Quante vite non capisci / e quindi non sopporti / perché ti sembra non capiscan te…
Sì, è Ligabue, sono abbastanza vecchia per poterlo citare. È un verso che mi viene spesso in mente sul lavoro, soprattutto con certi soggetti particolarmente impegnativi.
Metà ottobre 2025. Mariya (nome di fantasia) mi chiede un colloquio urgente. Sta da tre anni con noi, ma parla pochissimo italiano. La trovo in ufficio molto concitata. Ci sediamo in stanza e, a modo suo, mi dice che se ne va. Torna in Ucraina. La nuora ha partorito un’attesissima nipotina, una gravidanza a lungo desiderata in famiglia. Mariya qui è sola, se si esclude un’amica di Castelfidardo con la quale, ogni tanto, va a ballare il liscio. Ha 69 anni e nessun orizzonte di inserimento in Italia. Letteralmente, non ha nulla da perdere a tornare indietro.
Parla con emozione, ma come sempre la sua commozione è contenuta, si limita ad un leggero tremore della voce e a qualche lacrima.
La ascolto e penso a quanta fatica abbiamo fatto per arrivare a questo livello di fiducia. Mariya è arrivata in progetto a novembre del 2022. L’unica persona che ha preteso la presenza di testimoni esterni, due connazionali, al momento della firma del regolamento di accoglienza in struttura. Normalmente, dedico circa due ore a spiegare bene tutto quello che si fa e si chiede di rispettare finché si rimane ospiti del progetto. Con lei sono state necessarie quattro ore e mezzo. Manco Mentana la sera dei referendum. Mi ha chiesto specifiche e rassicurazioni su ogni virgola. Era terrorizzata soprattutto dalla convivenza con altre donne di provenienza varia, con timore crescente a seconda della gradazione di marrone della pelle.
Al mio seguono colloqui su colloqui, lamentele, telefonate di connazionali messi in allarme per i più piccoli disagi, cui fanno da contraltare improperi vari da parte mia e dei colleghi, frustrati da questa matura signora che non riesce ad accettare la sua condizione di profuga tra profughe. “Quelle sono arrivate col barcone, io vengo da un Paese in guerra!”. Ritornello ripetuto più e più volte per rivendicare un miglior piazzamento nella classifica delle sfighe, che sui noi operatori dell’accoglienza sortisce l’effetto dello spray al peperoncino.
Eppure, nella stessa struttura dov’è accolta Mariya, ci sono una mamma e una bambina nigeriana. Una peste scatenata, quest’ultima. Un carattere durissimo e difficilmente scalfibile, la madre. Nell’incomprensibile intreccio delle vite che non si capiscono e non si sopportano, Mariya e la bambina diventano nonna e nipote. La mamma gliela affida a mo’ di baby sitter quando ha qualche incombenza. Mariya a volte va a prendere la bambina a scuola e, strada facendo, le insegna qualche parola di russo, che lei parla fluentemente. Ci tiene ad informarci che la bambina è molto intelligente e recettiva. D’altronde, quando l’Ucraina era ancora sotto l’URSS, lei faceva l’educatrice in un istituto: se ne intende.
Passa il tempo, Mariya comincia ad affidarsi a noi. Frequenta la scuola, anche quella pomeridiana gestita da volontari, ma non riesce ad imparare la lingua. Si dedica a piccole attività creative, più che altro per passare il tempo. Risolviamo insieme qualche piccolo acciacco fisico. Ormai si è abituata al continuo turn over delle persone che vivono con lei. A ottobre del 2024 deve salutare la nipote acquisita, il cui tempo di accoglienza è terminato: lei e la mamma si trasferiranno prima ad Ancona e poi nel Lazio. Anche Mariya deve cambiare casa, pur rimanendo nel progetto, per le nostre tremende logiche interne che spostano numeri e traslocano vite. Dopo un altro anno, Mariya viene a parlarmi della sua scelta. E, in quel momento, finalmente la capisco. Capisco un unico desiderio può ancora tenere agganciata alla vita una donna di quasi settant’anni, profuga prima in patria e poi in Italia, senza legami e senza affetti nelle vicinanze, senza la possibilità di ricostruire qualche sprazzo di esistenza in un Paese di cui non capisce molte cose: stare vicina ad una nuova vita, nata nel mezzo di una guerra senza senso. Occuparsi di lei, della nuora, del figlio. Ricreare un briciolo di normalità in un posto dove di normale, ormai, è rimasto poco. In fondo, cos’ha da rischiare?
La incoraggio, le dico che sta facendo la scelta giusta. Organizziamo il viaggio insieme, anche se in realtà ha preparato tutto da sola. A novembre, nel giorno fissato, io e una delle colleghe che ha lavorato di più con lei la accompagniamo alla stazione di Ancona. Ci scattiamo un selfie e ridiamo del fatto che, da quando ho ricominciato a colorarmi i capelli di rosso, più o meno abbiamo la stessa tinta.
Passa qualche giorno, ogni tanto in ufficio ci chiediamo come starà Mariya. Poi ci arriva un messaggio da lei: “Ciao! Sto bene. Ci sono arrivata normalmente, ma ci è voluto molto tempo. Mi sto adattando un po’. Sono felice di rivedere la mia attesa nipotina. Sono felice di stare accanto a mio figlio e alla mia famiglia! Sto cercando di abituarmi a qualche blackout occasionale e altri disagi. Grazie mille per le vostre cure e attenzioni!! In bocca al lupo!”
Ha scelto, controcorrente, di tornare dove cadono bombe, saltano linee elettriche e riscaldamento. Augura buona fortuna a noi. E, finalmente, sembra felice.
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Foto di copertina di Tina Hartung su Unsplash
Elena Starna
Elena Starna è nata a Senigallia nel 1984, ha studiato, lavorato e procreato a Ravenna. Lì ha iniziato una sfolgorante carriera da operatrice sociale, dalla strada (in senso stretto, con le prostitute) allo Sprar (purtroppo non si chiama più così). Da sette anni è tornata in patria e da sei coordina una porzione del Progetto SAI "Ancona Provincia d'Asilo" sul territorio di Falconara e di Osimo. Ama il calcio e le connessioni improbabili fra mondi diversi, che annullano le distanze tra "noi" e "loro".