Future Thinking: strategie urbane per guidare il cambiamento
Lo chiamano Future thinking, o anche Foresight strategico o Future studies, e in italiano non abbiamo ancora una traduzione ufficiale, ma il concetto è chiaro: si tratta di teorie, modelli e strumenti per analizzare dati, quindi definire gli scenari possibili su un tema e capire quali sono quelli che desideriamo. Si può fare in qualsiasi ambito, con qualsiasi tipo di partenariato, e sarebbe fondamentale che lo facesse la politica, visto che per sua natura si trova ad amministrare territori e persone, organizzazioni ed economie. In poche parole, disegna il presente e il futuro.
Giovedì 7 maggio abbiamo fatto un passo delicato, ovvero cominciare a introdurre in città il concetto che le strategie urbane si dovrebbero generare:
- basandosi su dati (su cosa sia un dato ci torniamo dopo), informazioni verificate e quanto più possibile complete
- coinvolgendo organizzazioni e persone nel dibattito
- riconoscendo quali sono i trend che impattano sul tema
- identificando quali visioni si vogliono evitare e quali invece si vogliono attivamente contribuire a realizzare
La prima grande consapevolezza è che purtroppo le giunte anconetane da decenni non si curano delle fasi nel loro insieme, o male che sia andata, di nessuna, a seconda degli ambiti. Quello che succede è che per ogni tema, che si tratti di infrastrutture, di mobilità, di cultura, di abitare, di politiche socio-sanitarie, di ambiente, ogni decisione sembra casuale, o per favorire pochi, o sul trasporto dell’onda giornalistica settimanale, che per come sono i modelli di business dei giornali significa che è inquinata da interessi privati (chi finanzia i giornali locali). Per esempio, su quali dati, con quale visione e con quale coinvolgimento sono stati stanziati 475mila euro per l’illuminazione di Corso Garibaldi? (fonte)
Nel ciclo di incontri e dibattiti e workshop che stiamo organizzando con Ancona a colori, l’obiettivo dell’appuntamento di giovedì scorso “Navigare gli scenari” è stato proprio quello di studiare un metodo per elaborare strategie sostenibili e desiderabili per la città.
Abbiamo tentato un’operazione complessa, perché parlare di studi sulla creazione di scenari in città non era stato ancora fatto, e anche perché abbiamo deciso di farlo prendendo un caso studio, ovvero il porto e il suo indotto, una delle questioni più spinose, più polarizzanti, più complesse della città.
Alcuni dati sul porto, caotici ma affidabili:
- 5-6 mila persone che lavorano nelle aziende portuali
- un’area cementificata che occupa circa lo stesso spazio del centro storico, considerando dalle Muse al Passetto
- 9.675.225 tonnellate di merci movimentate (dati 2025 ->fonte)
- 154.868 container, 129.618 Tir e Trailer imbarcati e sbarcati
- 739.399 passeggeri dei traghetti (-12% rispetto al 2024), 78.228 passeggeri di crociere (anche questo in calo, -25% rispetto al 2024), con 46 toccate di navi da crociera (-10 rispetto al 2024)
- 110 morti premature ogni anno in città, dovute a patologie cardio-polmonari legate all’inquinamento urbano (fonte)
- una richiesta da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) nel 2025 di ripubblicare il bando emesso dall’Autorità di Sistema Portuale per la realizzazione e la gestione di una stazione marittima destinata al traffico crocieristico, per evidenti “criticità concorrenziali” e che avrebbe favorito l’azienda MSC Cruises S.A.: non erano stati rispettati i tempi per garantire una partecipazione al bando e nell’avviso pubblico non era allegata la documentazione tecnica (progetti, planimetrie, ecc.)
Questo elenco è solo una breve e non esaustiva raccolta di indizi per capire quanto sia complessa la materia, e allo stesso tempo quanto sia urgente e importante affrontarla con razionalità e partecipazione, cosa che purtroppo non sta avvenendo.

