Nell’arco di pochi giorni, durante il periodo delle feste, sulla stampa locale si è passati dal racconto strabiliante dell’Ultimo dell’anno a piazza Cavour, 10mila presenze, gente da tutta Italia a riempire hotel e ristoranti, a quello del centro -non più il Piano o la periferia- teatro di violenze da parte di giovani “sbandati”, che picchiano, distruggono e terrorizzano le persone. Li hanno appellati come “maranza”, termine odioso che ha riempito le pagine dei quotidiani per una settimana ancora, tra i botta e risposta della politica. Resta difficile da capire come si possa passare in pochi giorni e in pochi metri -le cronache della festa di piazza Cavour datate 2 gennaio, quelle della furia cieca di piazza Roma il 5- da una città a tinte oro ad una a tinte fosche.
Luci ed ombre di una stessa realtà? Può darsi. Ma a leggerla, più che a viverla, Ancona pare “lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde”.
Il punto di contatto tra i due estremi può forse ritrovarsi in una narrazione iperbolica dei fatti da parte dei media che genera un quadro quasi schizofrenico della città e alimenta uno scollamento dalla realtà, almeno in chi cerca di essere assiduo lettore da un lato e attento osservatore dall’altro. Ne scriveva su Ancona Rivista a Colori, il consigliere comunale Carlo Pesaresi, riflettendo sull’abitudine di ammantare di straordinarietà l’ordinario da parte dell’Amministrazione. Modalità di comunicazione adottata ed amplificata anche dai mezzi di informazione, che dovrebbero, appunto, informare e non comunicare, azioni che, è bene ricordare, non sono sinonime.
Partiamo dall’Ultimo dell’anno. Bell’evento e buona organizzazione. Francesca Michielin non scalda gli animi né trascina, ma fa il suo lavoro. Ci sono i fan sfegatati arrivati da fuori regione intervistati sotto palco dai presentatori della serata. Ci penserà poi il noto dj Nicola Pigini ed il suo vocalist a solleticare l’entusiasmo dei presenti. C’è chi balla e si diverte. Non certo 10mila: l’obiettivo numerico annunciato e confermato da Giunta e stampa, per non smentire se stesse, eccezion fatta per Il Resto del Carlino che sceglie toni più sobri ed aderenti al vero, per raccontare l’addio al 2025 e si ferma a 4mila persone. Di queste, da uno sguardo sul campo, la maggioranza era composta da anconetani e da appartenenti alle comunità internazionali residenti in città. Insomma, per moltissimi il Capodanno in piazza, più che lo show di richiamo di tutto il Centro Italia, era probabilmente l’unica possibilità di festa, un’occasione di divertimento gratuito. Il che non toglie nulla all’evento. Eppure sembra sia obbligatorio utilizzare parole roboanti, forse, per giustificare un esborso ingente di denaro pubblico. Presenze gonfiate, accoglienza sold out, Ancona all’apice della popolarità. Come se garantire un’esperienza di intrattenimento collettivo, di condivisione e di buona qualità fosse accettabile e degno di merito solo se assicura guadagni extra, a pochi, rispetto al benessere, che passa anche attraverso momenti di socialità, dei più.
Ma a fuochi d’artificio spenti e a tappi di spumante ormai muti, Ancona si trasforma in una realtà tetra e spaventosa. In un sabato sera ancora di festa (4 gennaio), piazza Roma diventa scena di sangue. L’atmosfera dipinta, in particolare dal Corriere Adriatico, è degna di letteratura o filmografia noir. Il gelo che penetra nelle ossa, piazza Roma deserta. Le serrande abbassate, i resti di cibo sulle panchine. Luci fioche e una musica in lontananza. E un maxi posacenere ammaccato segno dell’ennesima rissa dei “maranza” padroni del centro. Tolte le vesti della narrativa, la cronaca racconta di una donna testimone della violenza. Compare in forma anonima e dichiara di aver urlato ai giovani di fermarsi. Non chiama le forze dell’ordine. Ci penserà una guardia giurata che si trova a passare da quelle parti a sedare la rissa, il suo nome e cognome compare solo su Il Resto del Carlino, testata a cui dichiarerà di essere intervenuto e di essere riuscito a mettere in fuga da solo i ragazzi pur “non essendo John Cena”. All’arrivo delle forze dell’ordine “sulla scena del crimine” non resta che il maxi posacenere, “corpo del reato”. Nessuna denuncia. Nessuno che si sia presentato al pronto soccorso. In ospedale ci era arrivato, però, qualche giorno prima, un ambulante, picchiato selvaggiamente, sempre da un gruppo di giovani, anche questa volta definiti “maranza”. I due episodi, il secondo in particolare, danno il La ad una serie di articoli che trasformano la città -e non più solo il Piano- in una terra di nessuno, insicura e poco controllata, a causa della presenza di giovani immigrati di seconda e terza generazione. Il che fa virare poi tutto il dibattito sullo scontro politico tra centrodestra e centrosinistra sulla matrice etnica della violenza. In una settimana il Corriere Adriatico titola in prima con “Bottigliate e colpi di posacenere. Centro di Ancona choc con i maranza padroni” (5 gennaio) “Maranza, la sinistra fa outing” (6 gennaio), “Basta nascondere la testa sono i figli degli immigrati” (7 gennaio), “Una pattuglia fissa anti-maranza” (9 gennaio), “Ci davano sempre dei razzisti” (10 gennaio), “Niente è più di sinistra che garantire città sicure” (13 gennaio). Il focus quindi si sposta da quanto avvenuto alla contrapposizione politica per arrivare all’assunto, ormai, pare bipartisan, che a delinquere di più siano i figli degli immigrati, pur con qualche sfumatura: una destra che invoca l’esercito ed il pugno duro ed una sinistra che punta più sulla necessità di servizi, sottolineando però anche come l’Amministrazione sulla presenza di poliziotti di pattuglia sia più brava a parole che a fatti.
