Domenica 25 gennaio abbiamo avuto come ospite in Ancona Mario Del Pero, professore di storia globale e storia della politica estera statunitense a Parigi e autore, per Il Mulino del libro “Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump”. La chiacchierata coordinata da Ruben David alla Chiesa del Gesù ha avuto una vasta eco e ha visto una grande partecipazione di pubblico, nonostante alcuni problemi logistici non ci abbiano consentito di accogliere gli spettatori come ci riesce di solito. Nel complesso è stato però un incontro davvero interessante e utile a districarsi nella comprensione di ciò che sta accadendo oltreoceano. Quella che segue è la sintesi rielaborata dei temi espressi in quella giornata.
Partiamo da una questione quasi metodologica, eppure importante. La storia può aiutarci a comprendere quello che sta accadendo oggi negli Stati Uniti?
«Di mestiere faccio lo storico e cerco quindi di leggere il presente attraverso le chiavi della storia. Questo non significa credere nella ciclicità o nella ripetizione degli eventi, né pensare che la storia offra “lezioni” pronte all’uso. Non si tratta di tornare al passato per trovare modelli identici a ciò che accade oggi per ricavarne indicazioni, ma di ricostruire i processi che hanno condotto all’oggi. La storia non si ripete, è progressiva ma non lineare ed è fatta di rotture, svolte e discontinuità. È con questo approccio che provo a comprendere ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, una situazione che mi colpisce e mi addolora profondamente. Sono un americanista, ho vissuto e lavorato a lungo nel Paese, verso il quale nutro una forte passione intellettuale. Tornarci oggi suscita in me una preoccupazione inedita. Storicizzare il presente significa dunque contestualizzare, collocare l’oggi in una traiettoria più ampia. Così emergono fattori che aiutano a spiegare fenomeni altrimenti difficili da comprendere, dall’ascesa di Donald Trump alla presidenza alla spirale di violenza che attraversa la società americana, fino all’impressione sempre più netta di una torsione autoritaria e illiberale».
Guardiamo allora più da vicino a questi fattori. Quali sono le cause profonde, la matrice storica, di Trump e del trumpismo? Nel libro richiama fattori come la sfiducia nelle istituzioni, la polarizzazione, le disuguaglianze e la deindustrializzazione che hanno segnato gli Stati Uniti degli ultimi decenni. Vorrei si soffermasse sulla dimensione socioeconomica: perché l’idea di una base elettorale di Trump composta soprattutto dalla working class è, a suo avviso, una lettura fuorviante?
«L’elezione di Trump si comprende solo ricostruendo il profondo malessere sociale ed economico e il processo di delegittimazione della politica e delle istituzioni, su cui una proposta radicale e autoritaria come la sua ha potuto fare leva. Nell’ultimo mezzo secolo, i processi di integrazione economica globale, riassumibili nel concetto di globalizzazione, hanno trasformato in profondità la struttura sociale ed economica degli Stati Uniti e non solo. In nessun altro Paese avanzato, tuttavia, questi cambiamenti hanno avuto effetti così dirompenti: la quota di occupati nell’industria manifatturiera è crollata di circa il 70%, con la perdita di milioni di posti di lavoro. Oggi il settore manifatturiero impiega appena il 7-8% degli occupati, circa un terzo rispetto a Paesi come Italia e Germania. Durante il liceo trascorsi un anno negli Stati Uniti a Gary, una città industriale dell’Indiana nata attorno all’acciaio e poi devastata dalla deindustrializzazione. Tra gli anni Settanta e Novanta, con l’arrivo dell’acciaio giapponese e tedesco prima ancora che cinese, ha perso circa