Dalla carta al cantiere: Cesena e il banco di prova del nuovo PUG
Tornare alla propria città universitaria, si sa, è un po’ come fare un tuffo nel passato. Anche dopo quindici anni si ricordano facilmente i percorsi tortuosi delle strade del centro e il freddo pungente della pianura padana che, a gennaio, entra sotto la pelle. Ma questa volta il ritorno non è stato solo un esercizio di nostalgia. È stato un sopralluogo per verificare con i miei occhi luci e ombre di un nuovo strumento urbanistico: il PUG, acronimo di Piano Urbanistico Generale.
Cesena è oggi molto diversa da quella che avevo lasciato dopo la laurea: non soltanto più matura, ma decisamente più consapevole delle proprie trasformazioni urbane. Ad accompagnarmi in questa riscoperta non sono stati semplici ricordi, ma due ex compagni di università che oggi hanno ruoli chiave in questo processo: l’assessora all’Urbanistica Cristina Mazzoni, classe 1986, al secondo mandato, e l’architetto Pier Nicola Currà, coetaneo, fondatore di uno studio che conta quasi trenta professionisti. Il passaggio generazionale è forse il primo dato interessante. Non tanto per una questione anagrafica, quanto perché racconta una città che ha scelto di affidare la propria trasformazione a una nuova leva di amministratori e progettisti.
Quindici anni fa discutevamo di esami e concorsi; oggi discutiamo di consumo di suolo, rigenerazione e città pubblica, loro in quanto protagonisti della città.
La legge urbanistica dell’Emilia-Romagna è del 2017 ed è stata uno dei principali riferimenti per la recente legge marchigiana, approvata nel novembre 2023. Le due normative condividono un cambio di paradigma: meno espansione, più rigenerazione; meno quantità, più qualità.
La legge marchigiana è, sotto alcuni aspetti, persino più stringente: prevede infatti l’azzeramento del consumo di suolo, mentre quella emiliano-romagnola consente ancora una quota residuale di espansione. Ma la differenza non sta solo nei numeri. Sta nei tempi. L’Emilia-Romagna ha già avviato e in molti casi concluso la redazione dei nuovi PUG, mentre nelle Marche siamo ancora all’inizio del percorso. In questo quadro, Cesena rappresenta un caso interessante: una città di dimensioni paragonabili ad Ancona, con circa 96 mila abitanti, che ha approvato il proprio PUG all’inizio del 2023 e oggi ne sta sperimentando l’attuazione concreta. Non una metropoli, non un caso eccezionale per attrattività turistica, ma un contesto medio, produttivo e solido, molto più simile al nostro di quanto si possa pensare.
E se Ancona si appresta proprio ora ad avviare il proprio PUG, guardare a Cesena significa osservare da vicino cosa accade quando un piano smette di essere teoria e inizia a incidere sul territorio. Come sono solita ripetere: più politico della politica, c’è solo l’urbanistica, perché investe tutti gli aspetti del nostro quotidiano, forgiando, in sostanza, la qualità della nostra vita.
Per questo osservare Cesena non è un esercizio di curiosità, ma un’anticipazione possibile: è ciò che potremmo diventare tra tre o quattro anni. Con le stesse ambizioni, ma anche con le stesse difficoltà operative.
Naturalmente parlare di un piano urbanistico non è semplice: il rischio è quello di perdersi in norme, indici e tavole. Ma il punto non è il tecnicismo. È capire se un piano riesce davvero a trasformare la città. E per verificarlo bisogna guardare ai luoghi in cui le scelte diventano spazio costruito, mobilità, verde, servizi.
Partendo dai principi, i nuovi PUG –sia romagnoli che marchigiani– condividono un presupposto chiaro: il contrasto al cambiamento climatico non è più una dichiarazione d’intenti, ma un vincolo strutturale della pianificazione. Dopo decenni di espansione urbana incontrollata, e di massiccio recupero dei centri storici, la pianificazione sposta oggi al centro del dibattito le questioni ambientali, causa l’aumento della desertificazione e degli eventi catastrofici come alluvioni e frane. E da questa idea derivano una serie di azioni che mai si era pensato di poter mettere in campo: drastica riduzione (o totale azzeramento nel caso delle Marche) del consumo di suolo, che vuol dire stop all’espansione edilizia, alle aree edificabili fuori dal perimetro urbano, con buona pace dei costruttori, che su questa prassi hanno fino ad oggi costruito il mito italico del “mattone come investimento sicuro”. Ma non solo: porre al centro l’ambiente e il clima vuol dire anche mettere in campo operazioni strategiche di ampio respiro, che vanno dalla prevenzione del rischio ambientale fino all’attenzione nei confronti delle risorse energetiche, come la definizione di nuove sistemazioni fluviali o costiere, la realizzazione di bacini di espansione in caso di alluvioni, il consolidamento di porzioni di territorio a rischio frana e la riduzione degli sprechi energetici con l’aggiornamento delle reti infrastrutturali urbane (elettrica, dati internet, acqua, gas etc).
