16/01/2026

Se il bilancio non sceglie, la politica è in stallo


Caro Diario,

da poco il Consiglio Comunale ha approvato il bilancio di previsione che è in realtà un articolato di atti tra i quali è ricompreso il DUP (il Documento Unico di Programmazione) che “dovrebbe” rappresentare il principale strumento di guida strategica e operativa per l’amministrazione. È il terzo bilancio di previsione che mi trovo a votare e dunque ormai una mia idea me la sono fatta. Purtroppo, al di là del prevedibile e un po’ ritrito gioco delle parti, l’approvazione di un bilancio di previsione del Comune rappresenta ormai uno stanco atto ragionieristico, un mero adempimento tecnico-contabile, un esercizio di sopravvivenza nel quale, sostanzialmente, si garantisce l’essenziale per mandare avanti la macchina amministrativa: le spese incomprimibili, i servizi minimi indispensabili e obbligatori. Tutto il resto viene rimandato alla possibilità, sempre incerta e differita, di intervenire successivamente attraverso variazioni di bilancio. Provoca un sapore amaro che travalica le appartenenze politiche e va dritto al cuore dell’agibilità del Consiglio comunale.

È soltanto una lontana e sbiadita copia di ciò che un tempo rappresentava il cuore pulsante dell’indirizzo politico di un’amministrazione. Era l’atto che tracciava la strada lungo la quale una Giunta prima e un Consiglio poi, decidevano dove far andare la città: quali investimenti privilegiare, quali sfide affrontare, quali priorità assumere come segno identitario del proprio mandato. Costituiva, in sostanza, la traduzione numerica di una visione politica precisa. Ormai non è più così e accade in molte città italiane, non solo la nostra.

Chi oggi sta all’opposizione, con una certa idea della politica, deve assumere questo tema come centrale, perché non solo lo riguarderà quando sarà al governo, ma soprattutto perché attiene alla supremazia della politica sulla gestione, al ruolo decisivo della programmazione rispetto all’ordinaria amministrazione, alla capacità della politica di orientare, e non solo di registrare, ciò che accade.

I problemi ci sono e sono oggettivi; sottovalutarli sarebbe sciocco: i vincoli statali, gli equilibri di finanza pubblica, le rigidità del sistema contabile, le incertezze dovute alla mancata approvazione dei bilanci sovraordinati –regionale e statale– da cui dipendono quote rilevanti dei trasferimenti agli enti locali. Ma non ci si può nascondere dietro a questi ostacoli. La sensazione è che, almeno in parte, questa situazione faccia comodo a chi governa. Un bilancio che non guida più la città, ma si limita a seguirla, espone meno chi governa, rende più facile aggiustare in corsa, consente di muoversi senza assumere responsabilità chiare. Un ottimo alibi per chi rifugge le scelte coraggiose e sappiamo bene che purtroppo oggi i Don Chisciotte latitano.

Il problema, insomma, non è contabile: è democratico. Quando il bilancio perde valore politico, il Consiglio comunale perde il ruolo decisionale che gli è proprio; la programmazione perde respiro strategico; la città perde la capacità di immaginare sé stessa; i cittadini perdono la possibilità di valutare davvero chi li governa. Un bilancio che non sceglie, di fatto non racconta niente: non indica un’idea di futuro, non definisce una direzione, non esprime alcuna priorità.

Per rompere questa deriva, serve trovare un’altra strada. Occorre rimettere al centro poche priorità chiare e dichiarate, anche nel confronto con Regione e Stato; rafforzare il personale e le competenze del servizio di programmazione economico-finanziaria e della gestione del bilancio; costituire una struttura capace di occuparsi in modo solido dei progetti di innovazione e dei fondi europei; investire seriamente negli strumenti di partecipazione territoriale e nell’amministrazione condivisa dei beni comuni; assumersi la responsabilità di rinunciare ad alcune scelte per poterne compiere altre davvero significative. Solo così il bilancio preventivo potrà tornare ad essere ciò che dovrebbe: il primo e più forte atto politico dell’anno, non un documento che certifica soltanto ciò che non si può fare.


L’intervento di Carlo Pesaresi in consiglio comunale nella discussione sul bilancio

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Foto di copertina di Kelly Sikkema su Unsplash




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