il 70% degli abitanti e non si è mai più ripresa. Ma queste dinamiche non hanno riguardato tutta l’America. Mentre alcune aree sono state colpite duramente, altre –grandi aree metropolitane e poli dell’economia dei servizi come Charlotte, Austin, Phoenix o la Silicon Valley– hanno beneficiato dalla transizione verso un altro modello di economia. Ne è derivata una frattura territoriale e sociale profonda, primo elemento chiave per comprendere il trumpismo. A questo processo se n’è affiancato un secondo strettamente correlato. In una società di servizi avanzati, con specifiche politiche fiscali e tributarie, sono cresciute in modo significativo le diseguaglianze di reddito e, ancor più, di ricchezza. Il premio salariale legato al livello di istruzione è aumentato drasticamente e chi è privo di titoli post-secondari oggi accede soprattutto a lavori precari e peggio retribuiti. Fino al 2008, l’impatto di queste trasformazioni è stato in parte attutito da un meccanismo compensativo: i consumi alimentati dal debito, resi possibili dall’aumento del valore degli immobili e da un accesso estremamente facile al credito. Quel compromesso sociale –i consumi come ammortizzatore indiretto delle disuguaglianze– è però esploso con la crisi dei mutui subprime. Venuto meno quel meccanismo compensativo, sono riemerse con forza le fratture sociali che la bolla immobiliare aveva temporaneamente occultato. Da questo quadro emerge che i gruppi maggiormente colpiti sono stati soprattutto i maschi bianchi con livelli di istruzione bassi o medio-bassi e redditi medio o medio-bassi, che hanno visto ridursi reddito e potere d’acquisto. Sono loro –e non gli americani più poveri– a costituire la base elettorale di Trump. A questi si aggiungono gli elettori con redditi molto elevati, attratti dalle promesse di riduzione delle tasse sui redditi alti, sui capitali e sui profitti d’impresa, nonché dalla promessa di smantellamento dell’impianto regolatorio post-2008. A questi fattori si somma, nel 2008, l’elezione del primo presidente afroamericano. Una parte dell’America bianca non l’ha mai accettata, alimentando una campagna di delegittimazione che Trump ha contribuito a guidare fin dall’inizio e sulla quale ha costruito la sua ascesa. È su questa reazione che si innesta il riemergere della questione razziale e del suprematismo bianco come componente ideologica del trumpismo. Nel tornante del 2008 si intrecciano dunque la crisi di un modello socioeconomico e il riemergere della questione razziale che si sommano al fallimento delle guerre americane del XXI secolo. È in questo contesto di rabbia, frustrazione e sfiducia che matura il terreno su cui può affermarsi una figura antipolitica come Donald Trump. Senza questo sfondo non si spiegherebbe l’elezione, per la prima volta nella storia statunitense, di un presidente privo di qualsiasi precedente esperienza politica o militare. Una rottura quindi che diventa comprensibile solo alla luce della frattura prodotta dal 2008, da collocare nella più ampia trasformazione dovuta ai processi d’integrazione economica globale dell’ultimo mezzo secolo».
Torniamo alla questione della torsione autoritaria. Tra l’uso dell’agenzia federale ICE (Immigration and Customs Enforcement) come strumento para-militare al servizio del presidente, le intimidazioni nei confronti della stampa, la messa in discussione del limite dei due mandati e delle regole del gioco elettorale, fino al precedente dell’assalto al Campidoglio, i segnali si accumulano. In quale punto della “scala di grigi” tra democrazia e autocrazia si collocano oggi gli Stati Uniti di Trump? E qual è lo stato dei contropoteri interni inclusa l’opposizione politica?