Insomma, dopo decenni in cui l’espansione urbana era sinonimo di crescita, oggi il paradigma si rovescia. L’obiettivo non è più distribuire nuove aree edificabili, ma rigenerare ciò che già esiste. Ma cosa significa, concretamente?
Significa che il piano non assegna più diritti edificatori come semplice quantità. La città non cresce in larghezza; si trasforma in qualità.
È qui che Cesena ha introdotto uno degli strumenti più interessanti: l’Indice di Riduzione dell’Impatto Edilizio (IRIE), mutuato dall’esperienza di Bolzano. Il meccanismo è semplice: più alta è la qualità ambientale dell’intervento –tetti verdi, permeabilità, riduzione delle superfici impermeabili, forestazione urbana– maggiore è la volumetria consentita. La premialità non è automatica, ma legata a parametri misurabili.
Accanto a questo, Cesena ha introdotto nuove dotazioni ecologico-ambientali, che si affiancano ai tradizionali standard di parcheggi e verde pubblico. Non più solo aiuole residuali, ma interventi di depavimentazione, piantumazioni, aumento della permeabilità. In altre parole: meno asfalto, più ombra. Non è una deriva ideologica, ma un dato fisico: le città si surriscaldano, gli eventi climatici estremi aumentano, il suolo impermeabile amplifica i danni e la pianificazione non può ignorarlo. Questo non vuol dire che tutta la città, dal corso del centro alla più lontana periferia, debba trasformarsi nella casa di Jumanji con le liane appese in ogni dove, ma semplicemente che, se è possibile e strategicamente utile, è meglio inserire alberi e panchine, al posto di asfalto e auto.
Questo spostamento ha una conseguenza inevitabile: lo spazio urbano è finito. Se aumenta il verde, qualcosa deve diminuire, in particolare lo spazio destinato alle auto. La questione ambientale si intreccia così con quella della mobilità e delle abitudini quotidiane. E io che pensavo che per evitare l’Armageddon sarebbe bastato sedersi a bordo piscina e comportarsi come in una vacanza coi fratelli Vanzina.
Se la questione ambientale impone di ridurre il suolo impermeabile, la mobilità diventa di conseguenza il banco di prova più delicato: non si tratta solo di piantare alberi, ma di ridistribuire spazio. A Cesena questo passaggio è visibile nell’area della stazione ferroviaria, uno dei principali ambiti strategici individuati dal PUG. Un tempo grande distesa di parcheggi e superfici dure, oggi è un cantiere aperto che racconta una diversa idea di città.
Il nuovo hub degli autobus –una struttura leggera, quasi aerospaziale nella sua immagine– segna l’ingresso a un sistema integrato di mobilità pubblica. Intorno, la trasformazione è più ampia: spazi verdi progettati con il coinvolgimento degli studenti delle scuole superiori che si affacciano sull’area, nuovi percorsi pedonali, una riorganizzazione dei parcheggi a tariffe accessibili, interventi pubblici e privati ancora in fase di definizione. Qui la strategia del piano diventa operativa: non è più solo riduzione del consumo di suolo, ma rigenerazione di un nodo urbano cruciale, la “porta” della città per chi arriva in treno o in autobus.
Naturalmente il tema della mobilità resta complesso. Ridurre l’uso dell’auto privata non significa demonizzarla, ma costruire alternative credibili. La pianura romagnola aiuta, ma non basta la geografia: serve continuità amministrativa, investimenti pubblici e capacità di coordinamento. Gran parte degli interventi sono sostenuti da fondi PNRR, e questo apre una domanda inevitabile: cosa accadrà quando le risorse straordinarie finiranno?
La trasformazione dell’area stazione è dunque un esperimento concreto. Funziona se riesce a diventare modello replicabile, non un episodio isolato. Ed è su questa capacità di sistema che si misurerà, negli anni a venire, la solidità del PUG.
Se ambiente e mobilità sono i due pilastri tecnici dei nuovi PUG, la partecipazione è il loro presupposto politico. Basta aprire un qualsiasi telegiornale per capire perché siamo tutti così disillusi nei confronti della politica e delle istituzioni che non è neanche più necessario argomentare. È finito il tempo dei grandi partiti che indirizzavano le posizioni delle masse, e siamo oggi in una post-modernità nucleare, in cui la realtà è poco più di un’appendice, spesso non necessaria. In più, questa disillusione si salda ad una crisi sociale in scalata: il potere d’acquisto è in picchiata per tutti, il divario economico tra classi sociali si amplia a velocità esponenziale e il numero dei lavoratori cala in favore della popolazione “non attiva”. Per questo diventa così fondamentale pensare all’economia ma anche ricostruire un tessuto sociale, partire dalle relazioni minime, dai vicini, dagli amici, dal quartiere…insomma, dalla città. È qui che, se vogliamo avere un futuro come specie sociale, dobbiamo ritrovare il modo di comunicare, di ascoltarci, di capire chi siamo e di combattere insieme per avere una vita che non sia più mera sopravvivenza. La partecipazione non è l’escamotage della politica per ottenere consensi in modo superficiale (quando non apertamente truffaldino), ma è il tentativo, complesso e faticoso, di ricostruire la democrazia e la nostra libertà mattone per mattone.
