24/07/2026

Il diritto alla festa. Intervista a Marco Trulli di Arci


Solo questa settimana, nella nostra consueta agenda degli appuntamenti, abbiamo dato conto di 3 festival che iniziano nel week end in città (lo storico Acusmatiq, poi Zest dedicato alla danza contemporanea e Flame che propone 3 concerti in Piazza Cavour), a questi si aggiungano Ancona Jazz Festival e altre rassegne già iniziate in precedenza. La proliferazione di “Festival” ci incoraggia ad indagare sul significato del termine e più ancora sulla programmazione culturale di una città e sulla deriva dell’eventificazione, che riduce la cultura a consumo. La scorsa settimana con Stefania Zepponi abbiamo introdotto le tematiche affrontate al Lazzabaretto in occasione della presentazione del Manifesto dei festival di Arci. Tra gli ospiti di quell’appuntamento c’era anche il responsabile Cultura di Arci Nazionale Marco Trulli, che abbiamo intervistato.

In cosa consiste il progetto FestA?
«Il percorso è nato nel 2024 durante un primo meeting dei festival Arci in Sicilia, poi è proseguito attraverso un lungo anno di confronto, tavoli di lavoro e approfondimenti sia online sia in presenza. L’anno scorso è stato lanciato come un vero e proprio documento di posizionamento culturale. Nel frattempo è diventato un sito web che contiene una piattaforma di formazione e aggiornamento. In più è un programma di talk sul territorio: dopo la tappa di Ancona, lo presenteremo a Cremona e proseguiremo con altre date estive per continuare a riflettere sul ruolo dei festival oggi, sui loro formati e sulle loro contraddizioni. Stiamo anche lavorando a una pubblicazione che raccoglierà contributi di autori e artisti sui principi del progetto».

Sulla base di questa esperienza Arci tenta di dare una definizione di Festival?
«Non abbiamo un intento dogmatico o definitorio che metta dei paletti. Proviamo piuttosto a raccontare e valorizzare un’idea di festa fondata sulla costruzione e sull’accessibilità dell’esperienza culturale. Le organizzazioni culturali residenti nei territori promuovono sempre più festival, anche dove manca una programmazione durante il resto dell’anno: il loro peso specifico sta proprio nella capacità di diversificare l’accesso e la proposta culturale locale. E poi c’è il tema della dimensione collettiva: vogliamo riflettere su come cambia l’esperienza culturale quando la si vive dal vivo e in presenza, rispetto alla fruizione solitaria su Spotify o sulle altre piattaforme digitali.

Rivendicare il diritto alla Festa significa anche muovere una critica alla filosofia dei “grandi eventi”, dove tutto è spettacolarizzato e orientato al turismo.
«Il claim di questa edizione di FestA è proprio “Esiste una scena oltre le piattaforme e i grandi eventi”. Il nostro posizionamento parte dalla convinzione che le politiche pubbliche debbano sostenere chi fa rischio artistico e culturale, chi rigenera l’idea di festa come ritualità fondata sull’arte e sulla comunità, non sul mero consumo. Partecipare a un grande evento solo perché l’algoritmo ti ha proposto un artista su Spotify è consumo culturale. Noi non diciamo che l’intrattenimento non debba esistere, ma le politiche pubbliche dovrebbero premiare il rapporto che i festival stringono con i territori e le comunità che li abitano. Altrimenti assistiamo solo a fenomeni di turistificazione, gentrificazione e all’indebolimento del tessuto sociale. Inoltre, la logica dei grandi eventi porta spesso a una concentrazione economica in cui le rendite finiscono nelle mani di poche grandi holding».

Chi dovrebbero essere, allora, gli invitati alle nostre feste?
«Tutti e tutte. FestA cerca di allargare il concetto di pubblico. In Italia l’offerta culturale è ancora troppo elitaria e non rappresenta l’evoluzione della nostra società, ad esempio le culture migranti, le persone con disabilità, razzializzate o marginalizzate, che dovrebbero essere coinvolte non come soggetti passivi ma come identità artistiche e culturali attive».

Marco Trulli. Foto da albumarte

Il proliferare dei festival talvolta sostituisce il lavoro dei locali o dei piccoli teatri, che fanno fatica a sopravvivere durante l’anno.
«Lavoriamo insieme a partner come Trova Festival e CheFare per orientare lo sguardo delle istituzioni e di chi decide le politiche culturali verso i soggetti che creano reale partecipazione nelle città, nelle aree interne e nelle periferie. Se si indebolisce l’azione di chi si assume un rischio artistico, non si genera nuova domanda culturale. Se le piattaforme mantengono il monopolio della distribuzione audiovisiva e musicale e se tutti gli organizzatori sono costretti a “fare cassa”, diventa impossibile far suonare giovani autori o far sperimentare nuovi registi. Questo è un tema cruciale che riguarda il futuro dei linguaggi artistici e l’accesso alla cultura».

Se si guarda ai numeri, la logica dei grandi eventi sembra vincente: mega concerti costosi sempre sold out, mentre tanti piccoli festival gratuiti faticano a riempirsi. E spesso anche chi organizza eventi indipendenti cade nella trappola di valutare la bontà di un progetto solo dal numero di spettatori o dal “sold out” da sfoggiare sui social…
«È vero, non è il botteghino a valutare la bontà di un progetto. D’altra parte, non bisogna nemmeno cadere nell’errore opposto di vantarsi dell’elitismo. Il punto centrale è dotarsi di altri indicatori di valore. Il dato sul pubblico resta importante, ma ci sono festival che lavorano in direzione opposta rispetto al mito del sold out: ad esempio, diluendo le attività su più giornate e fasce orarie per ruotare le presenze e permettere a più persone possibili di accedere, anziché limitarsi a chi è riuscito ad acquistare il biglietto prima degli altri. L’esaltazione del sold out rischia di trasformare l’evento culturale in uno status symbol elitario da mostrare sui social per certificare la propria posizione. Dobbiamo invertire questo vizio e tornare a chiederci quale sia il senso profondo del linguaggio artistico per noi, per gli artisti e per la società in cui viviamo.

 

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Foto di copertina di Anthony DELANOIX su Unsplash



Matteo Belluti

Matteo Belluti si occupa di comunicazione e scrittura creativa per conto di enti, aziende e associazioni.
Veglia su Ancona Rivista a Colori sin dal suo primo vagito.


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