«Credo che l’esistenza di un tentativo di torsione autoritaria sia ormai difficilmente contestabile. La gravità di quanto sta accadendo è tale che negarla significa essere ideologicamente ciechi o in mala fede. Che questo progetto riesca a compiersi fino in fondo non è scontato, perché molto dipenderà dalla tenuta dei contropoteri democratici, ma l’impianto autoritario è evidente. Il caso dell’ICE è particolarmente rivelatore. Nata dopo l’11 settembre 2001 con funzioni prevalentemente amministrative legate al controllo dello status degli immigrati e all’antiterrorismo, l’agenzia è stata progressivamente trasformata da Trump in un braccio operativo e militarizzato dell’esecutivo. L’ultima legge di bilancio ne ha quadruplicato i fondi; gli agenti sono passati da 10.000 a 22.000 e dovrebbero arrivare a 50.000 entro la fine del mandato. Il reclutamento segue criteri apertamente politici e ideologici, con una presenza significativa di ambienti del suprematismo bianco. A ciò si aggiungono formazione accelerata, addestramento insufficiente, uso sproporzionato della forza e un messaggio di sostanziale impunità. Quando veri e propri assassinii documentati vengono giustificati come operazioni contro il “terrorismo interno”, senza sospensioni né indagini, non siamo di fronte a singoli abusi ma alla costruzione deliberata di una verità alternativa (sul vissuto quotidiano negli States e in particolare a Minneapolis ricordiamo anche la videointervista che abbiamo realizzato con Jackie Noble la scorsa settimana). Fin dall’insediamento della nuova amministrazione, inoltre, si è dispiegata una violenza senza precedenti contro immigrati e presunti irregolari, con una sospensione di fatto dell’habeas corpus che ha portato anche persone innocenti in carceri di massima sicurezza in El Salvador, dopo essere state incatenate ed esibite come trofei. Questa torsione non riguarda però solo sicurezza e immigrazione. Si manifesta anche nel modo di governare. Trump fa un uso massiccio degli ordini esecutivi, molto superiore a quello di Biden, tentando in alcuni casi di modificare principi costituzionali fondamentali come il diritto di cittadinanza sancito dal XIV emendamento. Il Congresso, pur a maggioranza repubblicana, è stato marginalizzato e si governa per eccezione, mentre l’autonomia delle agenzie e delle istituzioni federali viene progressivamente erosa. Il Dipartimento di Giustizia è ormai un organo al servizio diretto del presidente; persino la Federal Reserve è stata oggetto di forti pressioni ed ingerenze. Tra i primi atti dell’amministrazione vi sono stati il licenziamento degli ispettori generali di tutti i dipartimenti dell’esecutivo incaricati di vigilare sulla legalità dell’azione di governo e incriminazioni mirate contro funzionari considerati avversari politici, a partire dal funzionario che aveva certificato la regolarità delle elezioni del 2020 e dall’ex direttore dell’FBI. Tutto ciò mette in luce anche la fragilità della Costituzione americana, antica e poco attrezzata a contenere una sfida autoritaria di questo tipo. Sul fronte dei contropoteri, il ruolo più attivo è stato finora svolto dalle Corti, che hanno bloccato diversi decreti presidenziali. Tuttavia, il mancato rispetto di alcune sentenze apre una crisi costituzionale, aggravata dalla sentenza del 2024 sull’immunità presidenziale e dal ruolo ancora tutto da verificare di una Corte Suprema a maggioranza conservatrice e in parte nominata dallo stesso Trump. Un ulteriore contropotere è rappresentato dalla mobilitazione civile ed elettorale. Nel ciclo elettorale del 2025, dalle elezioni locali al referendum in California, i democratici hanno ottenuto risultati significativi e oggi controllano più governi statali rispetto a dieci anni fa. Se le elezioni di mid-term si svolgeranno regolarmente, è probabile che riconquistino la Camera, anche se restano forti incognite legate a intimidazioni e interferenze incluso il dispiegamento dell’ICE ai seggi. I media continuano a operare, ma il loro impatto sull’opinione pubblica è fortemente ridotto da un ecosistema frammentato e polarizzato dove circolano narrazioni false o manipolate. A ciò si aggiunga il fatto che Trump in più di un’occasione ha tentato di influenzare o pilotare processi di fusione e concentrazione dei media. In sintesi, un disegno autoritario è in atto. I contropoteri democratici non sono scomparsi, ma agiscono in un clima di intimidazione e violenza crescente. È questa combinazione di repressione, delegittimazione e produzione di verità alternative a definire i tratti dell’autoritarismo contemporaneo».
Venendo alla politica estera, lei sostiene che l’isolazionismo non sia una categoria utile per interpretare il collocamento internazionale statunitense, né oggi né storicamente. Eppure, soprattutto durante la campagna elettorale e già nel primo mandato di Trump, anche in Europa si è diffusa l’idea di un presidente sostanzialmente isolazionista. Alla luce del discorso di insediamento del gennaio 2025 e delle prime azioni della nuova amministrazione, quale visione di politica estera emerge oggi? Se non si tratta di isolazionismo, quali categorie interpretative risultano più adeguate?
