gestito con i supporti adeguati da persone competenti, di buona volontà… e che magari si conoscono».

Storia davvero bella. Ma perché hai scelto di lasciare quando avresti potuto continuare?
«In effetti sarei potuto arrivare a “fine corsa”, fino al compimento dei 70 anni per andare in pensione; mi sono fermato 18 mesi prima. A farmi prendere questa decisione è stato il declino progressivo della professione. Il medico di famiglia è oberato da una mole enorme di richieste, spesso inappropriate, dettate da falsi bisogni di salute indotti da un “consumismo sanitario”, gonfiato ad arte dalla pubblicità e dalla disinformazione dei social media. La giornata del medico di famiglia è scandita da centinaia di telefonate, mail e messaggi (Whatsapp) con le richieste più strampalate e la pretesa di ricevere risposte immediate. Piuttosto che richiedere visite, consultazioni, suggerimenti, la domanda dei pazienti è orientata ad ottenere prestazioni, farmaci o accertamenti, non raramente inutili ed inappropriati. Al medico di famiglia vengono inoltrate le prescrizioni indotte dagli specialisti con liste infinite di esami e farmaci da ricopiare; si tratta di un comportamento scorretto per le responsabilità (deontologiche, legali, amministrative) che vengono scaricate sulle spalle del medico di famiglia. La botta finale me l’ha data questo episodio che ti racconto. Alcuni mesi fa, mentre ero sommerso e sopraffatto dalla marea di tali richieste spesso inappropriate, si è affacciata alla porta la segretaria di un collega: vedendomi in affanno, ha cercato di consolarmi: “Guido, non ti affannare: l’80% di questo lavoro posso farlo io”. Aveva perfettamente ragione: NON ci vuole un medico per prescrivere pannoloni, traverse, cateteri, materassini, esenzioni, piani terapeutici, codifiche, ripetere ricette, emettere certificati, redigere relazioni e report per l’azienda sanitaria, compilare format per la regione, richiedere trasporti sanitari, monitorare l’andamento delle prescrizioni facendo zapping su 4 o 5 programmi contemporaneamente, classificare e conservare chili di carta ed inchiostro. È sufficiente un impiegato amministrativo! La decisione di anticipare la pensione, che meditavo da tempo, è divenuta certezza da quel giorno».

Ma allora non si può fare nulla per migliorare la situazione?
«Non solo si può, si deve. Quello del medico di famiglia è un lavoro bellissimo che raccomando ai giovani medici. Ed è un lavoro indispensabile per i cittadini. Ma va adeguato ai tempi e io darò, se a qualcuno interesserà ascoltarli, i consigli che derivano dalla mia lunga e appassionata esperienza».



Claudio Maffei
Claudio Maffei

Medico in pensione con una lunga esperienza di Direzione Sanitaria dopo un decennio di lavoro all’Università.
Si occupa tuttora di politica sanitaria su cui pubblica contributi in varie testate nazionali e regionali.
Ama la sua città e vorrebbe contribuire a migliorarla.


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