12/09/2025
Azzurri e diversamente azzurri, la discriminazione nello sport raccontata da Mauro Valeri
By Elena Starna
In questi giorni di trionfi e sconfitte azzurri, ci si imbatte continuamente in articoli e articolesse sull’Italia multicolor, dove le atlete e gli atleti rappresentano splendenti esempi di integrazione e pacifica convivenza fra pallidi purosangue ed esotici di varie gradazioni. Atletica, basket, pallavolo (femminile) e, lo dico sottovoce, pure il calcio… non sembrano esserci più baluardi, il recinto sembra definitivamente abbattuto. Paola Egonu in lacrime alla fine del 2022, quando le chiedevano “perché sei italiana” ormai se lo ricorda solo lei (e la solita sfilza di commentatori seriali idioti sui social). Tutto sembra coperto da una coltre di entusiasmo sportivo che travalica confini, lingue e trafile burocratiche per l’ottenimento della cittadinanza.

Anni e anni fa, in tempi in cui il tema era molto meno sotto gli occhi di tutti, qualcuno scriveva di discriminazione nello Sport e si appassionava alle storie degli atleti italiani diversamente bianchi. Si chiamava Mauro Valeri, era un sociologo e psicoterapeuta, e faceva parte dell’Osservatorio su razzismo e xenofobia. È scomparso nel 2021, prima che Larissa Iapichino esplodesse nel salto in lungo a livello internazionale e mentre Marcell Jacobs conquistava Il suo oro olimpico. Ha scritto numerosi libri sul legame tra sport e discriminazione, non solo razziale. Tra i più interessanti, Stare ai giochi, uscito nel 2012, che affronta il tema della complessa partecipazione alle Olimpiadi di tutti coloro che non rientravano nella categoria del “maschio, bianco, normodotato, eterosessuale e cristiano”; Black Italians, che raccoglie le biografie di una quarantina di atleti, più o meno conosciuti, che hanno vestito ed onorato la maglia azzurra pur non avendo origini italiane. Ogni biografia è inserita nel suo contesto storico ed è filtrata alla luce del livello di pregiudizio razziale presente all’epoca in cui si svolgono i fatti. Spesso vengono riportate le leggende metropolitane e le curiosità morbose sui corpi degli atleti neri, come l’invenzione che i neri sarebbero naturalmente più dotati di massa muscolare e che non necessiterebbero di allenamento per raggiungere gli stessi livelli di competitività dei bianchi. Racconti che varrebbe la pena leggere a scuola, ma anche recuperare ogni tanto in risposta ai leoni da tastiera che anche oggi non trovano di meglio da fare che prodursi in becere considerazioni sull’italianità dei nostri campioni.
Molti esempi vengono dal pugilato e su uno in particolare Valeri si è concentrato maggiormente: il Nero di Roma, Leone Jacovacci (2008, Palombi editori). La storia dell’invincibile mulatto italico è praticamente sconosciuta ed è incredibile pensare che è stato il primo italiano nero a rappresentare l’Italia nel 1928, in pieno ventennio fascista. In oltre 400 pagine vengono raccontate nel dettaglio la vita, i successi, ma anche e soprattutto le tremende vessazioni subite dal precursore di quegli eroi che sarebbero stati negli Anni Sumbu Kalambay,Fiona May, Carlton Myers e Fabio Liverani. Non solo, ma alla vicenda di Leone fanno da sfondo mille riferimenti alla cultura popolare italiana dagli anni ’20 agli anni ’70, con quell’esotismo che compare frequentemente nei film, nelle canzoni, negli sketch in tv e che sottintendeva una formulazione bonaria del razzismo, un po’ giocherellone e un po’ falsamente ingenua, che in realtà ha reso tollerabili fino ad oggi comportamenti aberranti come I “buuuuu” o I lanci di banane allo stadio. Un testo che, in questo senso, è in grado di generare grande consapevolezza e che, letto con la dovuta attenzione, può aiutarci anche oggi ad individuare il potenziale discriminatorio che si cela dietro molte considerazioni apparentemente neutrali.
A Mauro Valeri e alla sua lotta pluridecennale è dedicata la settimana civile antirazzista, che si svolge ogni anno a cavallo del 21 marzo.
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Credit foto di copertina: FIPAV
Elena Starna
Elena Starna è nata a Senigallia nel 1984, ha studiato, lavorato e procreato a Ravenna. Lì ha iniziato una sfolgorante carriera da operatrice sociale, dalla strada (in senso stretto, con le prostitute) allo Sprar (purtroppo non si chiama più così). Da sette anni è tornata in patria e da sei coordina una porzione del Progetto SAI "Ancona Provincia d'Asilo" sul territorio di Falconara e di Osimo. Ama il calcio e le connessioni improbabili fra mondi diversi, che annullano le distanze tra "noi" e "loro".