«L’isolazionismo non è una categoria analitica utile, né per Trump né, più in generale, per la storia degli Stati Uniti. Quando Trump si insedia per la prima volta nel 2017, gli Stati Uniti dispongono di centinaia di basi militari nel mondo, il dollaro è la valuta di riferimento del sistema finanziario e commerciale globale e Washington mantiene un potere decisivo nelle istituzioni internazionali. Un Paese con questo livello di proiezione globale non può “isolarsi”, può semmai ridefinire forme, strumenti e linguaggi della propria egemonia. Per comprendere la politica estera della seconda amministrazione Trump, la categoria più adeguata è quella di imperialismo, inteso in senso sia analitico sia prescrittivo. Analitico, perché la politica internazionale viene concepita come una competizione permanente tra potenze in un contesto anarchico e a somma zero. Prescrittivo, perché se questa è la natura del sistema internazionale, allora –nella visione trumpiana– è legittimo agire senza vincoli multilaterali, senza mediazioni istituzionali e senza remore morali. Si tratta inoltre di un imperialismo esplicito, ostentato. Nel discorso di insediamento del gennaio 2025 Trump richiama apertamente l’espansione territoriale e il manifest destiny, uno slogan del nazionalismo cristiano espansionista che rinvia all’Ottocento, alla guerra contro il Messico (1846-1848) ai tempi del presidente James Polk e alla prima fase dell’ascesa imperiale americana alla fine di quello stesso secolo. Non a caso indica William McKinley come modello e arriva ad affermare che gli Stati Uniti “si prenderanno la Groenlandia in un modo o nell’altro”, parole che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate impensabili. Questa visione emerge con chiarezza anche nella nuova National Security Strategy (NSS). Il capitolo sull’America Latina ripropone una Dottrina Monroe aggiornata, che concepisce la regione come uno spazio a sovranità limitata e legittima un diritto di intervento diretto degli Stati Uniti nel loro “giardino di casa”. Non sorprende che la pressione si stia nuovamente concentrando su Paesi come Venezuela e Cuba, secondo una logica apertamente neocoloniale. Accanto all’imperialismo, si afferma una dimensione che potremmo definire gangsteristica: una politica estera fondata sull’uso disinibito della forza, della minaccia e del ricatto, in cui l’azione conta più della legittimità. Trump lo aveva già esplicitato nel 2017 sostenendo davanti ad un giornalista che gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare da Putin ad essere dei “killer” più efficaci. Infine, vi è una terza componente cruciale: l’affarismo. La politica estera diventa strumento al servizio di interessi privati e familiari. Dalla deregolamentazione delle criptovalute che favorisce direttamente attività riconducibili alla famiglia Trump, agli investimenti esteri in società controllate dai suoi figli, fino ai dossier mediorientali gestiti dal genero Jared Kushner e intrecciati all’attivismo dei fondi sovrani del Golfo, emerge una sistematica confusione tra interesse nazionale e arricchimento personale. In questo quadro si collocano anche iniziative opache come il cosiddetto Board of Peace, dove Trump viene indicato come presidente a vita e pensato come alternativa alle istituzioni multilaterali onusiane. Anche lo scontro con l’Unione Europea può essere in parte letto in questa chiave, come difesa degli interessi dei grandi colossi digitali statunitensi contro le politiche regolatorie europee. Dunque, la politica estera trumpiana non è isolazionista ma è il prodotto di una combinazione di imperialismo esplicito, uso predatorio del potere e privatizzazione delle relazioni internazionali. Ed è proprio questa miscela a renderla profondamente destabilizzante, per l’ordine globale e per la stessa democrazia americana».

Riguardo i rapporti transatlantici, tra minacce a Stati membri dell’Unione Europea e della NATO, dazi unilaterali, retorica ostile verso gli alleati, ambiguità sull’Ucraina e sostegno ai movimenti Make Europe Great Again (MEGA), quale visione ha oggi l’amministrazione Trump dell’Europa e dell’UE? L’obiettivo è indebolire il progetto di integrazione sovranazionale? E sul piano della difesa e sicurezza, come va interpretato il rapporto con la NATO?
