12/06/2026

Tutela del Conero: perché le microzone non sono una vera soluzione


Negli ultimi giorni l’istituzione dell’Area Marina Protetta (AMP) del Conero è tornata al centro del dibattito pubblico. Agnese Carnevali ha già ricostruito su questa rivista i passaggi di cronaca fino all’incontro pubblico del 3 giugno organizzato alla Mole dal gruppo consiliare “Ancona Diamoci del Noi”. La discussione sull’AMP ha preso le mosse dal testo della mozione n. 72 (primo firmatario Andrea Nobili, AVS, e sottoscritta da tutte le forze politiche di minoranza), presentata all’Assemblea Regionale il 17 aprile con cui si chiede alla Regione di sostenere formalmente l’istituzione dell’AMP “Costa del Monte Conero”.

L’incontro ha messo insieme basi tecnico-scientifiche, posizionamenti politici e il tentativo — non scontato, ma fortunatamente riuscito— di ricomporre un centrosinistra che su questo tema, negli anni, era stato tutt’altro che compatto. Soprattutto, ha spostato almeno in parte la domanda da “AMP sì o no?” a “AMP, come?”.

Parto da questo per approfondire un altro atto all’attenzione dell’Assemblea Regionale che oggi meglio di ogni altro racconta la distanza tra le posizioni in campo. Sto parlando della mozione n. 82 presentata dal consigliere di maggioranza Marco Ausili (Fratelli d’Italia) qualche settimana dopo, il 20 maggio, che propone invece delle microzone sperimentali di tutela come alternativa all’Area Marina Protetta.

A differenza della mozione presentata da Nobili che si inquadra in un contesto normativo, tecnico e politico articolato – i. richiama la legge quadro sulle aree protette ii. ricorda che la Costa del Monte Conero è già individuata tra le aree marine di reperimento, iii. collega il tema agli obiettivi europei e nazionali sulla biodiversità e iv. propone passaggi concreti: riattivazione del procedimento presso il Ministero, tavolo tecnico-istituzionale, aggiornamento del quadro conoscitivo, coordinamento con l’eventuale Parco nazionale del Conero (che di fatto non garantirà automaticamente la tutela degli ecosistemi marini, se non ci sarà la volontà di farlo) – quella di Ausili fa tutt’altro.

Parte da una premessa condivisibile, e cioè la necessità di difendere e valorizzare l’ambiente marino e la fauna ittica, ma scivola poi in un’argomentazione tutta volta ad assecondare le preoccupazioni di portatori di interessi molto particolari (come la scarsa fruibilità da parte dei diportisti, la rinuncia agli usi tradizionali e turistici, i costi, la complessità gestionale), timori questi ultimi la cui fondatezza è stata già smentita più volte nel corso di questi anni con prove, dati ed esperienze che il consigliere Ausili sembra ignorare. A fronte di tutto questo, propone di creare microzone sperimentali di tutela come oasi di protezione della costa del Conero come alternativa all’AMP.

La mozione Ausili sconta alcune rilevanti criticità ed inesattezze sotto il profilo sociale, tecnico-scientifico e progettuale. Ma in primo luogo pecca di un grave difetto di impostazione. Nel suo testo si parla di categorie economiche, di valorizzazione ambientale, di usi turistici, ma manca del tutto la scienza, come se la comunità scientifica non fosse un interlocutore necessario quando si discute del futuro di un ecosistema marino. Senza dati, monitoraggi e competenze specifiche, la gestione del mare resta affidata più alle percezioni, agli interessi particolari, agli equilibri politici e ai rapporti di forza del momento che alla comprensione reale del sistema. E dall’analisi viene colpevolmente omessa e cancellata anche tutta quella parte di territorio (compresa una parte di settore economico già dichiaratamente favorevole all’AMP), comunità e società formata dalle tante associazioni culturali e ambientali, realtà civiche, cittadine e cittadini, per cui il mare non è per forza uno spazio da cui estrarre, ma un luogo culturale e di aggregazione, di salute e benessere. Da un punto di vista tecnico, le microzone non sono sbagliate in sé: in tratti limitati possono servire a sperimentare misure di tutela, raccogliere dati, osservare la risposta degli habitat e costruire fiducia con la comunità locale. Vanno però valutate per ciò che sono, ricordando che l’efficacia di un’area protetta non dipende dalla sua sola esistenza formale, ma anche dalla dimensione, dal valore ecologico e dalla capacità di mantenere al proprio interno i processi che la rendono resiliente.