Negli ultimi anni la pianificazione urbana ha dunque progressivamente abbandonato l’idea del piano come atto calato dall’alto. La qualità di un progetto non dipende solo dalla forma finale, ma dal processo che lo genera. Tavoli di ascolto, co-progettazione, confronto con associazioni e operatori non sono un ornamento comunicativo, ma uno strumento operativo. A Cesena questo approccio trova la sua espressione più evidente nel progetto di Palazzo Roverella, grande complesso storico nel cuore del centro, per decenni progressivamente svuotato di funzioni e memoria. L’intervento nasce all’interno del quadro strategico del PUG e si sviluppa attraverso un percorso di co-progettazione che ha coinvolto amministrazione, associazioni, progettisti e soggetti del territorio. Prima ancora che un progetto edilizio, Roverella è un programma funzionale condiviso. Oggi il complesso si prepara a diventare un hub sociale articolato in residenze sociali e co-housing, studentati e affitti calmierati, spazi associativi e culturali, corti aperte e attrezzate come nuovo spazio pubblico permeabile. Le corti interne –ridisegnate come sequenza di spazi verdi differenziati– diventano il dispositivo urbano più interessante: non semplice giardino condominiale, ma sistema di relazioni, attraversamento e sosta. Qui la partecipazione si misura nella governance futura: gestione condivisa degli spazi, coinvolgimento del terzo settore, sperimentazione di modelli abitativi collaborativi. Non è la celebrazione della comunità in astratto, ma la costruzione concreta di un ecosistema urbano misto.
Naturalmente il processo non è privo di complessità: sostenibilità economica, gestione nel tempo, equilibrio tra funzioni pubbliche e private sono nodi aperti. Ma proprio in questa tensione si misura la differenza tra un’operazione immobiliare e un progetto di città. Il terzo intervento osservato a Cesena non riguarda direttamente un grande pezzo di città, ma un’infrastruttura sociale: l’emporio Solidale, ricavato da un ex ristorante comunale in un’area periferica, all’interno di un contesto produttivo. L’idea è semplice e radicale allo stesso tempo: trasformare le eccedenze alimentari del territorio in risorsa redistributiva. Si accede con la tessera sanitaria; la spesa si effettua attraverso un sistema di punti calibrato sull’ISEE. Non assistenza, ma accesso regolato e dignitoso a beni di prima necessità. L’Emporio non è un episodio isolato: si inserisce in una rete di strutture analoghe lungo la via Emilia, con scambio di prodotti e coordinamento territoriale. La città che produce diventa anche città che redistribuisce. Dal punto di vista architettonico, l’edificio evita la retorica minimalista dell’intervento “sociale”: una pelle metallica iridescente, segni cromatici decisi, un’immagine riconoscibile. La qualità formale non è un lusso, ma una dichiarazione di pari dignità. Anche i luoghi destinati alla fragilità possono e devono essere belli.
Se Roverella rappresenta la città che rigenera il proprio patrimonio storico, l’Emporio racconta la città che si prende cura delle proprie vulnerabilità. In entrambi i casi, il PUG non è solo uno strumento tecnico, ma una cornice che orienta scelte di lungo periodo. Non tutto è risolto, naturalmente. Ogni trasformazione urbana comporta compromessi, equilibri delicati, sostenibilità economica da verificare nel tempo. Ma Cesena offre un dato interessante: un gruppo di amministratori e tecnici che trattano ambiente, mobilità e politiche sociali come parti dello stesso progetto, e, al centro, un piano urbanistico che smette di essere carta e diventa infrastruttura civile.
Per Ancona, che si appresta ad avviare il proprio PUG, la domanda non è se replicare modelli altrui. La domanda è se siamo pronti a fare scelte altrettanto chiare e coerenti. Un piano non è un elenco di norme: è prima di tutto una dichiarazione di responsabilità collettiva.
Monica Prencipe
Monica Prencipe è storica dell’architettura e architetta. La sua attività si concentra sul rapporto tra storia, spazio urbano e politiche di pianificazione. Parallelamente alla pratica professionale svolge attività di ricerca sulla storia e sulla critica dell’architettura, con particolare attenzione alle biografie femminili e ai processi di inclusione ed esclusione nella costruzione della città.