24/04/2026

I bambini non vogliono giocare alla guerra dei grandi


Si dice che chi trova un amico (o come più appropriatamente diciamo oggi “un amico o un’amica”) trova un tesoro. Niente di più vero. Io prima ho trovato un’amica in Eva Benelli,  condirettora di Scienza in rete, una rivista online che tratta con una cultura che mi sembra affine a quella di Ancona Rivista a colori tanti temi (salute, ambiente  e sostenibilità, politica e società, scienza e ricerca, rischi naturali e antropici, ecc.) con un taglio insieme scientifico e “divulgativo” nel senso più nobile del termine. Grazie a Eva ho conosciuto Maurizio Bonati, medico e direttore della rivista bimestrale Ricerca & Pratica, che è diventato amico di penna. Maurizio scrive benissimo di tante cose, ma con particolare passione e competenza degli effetti disastrosi delle guerre sulla salute dei bambini, tema su cui ha scritto “Il cronico trauma della guerra. Donne e bambini, le prime vittime​” (Il Pensiero Scientifico Editore, 2024).

Ho deciso allora di campionare alcuni pezzi di due articoli sugli effetti della guerra nella striscia di Gaza tra Israele e Hamas sui bambini pubblicati da Maurizio nel marzo di quest’anno (Biliardini nella Striscia di Gaza e Cosa possono aspettarsi i bambini di Gaza dal Board of Peace?) su Scienza in rete e di trasformarli con il consenso suo e di Eva in una intervista. Eccola.

Maurizio ci dai qualche numero sugli effetti in termini di morti, feriti ed effetti sanitari di quelli che una Commissione Internazionale Indipendente ha definito atti di genocidio?
«È difficile anche solo disporre di dati certi, ma tra il 7 ottobre 2023 e il 3 marzo 2026, secondo il Ministero della Salute palestinese, 72.116 palestinesi sono stati uccisi nella Striscia di Gaza e altri 171.798 sono rimasti feriti. Su 10 persone, nove sono sfollate. Nei primi tre mesi del cessate il fuoco, dall’ottobre 2025, 492 palestinesi sono stati uccisi, tra cui oltre 100 bambini, 1.356 feriti e 715 corpi sono stati recuperati da sotto le macerie. La guerra tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza ha sconvolto la vita di 2,1 milioni di palestinesi residenti nel territorio e ne ha decimato l’estensione. Su 10 edifici presenti a Gaza prima della guerra, otto sono danneggiati o rasi al suolo, e su 10 case, nove sono distrutte. Attaccare i centri sanitari e impedire l’assistenza sanitaria è una strategia di guerra perpetrata anche nella Striscia di Gaza, così che solo 13 dei 36 ospedali dell’enclave sono rimasti parzialmente funzionanti. Oltre 21.000 bambini e bambine hanno riportato ferite legate alla guerra, tra cui la perdita di una o entrambe le gambe, e almeno 5.230 necessitano di riabilitazione. Nel settembre 2025, con 4.000 bambini e bambine amputati, la Striscia di Gaza rappresentava il territorio con il numero più alto di bambini amputati pro capite al mondo. L’unico centro di ricostruzione e riabilitazione degli arti nella Striscia di Gaza, lo Sheikh Hamad Prosthetics Hospital, fondato nel 2016 con fondi del Qatar e operativo dal 2019, è stato distrutto». 

Parliamo adesso più in dettaglio egli effetti sulla salute e sulla vita dei bambini.
«La povertà affligge i palestinesi della Striscia di Gaza che vivono in condizioni di vita precarie per la mancanza di adeguati aiuti, di energia elettrica, di case, di ospedali. Le poche scuole non distrutte vengono utilizzate come rifugi per l’enorme massa di sfollati. Quindi la possibilità per i bambini e le bambine di tornare a scuola si allontana ulteriormente. Nel frattempo, anche perché molti sono orfani di famiglie in cui uno o entrambi i genitori sono stati uccisi nella guerra, sono costretti a lavorare vendendo il tè per le strade o a raccogliere oggetti che possono essere usati come combustibile. L’assistenza specialistica in contesti di crisi umanitaria è difficile da garantire e molto impegnativa ed i bambini sono i primi a soffrirne. Diversi studi lo hanno  dimostrato per i bambini malati di cancro a Gaza e per le loro famiglie, ma anche in altri contesti di crisi e per altri bisogni di cura.  Ogni anno, in Palestina, circa 300 bambini e bambine ricevono una diagnosi di tumore. A Gaza, prima della guerra, erano circa 200 ogni anno. Oggi, molti di loro non hanno più un ospedale. L’unico reparto di oncoematologia pediatrica è quello dell’Istishari Arab Hospital, a Ramallah, dove si sta creando, attraverso un progetto italiano della Fondazione Soleterre ETS, un centro trapianti di midollo osseo, per garantire ai pazienti oncologici un accesso più equo alle cure avanzate. A Gaza oltre 1.000 bambini e bambine  hanno perso un arto dall’ottobre 2023, a testimonianza dell’impatto devastante, presente e futuro, che un conflitto ha sulla loro vita».