Una cosa è considerare le microzone un primo passo all’interno di una strategia più ampia; un’altra è presentarle come alternativa all’Area Marina Protetta. L’AMP è uno strumento giuridico riconosciuto, standardizzato e comparabile: istituita entro un quadro normativo nazionale, affidata a un ente di gestione locale, dotata di obiettivi, regole e zonazione verificabili e —non secondariamente— in grado di attrarre risorse stabili per gestione, sorveglianza, educazione, monitoraggio e ricerca. La soluzione qui proposta non offre nessuno di questi elementi: non un perimetro giuridicamente definito, non un ente formalmente responsabile, non una governance, non un canale di finanziamento.

In fondo, aree definite da tutelare esistono già, almeno sulla carta. I siti Natura 2000 della Direttiva Habitat e gli habitat di interesse comunitario sono strumenti vigenti, che dovrebbero essere aggiornati, monitorati e gestiti con continuità dall’ente preposto. Se questi strumenti restano in larga parte disattesi, il problema non è la mancanza di poligoni da proteggere, ma il deficit di risorse, personale, competenze specifiche e governance. Aggiungere microzone selezionate senza una base scientifica robusta, a parità di mezzi non scioglie questo nodo: chiudere zone che non possono garantire l’attivazione di processi di recupero degli habitat, rischia, anche da un punto di vista comunicativo, di essere addirittura controproducente.

Il mare del Conero è un sistema complesso sul quale incidono pressioni antropiche diverse: pesca, ancoraggi, traffico nautico, turismo stagionale, qualità delle acque, perdita di biodiversità, trasformazione degli habitat. A questo si sommano i cambiamenti ambientali e climatici e gli effetti che ormai abbiamo sperimentato anche lungo le nostre coste: mucillagini, ondate di calore marine, dissesto idrogeologico, piene dei fiumi con conseguenti sversamenti massivi in mare, fioriture di Ostreopsis ovata (comunemente chiamata “alga tossica”), morie di specie marine sia di valore commerciale sia di valore ecosistemico, come il mosciolo. Bisogna ammettere che il sistema è sotto pressione e non può essere governato con strumenti frammentari, non strutturali e di breve periodo.

Ridurre tutto a piccole aree sperimentali senza una struttura di gestione adeguata, magari chiuse ad alcune attività piuttosto che ad altre (come indicato da Ausili nella sua mozione), rischia di essere una chimera: una risposta rassicurante per qualcuno nel breve periodo, ma debole rispetto alla scala reale della crisi che ci troviamo a dover fronteggiare. Il limite più profondo dell’impostazione che il Consigliere Regionale di maggioranza sembra voler dare è che il mare sia contemplato esclusivamente attraverso alcune attività che vi si svolgono a fini commerciali. Mancano i fondamentali temi della biodiversità che si riduce e degli habitat che si degradano, da cui dipendono la pesca e la fruizione.

Un’altra contraddizione che vedo nel testo di Ausili riguarda il voler ascoltare il settore economico, come se ci fosse qualcuno che pensasse ragionevolmente di non volerlo fare. Lasciare il settore economico fuori dal dibattito sarebbe infatti non solo concettualmente sbagliato ma gravemente fuorviante per gli obiettivi da raggiungere. La pesca professionale, pesca amatoriale, turismo, diporto e subacquea devono essere ascoltati e coinvolti. Ma bisogna smetterla di farlo trasformando ogni timore in veto, o selezionando solo le voci utili a difendere lo status quo. A queste conoscenze ecologiche locali bisogna chiedere se, nel tempo, hanno visto cambiare la biodiversità marina locale, la quantità delle risorse, la qualità, le dimensioni, le stagionalità, la presenza o l’assenza di alcune specie. Proprio dalle interviste a pescatori, subacquei e operatori del mare — qui come in molti altri contesti italiani e mediterranei — emerge con chiarezza che il mare non è più quello di prima. I dati ci parlano di un impoverimento progressivo, di risorse meno abbondanti, di stagioni meno prevedibili, di attività che fanno sempre più fatica a reggersi sulle stesse basi di un tempo. Ausili dice di voler ascoltare il settore economico, ma non sembra prendere davvero in considerazione ciò che proprio da quel settore, quando lo si ascolta in modo serio e non selettivo, emerge da anni. La tutela non è il contrario dello sviluppo: è la condizione perché uno sviluppo legato al mare possa ancora sussistere.

