Letto sui giornali: l’assedio dei Maranza
John Austin, filosofo e linguista, sosteneva che fosse possibile Fare le cose con le parole -titolo del suo libro più celebre, pubblicato postumo-. Riteneva cioè, semplificando molto, che esistessero parole, verbi per lo più, che nel momento stesso in cui vengono pronunciate mettono in atto l’azione che enunciano. Ogni volta che si derubrica l’uso che si fa delle parole perché “i problemi seri sono altri”, ripenso alle teorie di Austin. A cavallo tra le ultime due settimane mediatiche è tornata prepotente sulle prime pagine dei giornali, in particolare del Corriere Adriatico, la parola “maranza”. Nonostante il termine inizi a connotare anche un certo modo di vestirsi e atteggiarsi, esso mantiene un’eco razzista, indicando (e lo fa nel caso specifico) giovani e giovanissimi, stranieri o “italiani di seconda generazione” -altro costrutto di cui si potrebbe fare a meno- che delinquono o molestano la quiete pubblica. Se il quotidiano di via Berti ha sempre ricorso a questa espressione con una certa disinvoltura, questa volta sembra stridere ancora di più perché pronunciato dal parroco di Santa Maria delle Grazie, don Samuele Costantini, che -con una lettera a prefetto, questore, sindaco e vescovo- chiede aiuto per contrastare la presenza di un gruppo numeroso di ragazzi, tra i 16 ed i 20 anni, che, secondo le ricostruzioni, spacciano, consumano droga, compiono atti vandalici, fanno risse anche armati di coltelli. Se i problemi esistono, ed è certo che sia così, da un parroco ci si aspetta -citando il post del consigliere comunale Carlo Pesaresi– che non si “abbandoni al linguaggio dell’approssimazione e dell’esclusione”, a “classificazioni discriminatorie e razzializzanti”. Perché, ha ricordato un altro parroco, don Giampiero De Nardi, dei Salesiani, in un’intervista proprio ad A, quando si utilizzano determinate parole per descrivere una realtà, si finisce per plasmarla. «Se ai ragazzi continuiamo a dire che sono delinquenti, è più facile che lo diventino. Si creano modelli, anche mentali, stereotipi e pregiudizi dai quali poi diventa difficile uscire. E allora a qualcuno non resta che aderirvi».
Allo stesso tempo il pregiudizio agisce anche consolidando l’idea che i maranza, ovvero figli di stranieri ma nati in Italia, in quanto tali, delinquano più dei giovani italiani da più generazioni.
Giovedì 16 aprile, il Corriere Adriatico apre la prima pagina con “Chiesa assediata dai maranza”. All’interno il titolo del pezzo recita: “Lo sfogo choc del parroco «Noi, ostaggi dei maranza spacciano pure in chiesa»”, virgolettando le dichiarazioni del sacerdote. Nelle pagine seguenti, nella stessa giornata, come pezzi d’appoggio si leggono: “Dal giro di vite in piazza Roma alla fuga in periferia”, articolo nel quale si spiega e rafforza quanto sostenuto anche dal parroco: cioè che non si tratti di gruppi “autoctoni” del quartiere, ma degli stessi che avevano già seminato il panico in centro, in particolare nel periodo delle feste natalizie, poi messi in fuga dall’aumento di controlli e pattuglie; e “Nascondono i coltelli tra le siepi «Se dici qualcosa ti minacciano»”, articolo che riporta alcune testimonianze di fedeli che rinunciano alla messa per la paura e degli esercenti del quartiere.
Sabato 18: “Chiesa liberata dai maranza”, l’apertura del più antico giornale delle Marche, e all’interno “Stop maranza, si passa ai fatti la polizia piomba alle Grazie Chiesa e famiglie sono libere”. Uno schema che si ripete, nei fatti che avvengono e in come vengono riportati: la denuncia, la reazione immediata delle istituzioni, il problema risolto (o forse sarebbe meglio dire spostato), la calma fino alla prossima crisi. Lo si è visto al Piano: blitz, sopralluoghi della Giunta, presidi di forze di polizia, ma zero iniziative sociali ed eventi. Lo si è visto in piazza Roma ed ora alle Grazie. Nella stessa giornata sulle pagine del Corriere Adriatico interviene anche l’arcivescovo Angelo Spina che ringrazia le forze dell’ordine e chiede controlli più costanti, ma ricordandosi anche dei compiti pastorali, invita “a non scaricare tutta la responsabilità sui ragazzi. «Bisogna lavorarci molto, fare un cammino di rieducazione ascoltandoli e cogliendo i disagi che vivono»”. Sempre sabato 18 un altro articolo ricostruisce l’identikit e le malefatte del gruppo incriminato: “I pestaggi filmati al parco e l’ambulante massacrato. Rom e italiani di seconda generazione: daspati in centro, fuga in periferia”.
Sua Eccellenza sarà presente sulla stampa anche domenica 19 aprile, con la fotonotizia in prima: “Maranza alle Grazie, arriva il vescovo” e all’interno: “Il vescovo Spina con don Samuele Ecco la messa insieme alle Grazie. La vicinanza dopo la denuncia di spaccio e risse dei maranza intorno alla Chiesa: in arrivo incontri rieducativi”. La funzione del sabato pomeriggio concelebrata, mentre all’esterno della parrocchia si alternavano le forze della Polizia di Stato e di quella Locale e si “respirava quasi un clima di rinascita” con i “bambini e le famiglie tornati a popolare piazzale e campetti e a consumare gelati”.
Giovedì 23, ad una settimana esatta dall’esplodere del caso, sulla prima pagina del Corriere si torna a leggere: “Maranza, don Samuele va in Prefettura Controlli no-stop nella chiesa assediata. Il parroco delle Grazie ricevuto con questore e sindaco. Rischio fuga di teppisti, focus su Villa Beer”. Dopo mesi di “assedio”, fa presente il quotidiano sarebbe bastata “L’istituzione dei controlli serrati nei pressi della chiesa di don Samuele” e “i teppisti che avevano per mesi generato paura e disagio in fedeli e famiglie si sono volatilizzati. Sono bastati i colori di istituto di una volante a spezzare la catena di spaccio, vandalismi e comportamenti blasfemi, tra bestemmie scritte sui muri e ampolle d’acqua santa trafugate. L’allerta, però, resta altissima”. Le ricostruzioni del quotidiano sarebbero state confermate dal questore Cesare Capocasa: “i maranza delle Grazie erano gli stessi finiti sotto la lente nei mesi scorsi per le scorribande in piazza Roma, in centro”. A rigor di logica, dunque, più che essersi “volatilizzati” probabilmente saranno alla ricerca di un nuovo “quartier generale”, pronti a tornare agli onori delle cronache, senza mai trovare un luogo dove si “sentano a casa”, riprendendo le parole di don Giampiero, che qualche settimana fa, prima dell’affaire Grazie, dichiarava: «Non è un caso che molti degli episodi di violenza che hanno visto protagonisti dei giovanissimi abbiano avuto luogo in centro. Accade lì perché è lì che si sentono inadeguati, non accettati, non desiderati».
Agnese Carnevali
Giornalista professionista, è stata cronista per vent’anni per le redazioni dei quotidiani locali, Corriere Adriatico prima ed Il Messaggero poi, per approdare infine all’online fondando la testata Cronache Ancona. Negli anni ha lavorato per uffici stampa pubblici e privati di vari settori, dalla cultura allo sport alla politica, anche come freelance. Da qualche anno è insegnante precaria nella scuola superiore, ma non ha mai abbandonato gli strumenti del mestiere: scarpe buone ed un taccuino di appunti.