Innovazione e discontinuità o il centrosinistra non arriva più
Alcuni lodevoli contributi volti ad esaminare le ragioni della sconfitta nelle Marche mi stimolano a qualche riflessione. La proposta politica di base (il cosiddetto campo largo) è stata e resta l’unica possibile, ha una sua credibilità, ma non è sufficiente. Ed è veramente ridicolo e pericolosamente auto-assolutorio sostenere che gli elettori “non ci hanno capito” perché invece il problema è che il centro sinistra a loro non è arrivato.
Quella metà di marchigiani che non ha ritenuto di andare a votare e che evidentemente, quantomeno, non sono sostenitori del centrodestra, hanno assimilato un tale distacco dalla politica che il centro sinistra non è minimamente riuscito ad intaccare, anzi i dati ci dicono che rispetto alle elezioni precedenti è aumentato. Questo dovrebbe diventare il primo punto di riflessione per avviare un seria ricerca della cause da parte delle forze politiche, ad iniziare dal maggiore partito della coalizione, il PD, che ancora invece non ha trovato la forza di analizzare quel che era successo nel 2020.
La sconfitta di allora ha solo sancito una progressiva perdita di consenso scaturita dalla assoluta mancanza di una visione di governo del cambiamento da parte del centrosinistra, che si è invece abbandonato alla gestione dell’esistente con una semplice logica del mantenimento del potere che serviva anche per coprire, a stento, gli appetiti individuali e le divisione interne.
Tutto questo ha prodotto il progressivo allontanamento di vasti strati della società civile dalla partecipazione politica e la chiusura di canali di comunicazione che ora è difficoltoso riattivare.
Si è allora definitivamente lacerato quel tessuto prezioso di relazioni con la società (sindacati, associazioni di categoria, associazionismo vario, etc.) che aveva sostenuto il cambiamento politico nel 1995, quando con un lavoro faticoso (ero allora segretario regionale del PCI-PDS) il centro sinistra conquistò la Regione, poi le quattro province e successivamente i 17 comuni superiori ai 15.000 abitanti. Ed è dalla ricostituzione di quel tessuto che bisogna ripartire, ritornando a parlare alle persone, e non solo attraverso i media, per confrontare il programma con le esigenze reali specie in materia di welfare, di lavoro e di ambiente.
Partendo da questa considerazione, appare forse troppo ottimistica la speranza nutrita di una possibile vittoria magari giocata erroneamente sull’idea del presunto prestigio del candidato presidente. L’eccessiva personalizzazione della politica porta a pensare che basti l’esposizione di una singola personalità, quando quello che serve per recuperare credibilità è la costruzione e messa in campo di una classe dirigente.
Serve un lungo e paziente lavoro per trovare i canali di ascolto che portino a riannodare i fili con le persone e i territori, sicuramente per fare questo serve innovazione e discontinuità nel modo di vivere la politica .
Un percorso faticoso ma possibile considerato che, come dimostrano anche i dati elettorali, il centrodestra nelle Marche appare tutt’altro che imbattibile.
Massimo Pacetti
Da insegnante è stato il fondatore della CGIL Scuola provinciale e ha diretto per oltre 15 anni l’Istituto Regionale per la storia del Movimento di Liberazione.
Eletto consigliere comunale di Ancona nel 1975 come indipendente nelle liste del PCI, ha ricoperto l'incarico di assessore e vice sindaco, poi deputato, consigliere regionale e infine Assessore provinciale a Cultura, Istruzione, Formazione e Lavoro. Una lunga militanza politica, dal Pci ai Ds, di cui è stato a lungo membro della Direzione Nazionale. È stato segretario regionale di Pds e Ds, dal 1994 al 2001. Ha lasciato il PD nel 2014.