Inoltre, un’Area Marina Protetta non è uno schema rigido e uguale per tutti i territori. La perimetrazione, la zonazione, il regolamento, il modello di gestione e le attività consentite possono essere definiti tenendo conto delle caratteristiche ecologiche, sociali ed economiche del contesto locale. Nel caso del Conero, questo significa costruire uno strumento calibrato sul territorio, attraverso un confronto tra istituzioni, comunità scientifica, categorie economiche, associazioni e cittadinanza. E ha ragione Ausili a dire che servono il dialogo e la partecipazione, ma colpisce l’evocazione di questi processi se poi, quando esistono, non se ne prende parte e non si valorizzano portandoci dentro competenze, dubbi, conflitti e proposte. Sul Conero si è creato uno spazio in cui dialogano istituzioni, ricerca, categorie economiche, associazioni e cittadini: il Consiglio di Cooperazione Locale nato nell’ambito del progetto MAPA (Marine Adriatic Parks) Interreg Italia-Croazia sottoscritto da più di 40 rappresentanti di tutte le tipologie di stakeholder. È uno spazio aperto, nato proprio per affrontare questi temi con continuità e fuori dalla logica delle scadenze elettorali.

Per aiutare i settori accuratamente “selezionati” da Ausili a far fronte alla crisi in atto si ricorre, come troppo spesso la politica fa, a sussidi e misure tampone. Risposte immediate, a volte necessarie nell’emergenza, ma incapaci di affrontare alla radice il problema. E infatti si ripropongono ogni anno di nuovo soldi pubblici destinati a mettere una toppa, anziché progettare una soluzione strutturale.

C’è poi un dato che la politica dovrebbe guardare con attenzione. Il 22 maggio, durante la proiezione del film Ocean with David Attenborough organizzata nell’ambito del progetto MAPA al Cinema Azzurro, la sala era strapiena e circa il 90% delle persone presenti erano giovani. Quelli che spesso vengono descritti come distanti o disinteressati hanno riempito una sala per parlare di mare, crisi climatica, aree protette e beni comuni. Forse il problema non è il loro disinteresse, ma che non sempre trovano contesti credibili in cui farlo. Quella presenza dice che il futuro della costa non riguarda solo chi oggi ha posizioni di privilegio, una categoria organizzata alle spalle o un peso elettorale immediatamente riconoscibile. Riguarda anche chi erediterà un mare impoverito, una costa più fragile, risorse consumate da decisioni prese guardando solo al breve periodo. Riguarda una generazione che chiede, spesso con più chiarezza di quanto la politica riesca a esprimere, un mondo meno fondato sull’arricchimento di pochi e più capace di custodire ciò che appartiene a tutti.

Per questo il dibattito sull’AMP non dovrebbe più ridursi a una contrapposizione tra favorevoli e contrari. Le microzone possono avere senso se diventano laboratori dentro una traiettoria più ampia; non se servono a rinviare ancora una volta al tema della gestione integrata del mare. E chi lavora su questi temi da anni sta chiedendo un processo serio fatto di dati, partecipazione, regole proporzionate, monitoraggio e confronto trasparente.

Basta con le scorciatoie rassicuranti. Vogliamo una visione capace di tenere insieme tutela, lavoro e futuro, che può cominciare proprio da una sala piena di persone giovani che chiedono di avere un futuro decente.

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Nella prossima puntata partiremo dal fenomeno tutto italiano della “privatizzazione di fatto” delle spiagge per poi allargare lo sguardo alla Spagna che in fatto di tutela delle coste avrebbe molto da insegnarci, e tornare infine a concentraci sulla domanda delle domande: che futuro vogliamo per il nostro mare?

 

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Foto di copertina di Francesco Ungaro su Unsplash



Agnese Riccardi
Agnese Riccardi

Agnese è dottoressa di ricerca in Biologia ed Ecologia Marina, ricercatrice post-doc presso il Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche e project manager per la Fondazione Worldrise ETS. Specializzata in scienze sociali marine, si occupa di progetti di conservazione e ripristino degli ambienti marini con una forte componente di coinvolgimento delle comunità locali.


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