La seconda consapevolezza è che nella popolazione c’è una gran voglia di di sapere, di riuscire a orientarsi tra le informazioni, di non essere schiacciati rispetto a interessi privati, infine di contribuire alle decisioni sul porto. Giovedì erano presenti anche realtà che studiano e informano da anni sugli effetti dell’inquinamento dovuto anche al porto, come il Comitato Porto-Città Ancona, e AltreVie, blog di indagine e inchiesta della realtà anconetana, che sta seguendo da mesi l’affaire Molo Clementino.
Nell’incontro abbiamo messo insieme tre punti di vista, brevi e introduttivi per necessità, ma che porteremo avanti con altri incontri e altre iniziative.
Daniele Bregoli, Policy and Research Officer a Bruxelles e ricercatore presso l’Università Politecnica delle Marche ha aperto l’incontro con un’esplorazione della complessità del mondo portuale, introducendo alcune informazioni dell’Osservatorio Dati sulla Regione Adriatico Ionica (fonte). Il porto non significa solo lavoro e occupazione, ma anche spazio urbano, emissioni ambientali, dinamiche politiche e sociali. In una slide ha condensato uno dei punti critici: “senza dati non capiamo il porto”. Quindi, dice Bregoli, cosa non vediamo bene?
- Come misuriamo realmente l’impatto economico
- Dati incompleti e opachi nelle analisi
- Gli impatti ambientali
- I flussi reali
Da qui lo scopo dell’Osservatorio, cioè fornire un’infrastruttura dati per una governance trasparente.
Sul dato, ovvero quell’informazione che non è mai neutra, perché si può selezionare, omettere, dimenticare, pesare, è intervenuta Lucia Migliorelli, Assistant Professor in Intelligenza artificiale presso l’Università di Teramo. Cosa significa “dato”, e come vengono utilizzati i dati dalle intelligenze artificiali generative (Chat GPT, Claude, Gemini, Mistral, ecc)? Sono sistemi di calcolo che si basano su grandi quantità di dati e che hanno la capacità di generare successioni probabili di parole (in base a come sono allenati), identificare punti critici in un processo o nei macchinari, ma anche “osservare” quello che un occhio umano non riesce a notare: schemi ricorrenti, inferenze, andamenti.
Gli algoritmi, su cui si basano le IA, non significano altro che una sequenza finita di operazioni che consentono di risolvere un problema matematico. Dice Migliorelli, “se ci dicessimo ‘pensaci passo passo’ nella pianificazione urbana, come ci comporteremmo?” Come interpreteremmo gli investimenti pubblici? Come legheremmo uno scenario futuro a una condizione presente?
Da qui, la professoressa ci suggerisce due questioni, che funzionano tanto per le IA quanto per le politiche urbane: chi controlla i dati su cui si basano? Chi controlla le politiche urbane, come motiva le sue scelte? Quali pregiudizi e lacune stiamo iniettando nella progettazione? Per esempio bias di genere, ritenendo che ci siano comportamenti più “da donna” o più “da uomo”, oppure bias relativi a culture non dominanti. Di quali distorsioni soffrono i nostri output?
A seguito di queste premesse di contesto e concettuali, Martino Bellincampi CEO di IziLab, ha illustrato il metodo del Futures thinking. Per prima cosa è declinato al plurale, perché gli scenari possibili sono sempre più di uno. Prima di lanciarsi in un progetto, o in un investimento, o in una politica pubblica, andrebbero analizzati
- megatrend: forze di trasformazioni strutturali di lunghissimo periodo (20–50 anni) che ridisegnano interi sistemi economici, sociali e ambientali a scala globale. Non si invertono nel breve termine e condizionano tutti gli altri livelli., come ad esempio le tecnologie di intelligenza artificiale o l’invecchiamento demografico
- trend: tendenze visibili nell’arco di qualche anno, con un impatto non per forza irreversibile, come il lavoro da remoto strutturale o la crescita dei consumi vegetali rispetto a quelli di origine animale
- segnali: cambiamenti emergenti, in corso e già verificabili ma non ancora mainstream. Durano mesi o pochi anni prima di diventare trend consolidati o di esaurirsi. Ad esempio le richieste di lavoro con competenze di data analyst, o le comunità energetiche
- segnali deboli: indizi ancora sfumati, percepibili solo da osservatori attenti e spesso ai margini del mercato o della cultura. Non è certo che diventino trend: alcuni si amplificano, altri scompaiono. Ad esempio l’approccio more-than-human (che vede gli esseri umani non al vertice di una piramide, ma inseriti nell’ecosistema), o l’aumento di adolescenti che rifiutano lo smartphone.