Nonostante il tentativo di distinguo, si cristallizza l’idea che a commettere reati siano i figli dei residenti stranieri, riportandoci a teorie di lombrosiana memoria. Il tutto rafforzato da quel termine “maranza”, di cui, benché l’Accademia della Crusca dia varie definizioni e lo rilevi comparso per la prima volta sulla scena pubblica nel 1988, viene utilizzato, nella fattispecie, per indicare la provenienza dei genitori di questi giovani, per lo più dal Nord Africa, cosa che alimenta pregiudizi. A ben vedere, questi giovani di seconda, ma anche terza generazione, il più delle volte hanno già la cittadinanza italiana. Forse più che di “un’emergenza maranza” -se ha senso parlare di emergenza- si potrebbe parlare di disagio giovanile. Qualcuno ha provato a farlo, più a sinistra che a destra, finendo però fagogistato da più semplicistiche spiegazioni. I dati, a cui molti si appellano, ma che nessuno pubblica o cita, pur se mettessero in evidenza percentuali maggiori di violenza tra i figli di immigrati, non sarebbero comunque sufficienti a dimostrare il rapporto di causa-effetto. Quali altri variabili incidono? Classe sociale e livello culturale e di istruzione, povertà, accesso ai servizi? Siamo certi che figli di italiani da generazioni, alle medesime condizioni, non mostrerebbero comportamenti devianti? Il Resto del Carlino, che pure negli stessi giorni titola: “Altra rissa tra giovanissimi, in centro volano bottiglie, paura nella piazza” (5 gennaio), “La testimonianza: ‘Così abbiamo fermato quei temibili maranza’” (6 gennaio), “Giovani violenti, più pattuglie” (9 gennaio) ed infine con il fondo “Violenza giovanile tra freddi dati e percezione reale” (10 gennaio) prova a proporre una prospettiva diversa. Pubblica i dati della Prefettura che mettono in evidenza come i reati siano scesi in città e che quindi è più questione di percezione del pericolo, alimentata anche dai media, che non di realtà. Invita poi a considerare “l’aspetto generazionale” , scrivendo “non chiamateli maranza”. Apprezzabile, se non fosse che nella stessa settimana uno dei titoli fa riferimento ai “maranza” e molti altri ne sono comparsi per descrivere situazioni analoghe anche in altre città della regione.
In questa psicosi di paiette e mimetica, forse rileggere il concerto dell’Ultimo dell’anno non solo come l’ascesa di Ancona nell’Olimpo dell’intrattenimento italiano, ma come una delle possibilità per creare senso di comunità, per offrire ai cittadini, tutti, uno spettacolo buono, democratico e popolare, che non esclude, è una strada. Del resto anche al Piano, considerato uno dei quartieri più critici di Ancona in tema di sicurezza e criminalità, residenti, esercenti e associazioni chiedono anche qualche opportunità di aggregazione e socializzazione. Non è la soluzione a tutti i mali certo, ma è un elemento da prendere in considerazione, che certo questa Amministrazione non pare scorgere. Del resto la Giunta non ci ha pensato due volte a cancellare il concerto nel periodo natalizio previsto nel quartiere, perché “troppo costoso”. Meglio sopralluoghi e blitz e presidi fissi dei vigili urbani.
D’altronde, a volte, per vedere meglio la strada è più utile la luce di un lanternino che un occhio di bue puntato addosso.
Agnese Carnevali
Giornalista professionista, è stata cronista per vent’anni per le redazioni dei quotidiani locali, Corriere Adriatico prima ed Il Messaggero poi, per approdare infine all’online fondando la testata Cronache Ancona. Negli anni ha lavorato per uffici stampa pubblici e privati di vari settori, dalla cultura allo sport alla politica, anche come freelance. Da qualche anno è insegnante precaria nella scuola superiore, ma non ha mai abbandonato gli strumenti del mestiere: scarpe buone ed un taccuino di appunti.