Cosa succede dopo una guerra alla salute di bambini e bambine dopo la fase acuta di un intervento armato?
«Un’analisi di tre conflitti storici (Bosnia ed Erzegovina, Siria e Ruanda) indica che, dopo la fase acuta di un conflitto armato, occorrono circa 15 anni per ripristinare, mantenere e riprendere il trend di miglioramento del tasso di mortalità dei primi cinque anni di vita ai livelli pre-conflitto. Sebbene la situazione sia diversa tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, la mortalità nei primi 5 anno di vita per la Palestina che nel 2022 era di 14,2 decessi ogni 1.000 nati vivi, nel 2023 era già salito a 26,3, riportando il tasso a quello del 2004, 19 anni prima. Quindi tra le priorità su cui porre l’attenzione degli interventi, oltre alla mortalità infantile che i conflitti armati aumentano significativamente e persistentemente, ci sono: la copertura vaccinale infantile che diminuisce durante un conflitto, aumentando il rischio di epidemie di malattie infettive a causa della devastazione delle infrastrutture sanitarie e igienico-sanitarie, dello sfollamento delle persone e del deterioramento delle condizioni di vita; la malnutrizione e il deperimento infantile aumentati a causa dell’insicurezza alimentare; l’istruzione formale, gli anni medi di istruzione conseguiti e il tasso di alfabetizzazione sui quali i conflitti armati hanno un impatto negativo per molto tempo. Il basso livello di istruzione persiste poiché bambini e bambine vittime di guerra generalmente non riprendono gli studi dopo un conflitto per raggiungere livelli di istruzione simili a quelli delle coorti non esposte. Questi anni di scolarizzazione persi riflettono l’eredità del conflitto e le sue ripercussioni».

Che cosa si può fare?
«Occorrono anni di interventi a più livelli e in diverse aree per recuperare e migliorare il benessere dei bambini vittime di conflitti armati, e di un’intera popolazione. Ciò dipende dal contesto, dal danno e dalle ragioni del conflitto, ma anche dagli aiuti e dai controlli da parte dell’intera comunità internazionale, quindi da ciascuna persona in base alle proprie capacità, possibilità, competenze e volontà. Particolare attenzione e risorse dovrebbero essere dedicate alla prevenzione e al contenimento adeguati e continui della salute mentale, affinché non si trasformi in disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Il futuro prossimo non sembra promettente per il ripristino del benessere dei bambini e delle bambine nella Striscia di Gaza al livello di cui godevano prima del genocidio perpetrato dall’esercito israeliano. Ci vorranno diversi decenni. Non sarà sufficiente ricostruire semplicemente case, scuole e ospedali, come richiesto da trattati e accordi dopo ogni guerra, anche con scadenze precise. Saranno necessari attenzione, monitoraggio, partecipazione e solidarietà costanti da parte di tutti, secondo le proprie competenze e capacità. Questi aspetti non sono previsti da trattati o accordi, ma sono responsabilità di ogni cittadino del mondo».

Hai parlato di portare i biliardini nella striscia di Gaza. Perché?
«Il calcio balilla, detto anche biliardino,  può migliorare il coordinamento dei movimenti oculari e delle mani, lo sviluppo dei riflessi, migliorare l’autostima e la socializzazione. Oltre a essere un gioco per tutti, il calcio balilla è usato anche nei centri di riabilitazione psicomotoria per pazienti amputati, con patologie neurodegenerative o che hanno subito una lesione al midollo spinale. Una delle narrazioni storiche e magiche della nascita del biliardino è strettamente legata alla Guerra civile spagnola e ad Alejandro Campos Ramírez (cognome d’arte: Finisterre), nato nell’omonima città della Galizia, dove finisce il Cammino di Santiago, che lo brevettò nel 1937. Inventore, rivoluzionario, dirottatore di aerei, ballerino di tip tap, editore, poeta, accademico della lingua spagnola, anarchico e umanista, partecipò alla Guerra civile. La storia narra che rimase vittima di un bombardamento e, ferito, venne trasferito nell’ospedale del Monastero di Montserrat dove, insieme ai numerosi feriti provenienti dal fronte, erano presenti molti bambini colpiti nel corso dei bombardamenti. Molti avevano ferite gravi, e spesso erano mutilati alle gambe. Alejandro pensò che non avrebbero più potuto fare molte cose, come giocare a calcio. Fu allora che gli venne l’idea, prendendo spunto dal ping-pong: creare un gioco di calcio “da tavolo” che potesse essere usato facilmente anche da chi aveva subito gravi mutilazioni». 

E poi a proposito dei biliardini hai parlato di “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Come mai?
«“Mettete dei fiori nei vostri cannoni” è stato lo slogan di un’intera generazione di pacifisti, negli anni del Flower Power. Fiori, metafora di essenzialità, bellezza, attenzione, disponibilità, diritti e dignità. In Italia, al diciassettesimo Festival di Sanremo del 1967 (canzone vincitrice Non pensare a me cantata da Claudio Villa e Iva Zanicchi), l’edizione che fece da sfondo al suicidio del cantautore Luigi Tenco, presente alla gara con Ciao amore ciao, brano eliminato dopo la prima serata, la canzone Proposta dei Giganti, presentata in coppia con il gruppo irlandese The Bachelors, si classificò al terzo posto: «…Mettete dei fiori nei vostri cannoni perché non vogliamo mai nel cielo molecole malate, ma note musicali che formano gli accordi per una ballata di pace, di pace, di pace…». Come i fiori nei cannoni, i biliardini a Gaza possono essere note musicali che formano gli accordi per una delle ballate per la restituzione dei diritti negati e la loro garanzia nel tempo». 

 

Grazie Maurizio (e grazie Eva) 



Claudio Maffei
Claudio Maffei

Medico in pensione con una lunga esperienza di Direzione Sanitaria dopo un decennio di lavoro all’Università.
Si occupa tuttora di politica sanitaria su cui pubblica contributi in varie testate nazionali e regionali.
Ama la sua città e vorrebbe contribuire a migliorarla.


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