Entrare al Lazzaretto è sempre un evento creato dalle suggestioni sensoriali, storiche ed estetiche, derivanti dalla sua architettura. Per me che arrivo dall’entroterra, il Lazzaretto (con la cornice di mare e la spina di pescherecci a riposo) dice Ancona in modo inequivocabile.
Certo vale anche per S.Ciriaco, il Passetto, il Parco del Cardeto… e potrei continuare nella lista di altre emergenze architettoniche originali, dalla forte connotazione. Così forte che, se si ha la paziente cura di accostarsi ad esse e di frequentarle con una certa assiduità, spesso si riesce a scoprirne con più nettezza i peculiari sapori emotivi.
Il Lazzaretto, tuttavia, con la potenza evocativa dei suoi spazi, rimanda ad una funzione che nessuna altra città delle Marche possiede – per lo meno in questo modo: la funzione che definisco dell’accoglienza sicura; espressa in un luogo di attesa, per evitare che i corpi estranei dei viaggiatori d’oltre mare potessero diventare corpi contagiosi.
Per chi avvicina dalla parte opposta del mare, dall’entroterra, Ancona non ha un luogo equivalente, cioè uno spazio strutturato ad accogliere, previe garanzie del tempo di quarantena.
Questa, che definirei una specie di mancanza -e vorrei che fosse chiaro che mi muovo nell’ambito del simbolico– credo sia alla base del fatto per cui non si riesca a sentire Ancona come Capitale di Regione (al di là delle ospitate sedi istituzionali di enti fondamentali).Trattasi di un sentimento e come tale spesso incommensurabile.
Da cittadino dall’entroterra rilevo che Ancona non manchi di nulla per essere la Capitale di una Regione al plurale come le Marche. Storia, cultura, bellezza, monumenti, etc. Però nonostante questo, segnalo altresì che Ancona non viene percepita come Capitale delle Marche. Con tutto quel che ne consegue.
Per segnalare questo non posso portare dati, né analisi statistiche, né studi di settore, né indagini sociologiche.
Posso solamente cercare di dare una forma meno astratta (e meno ipocrita possibile…) a questo sentire, con quel tanto o quel poco di individuale, personale, impreciso e indeterminato, e pure di inesatto o fuorviante che una affermazione del genere contiene.
Lo posso perché Ancona, avendola conosciuta da vicino nel modo in cui si mette in scena, possiede quel non so che tipico delle città Capitali. Lo possiede ma è come opacizzato, inespresso.
E se non riesce a manifestarlo potrebbe darsi che sia a causa –questa la mia tesi– di una sua certa disattenzione nella accoglienza sicura per il suo entroterra.
Non presumo di avere ricette per rimediarvi, perché non presumo che oggettivamente sia meglio essere Capitale delle Marche che non esserlo.
Semplicemente, da persona che abita il territorio che sta alle sue spalle, sento personalmente il bisogno che lo sia.
Riguarda te, mi si dirà, e resta una questione al singolare, di importanza ridicola rispetto, per esempio, agli articolati, ben argomentati, ben documentati discorsi sul future thinking che leggo con interesse su Ancona rivista a colori. In altri termini è come se alimentassi in me una speranza: Ancona Capitale di Regione. Magari ri…vista a colori.
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Foto di copertina di Robert Bye su Unsplash
Silvano Sbarbati
Silvano Sbarbati, classe 1950, laurea in pedagogia, giornalista dal 1973, ha diretto la biblioteca di Chiaravalle ed è stato direttore della Fondazione Teatro delle Muse dal 2003 al 2008. Scrive ancora in prosa e in versi e si occupa di lettura e scrittura in ambito educativo e sociale.