Bellincampi ci ha fornito una chiave di interpretazione sia dei dati, sia per attivare una politica pubblica, con uno schema a rombo:

Queste quattro tipologie di informazioni dovrebbero essere combinate e aggregate, in modo da poter mettere a disposizione della collettività informazioni chiare. Inoltre, se le istituzioni pubbliche raccogliessero dati in modo organizzato, potrebbero allenare sistemi di intelligenza artificiale con cui ipotizzare interventi e prevederne gli impatti, riconoscere elementi critici, e quindi progettare in modo da gestirli o evitarli del tutto. Per esempio, potremmo fare simulazioni su cosa succederebbe alla mobilità urbana se si facessero parcheggi multipiano in centro, le crociere diventassero home port (cioè il porto come prima tappa di imbarco), si facessero politiche di disincentivo a entrare in centro con l’automobile, aggregando questi dati anche con gli appartamenti privati a uso turistico (Airbnb e simili).
Per esempio, aggiungiamo noi a quanto ha detto Bellincampi, non rispetta questa razionalità dei dati ripartiti in quattro tipologie la strategia di ridurre l’inquinamento portuale attraverso un cold ironing (far attaccare le navi a cabine elettriche in modo che possano spegnere i motori a combustione), che 1) non è stato stabilito da dove prelevi energia e in quale modo questa verrà prodotta 2) risulta sottodimensionato rispetto alle future esigenze delle navi che l’Autorità vorrebbe nei propri moli.
Se il desiderio è quello di cogliere le opportunità del turismo, perché la strategia comunale e portuale è quella di investire (soldi pubblici) in un traffico crocieristico fortemente impattante dal punto di vista ambientale e scarsamente remunerativo per le economie della città? In base a quali motivazioni le autorità non investono in altri tipi di turismo, come il ciclo-turismo, che porterebbe in città investimenti in ciclabili e strutture che potrebbero essere utilizzate anche dagli e dalle abitanti?
E queste domande ci portano alla terza consapevolezza: proiettarsi nel futuro basandosi sui dati presenti aiuta a rispondere a domande strutturali per la città, coinvolgendo le persone nella consapevolezza e nelle decisioni, e quindi attivarsi per gestire i fenomeni, anziché subirli. Inoltre usare un metodo di creazione di scenari desiderabili futuri può anche supportare un’analisi olistica e integrata dei diversi “capitoli” della città: per esempio studiare scenari auspicabili intrecciando attività e investimenti tra economia portuale, mobilità, formazione, ambiente e cultura.
La quarta e ultima consapevolezza (per adesso), viste la partecipazione e la voglia di affrontare l’argomento, è che sia fondamentale continuare a creare occasioni di condivisione di metodi strategici, di dati trasparenti e accessibili, in un contesto pubblico con diversi attori del territorio. Ci sono realtà meritorie in città che fanno un gran lavoro, e con Ancona a colori l’auspicio è supportare le ricerche e il lavoro di divulgazione, aggiungendo una riflessione su come riversare questo civismo in politiche pubbliche.
Continueremo sul porto, e non solo.
Tommaso Sorichetti
Tommaso Sorichetti è User Experience Designer per vocazione, convinzione e curiosità. Gestisce e facilita workshop e formazioni con l’obiettivo di attivare processi di evoluzione organizzativa, migliorare e innovare prodotti e servizi, coinvolgere gli utenti nei processi di ideazione, sviluppo e testing, anche in ambito urbano.