08/08/2025

Perché cercare gli sciami quando possiamo attirare le farfalle?


Sedici minuti a piedi, 1,2 km. La badante avanza, curva sul peso dei doveri; gli adolescenti, immersi nei loro AirPod; le neomamme con i passeggini che si alternano alle bici di Deliveroo; i professionisti eleganti che seguono il passo di qualche signore bengalese in ciabatte; l’1/4 che parte dal capolinea, mentre i jogger ignorano il semaforo davanti al bar Djana; i cani che marcano il territorio ad ogni aiuola. È il Viale della Vittoria di Ancona, una sorta di Rambla locale con ampie aiuole alberate, simbolo della città e dei suoi abitanti.

Se esiste una attività anconetana per eccellenza, è senz’altro passeggiare per il viale. Ad ogni ora si può incontrare questa strana specie di nuotatori che occupa il tempo facendo le vasche avanti e indietro. In molte città di provincia nel weekend si va al centro commerciale; qui invece i “flaneur” anconetani camminano senza fermarsi nemmeno a consumare una bibita, nonostante la tentazione dei mattinieri davanti al Moldavia e dei serali che passano tra i tavoli della Pineta. La domanda è: perché gli anconetani camminano senza una vera destinazione?

La risposta non è certamente che siamo una città di salutisti. In una città chiusa tra i colli, la pianura è senz’altro un’oasi felice e la mancanza di deviazioni lungo il percorso non costringe l’anconetano a scegliere dove andare.
Credo però che esista una ragione più profonda, legata alla nostra identità culturale. Al Viale ci sentiamo soli, insieme a tanti. A casa, ma fuori dalle proprie mura. Con un amico, ma senza orecchie indiscrete che ascoltano la conversazione. Paradossalmente, proprio nel luogo in cui l’anconetano rischia di incontrare qualcuno, si sente più a suo agio. Per questo, camminare non è una prescrizione medica, ma un costume cittadino.
L’anconetano non vuole essere incatenato dal bisogno di essere visto, non ha fretta di fare qualcosa, non cerca nella folla il conforto del vuoto, non vuole l’intrattenimento dopo una giornata di lavoro, ma desidera solo camminare per essere sé stesso. E il Viale permette di essere da soli senza mai sentire davvero la solitudine.

La camminata al Viale più che far felice il turista che potrà apprezzare la scia tracciata dai nostri coloni, dove l’orizzonte urbano abbraccia il mare e lo ritrova alla fine, è un rifugio per l’anconetano che cammina come se l’inizio del cammino fosse già il ritorno. Ma questa abitudine, così semplice e preziosa, impone una domanda più ampia: se il Viale è il cuore vissuto dell’anconetano, allora dove pulsa il resto? Se il Viale della Vittoria è il nostro Eixample, un quartiere residenziale ordinato in zona centrale, con una sua filosofia abitativa, qual è l’identità degli altri quartieri? Perché tante zone restano prive di una identità o restano immobili, schiacciate tra il passato e l’abbandono?

Invece di inseguire solo la strada dei grandi eventi negli stadi o nelle arene costruite ad hoc (comunque necessari per un capoluogo di Regione), forse dovremmo chiederci se la vera politica attrattiva non debba nascere proprio dal quotidiano, da questi passi anonimi che solcano la città.
Ha davvero senso costruire spazi per chi arriva da fuori, prima di ascoltare chi abita dentro?
Una città desiderabile per chi vi abita non è forse la miglior cartolina per chi la visita? Ancona che non ha la bellezza monumentale di Firenze, che rischia di soffocare la vita dei residenti, né il lungomare di Rimini, che attrae famiglie durante le ferie estive, e allora perché cercare gli sciami, quando si possono attirare le farfalle?

Pochi mesi fa ero a fare due passi con un amico che non vive in Ancona. Davanti alla statua di Stamira, nel cuore di Ancona, il suo sguardo cadde sull’eroina medievale che sfidò le truppe nemiche portando il fuoco dentro l’accampamento degli assedianti, è memoria viva della città. Lui ignorava del tutto la sua storia e mi ha chiesto se era un simbolo del femminismo. Da lì, si ricordava che via Oberdan, dove avevamo passato alcune serate, non era lontano. Mi ha chiesto di andarci, ma gli ho dovuto dire che ora era meglio non andare, che tanto ha chiuso tutto. Allora, giustamente, mi ha chiesto se in Ancona ci fosse la possibilità di mangiare la pizza al Formaggio, lo stoccafisso, il brodetto in qualche stand, qualcosa di tipico come quando uno va a Genova e vuole mangiare la focaccia o le trofie al pesto. Non avendo la risposta, l’ho portato agli Archi, dov’è rimasto sorpreso della rivitalizzazione di un quartiere che ricordava molto diverso.

A fine serata mi ronzava in mente la domanda: Cosa raccontiamo di noi a chi viene?
Ancona non ha bisogno di smantellare, ma di ritessere ciò che già esiste.
Una politica urbana che guarda al futuro deve saper distribuire il respiro della città: non solo eventi, ma presenza, spazi da vivere. Perché forse il vero turismo, oggi, non è più quello che consuma le città, ma quello che le ascolta.
E allora sì, anche l’anconetano che cammina al Viale diventa un maestro di civiltà: insegna che la città non è una vetrina, ma una pratica quotidiana. Che si può essere turisti vivendo la città, riconoscendosi in un tratto di strada, in un’ombra di pino, in un tramonto. E che camminare —a volte— è ricordarsi della propria città. Ancona deve far camminare i suoi turisti, sperando che un giorno qualcuno torni a casa dicendo “sarebbe bello vivere in Ancona”.

 

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In copertina una cartolina d’epoca dal sito https://www.pegliese.it/CARTOLINE/CARTOLINE_menu.html



Lorenzo Spreti
Lorenzo Spreti

Funzionario, esperto di pubblica amministrazione, ex studente Istao, con una formazione economica. La curiosità lo porta un po' ovunque.


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