«Ho appena terminato l’insegnamento di un corso sulle relazioni transatlantiche e, scherzando, ho detto ai miei assistenti che forse è l’ultimo anno in cui questo corso avrà luogo. Perché siamo di fronte ad una crisi qualitativamente diversa rispetto a quelle del passato. Partiamo dall’Europa. Dal punto di vista di Trump e del suo entourage, l’Europa è al meglio un partner subalterno, dipendente, facilmente ricattabile; al peggio è un vero e proprio nemico. Un nemico ideologico, perché l’Unione Europea, con tutti i suoi limiti, resta un progetto di integrazione sovranazionale e cosmopolita, cioè l’esatto opposto del nazionalismo razziale e identitario alla base del trumpismo. Non è un caso che nella National Security Strategy si parli di una possibile “cancellazione della civiltà europea” e si affermi che alcuni Paesi starebbero diventando “meno europei” in quanto destinati ad essere meno bianchi e meno cristiani. In questa visione oltretutto l’Alleanza Atlantica smette di essere solo un’alleanza strategico-militare e diventa un progetto di civiltà: un Occidente definito in termini razziali e religiosi. A ciò si aggiungono elementi più pragmatici come l’accusa all’Europa di essere troppo legata economicamente alla Cina e, soprattutto, il fastidio per la capacità regolatoria dell’UE, che colpisce direttamente grandi interessi economici statunitensi, dal digitale alle multinazionali. L’Unione Europea ha finora scelto una strategia di mediazione consistente nell’attenuare l’urto, guadagnare tempo, cercare compromessi sui dazi per proteggere un tessuto produttivo, come quello italiano, fortemente esposto al mercato americano. Questa scelta ha una sua razionalità politica ed economica, ma ha un costo elevato in quanto l’UE ne esce ulteriormente delegittimata e umiliata. Non ha dato l’impressione di fermezza né di capacità di risposta autonoma, e Trump lo ha capito benissimo. Vuole disintegrare l’UE? Sì. Perché per lui è molto più conveniente trattare bilateralmente con governi nazionali, più deboli e più facilmente divisibili, e perché spera di favorire l’ascesa di “piccoli Trump” in Europa. Il sostegno esplicito ai partiti dell’estrema destra europea, gli incontri istituzionali selettivi con la segretaria di Alternative für Deutschland (AfD) al posto del cancelliere tedesco, il messaggio apertamente antieuropeo del vicepresidente J.D. Vance alla Conferenza di Monaco vanno tutti in questa direzione. Quanto alla NATO, il tema dell’aumento fino al 5% rispetto al PIL della spesa militare dei Paesi membri è in larga misura cosmetico. Serve a fare pressione politica e propaganda, più che ad aumentare il reale contributo militare europeo all’Alleanza creando magari un pilastro europeo della NATO. L’Alleanza Atlantica resta fondata su un compromesso strutturale e asimmetrico: gli Stati Uniti garantiscono sicurezza, gli europei concedono basi, privilegi e una posizione semi-imperiale a Washington. Questo compromesso oggi scricchiola, ma non viene sostituito da un’alternativa coerente. Il punto decisivo è un altro, ovvero che dentro lo schema neo-imperiale di Trump non esistono alleati permanenti. Tutto è transazionale. Ogni relazione è uno scambio che deve favorire il più forte. Se servono territori, risorse o concessioni, vengono presi anche se appartengono ad alleati storici. La crisi sulla Groenlandia nasce esattamente da qui. In questo quadro, la crisi transatlantica attuale non è solo l’ennesima crisi, come tante se ne sono succedute dalla fondazione dell’Alleanza, ma è una trasformazione profonda del modo in cui gli Stati Uniti concepiscono alleanze, partner e ordine internazionale. E questo la rende qualitativamente diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta».
Ruben David
Ruben David lavora presso l’Ufficio legislativo di un gruppo parlamentare, dove si occupa di clima, ambiente ed esteri — i suoi principali ambiti di specializzazione. Su questi temi ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Trento. Nel corso della sua carriera ha lavorato per think tank, enti e centri di ricerca, tra cui il CMCC e l’ISPI. Ama il mare e sogna, un giorno, di imparare a fare l'orto e andare in barca a vela.