Letto sui giornali: la grande industria marchigiana che poggia sul lavoro precario
È la morte di Sofiane Boutraa, operaio di 55 anni, che ha perso la vita mentre si trovava al lavoro dentro uno degli scafi in costruzione a Fincantieri, e le gravi condizioni del collega ventisettenne, Kabir Mohidul, ricoverato al centro Grandi ustioni di Pisa, a scuotere le cronache cittadine.
Boutraa è la tredicesima vittima di incidenti sul lavoro in questo 2026 marchigiano, riporta AnconaToday giovedì 1 ottobre, mentre in Italia i dati parlano di 430 morti tra gennaio e giugno di quest’anno.
L’esplosione e la fiammata che hanno ucciso l’operaio si ipotizza siano state innescate da una scintilla durante il taglio con un cannello e la presenza di acetilene, così riportano tutte le testate locali mercoledì 30 settembre e giovedì 1 ottobre, mentre sono ancora in corso le indagini per accertare le cause e la dinamica dell’incidente mortale. Verso le 22 di martedì 29 settembre, Boutraa si trovava lì «nella parte bassa della chiglia dove la carena e il doppio fondo dell’imbarcazione, un traghetto superlusso della Four Seasons» scrive il Corriere Adriatico di giovedì 1 ottobre, quando è stato avvolto dalle fiamme, mentre Mohidul, «si accingeva ad avvicinarsi per dargli supporto». Le condizioni di Boutraa sono sembrate subito disperate, gravissime rimangono quelle di Mohidul, che presenta ustioni sull’80 per cento del corpo. Tunisino il primo, bengalese il secondo, lavoravano entrambi all’interno dello stabilimento Fincantieri, ma nessuno dei due ne è dipendente diretto. Tutti e due fanno capo alla Global Naval, realtà con sede in Puglia e specializzata in carpenteria e meccanica navale, una delle tante ditte di appalto che operano all’interno del bacino anconetano. Sono due dei 4mila ingressi annui registrati dall’ “Arsenale” dorico, che conta circa 700 dipendenti diretti. Numeri a cui solo la tragedia ha dato un volto, un nome, una storia. Tutte le testate ricostruiscono, grazie anche alle testimonianze di alcuni colleghi tutti provenienti da paesi esteri, la personalità di Boutraa «il dottore» come lo chiamavano molti per i suoi «consigli contro i malanni di stagione». La moglie ed i figli a Tunisi ai quali inviava denaro per l’Università e la vita quotidiana. Una storia che commuove -immediato il cordoglio del sindaco, Daniele Silvetti, dei vertici di Fincantieri, della ditta di appalto- e che indigna: quella di Boutraa è l’ennesima morte sul lavoro registrata in questo 2026 ed immediata è stata anche la reazione dei sindacati che all’indomani della tragedia hanno fermato lo stabilimento con otto ore di sciopero per ogni turno.
Ma dietro a moltissimi dei 4mila lavoratori che in media all’anno entrano a Fincantieri per costruire traghetti di lusso potrebbero esserci storie simili a quelle di Boutraa e Mohidul, del quale, in bilico tra la vita e la morte, si sa ancora poco. Un lavoro che assicuri un’entrata più o meno stabile anche se questo può significare affrontare situazioni di rischio e mansioni altamente usuranti; attività impegnative dal punto di vista fisico e delle condizioni operative. Attività nelle quali è particolarmente rilevante la presenza di lavoratori stranieri impiegati dalle ditte esterne. Lo conferma il colpo d’occhio di chiunque si trovi nei pressi del porto durante le ore di cambio turno. Lo sottolineano le testimonianze raccolte dai giornalisti in questi giorni: «Il lavoro che faceva Sofiane è molto duro e molto pericoloso. Il rischio è alto e il gas o una fiammata possono essere letali. Questi lavori ormai li facciamo soltanto noi operai stranieri», le parole di Ftaiti Choukri raccolte da Il Resto del Carlino (giovedì 1 ottobre). Lo ribadiscono i dati dei sindacati «non si può gestire la costruzione di navi attraverso lavoratori di ditte di appalto, sempre i più sfruttati, gli ultimi della catena e quelli che subiscono più ingiustizie fino ad arrivare alla morte del lavoratore tunisino», le parole di Sara Galassi, segretaria generale Fiom-Cgil riportate dal quotidiano di via Berti giovedì 1 ottobre.
Mentre le indagini faranno il loro corso, accertando cause ed eventuali responsabilità, non si può non tornare a parlare di sicurezza sui luoghi di lavoro e delle condizioni di lavoro di chi è impiegato nel cantiere navale dentro il sistema di appalti e subappalti. In un recente incontro organizzato dall’associazione Ancona a Colori dedicato al Porto, si è tentato di capire quale sia la reale dimensione economica, sociale e produttiva di quella che è spesso definita “l’industria più grande delle Marche”. Sono certo lontani gli anni della grande crisi della cantieristica, tanto delle grandi navi quanto della nautica del lusso. “La mancanza di ferro” è un ricordo sbiadito per Fincantieri, che oggi può contare su commesse per un arco temporale stimabile in circa 10-15 anni, legate principalmente alla costruzione di navi da crociera. La continuità produttiva dello stabilimento anconetano va tuttavia collocata all’interno delle strategie complessive del Gruppo a livello nazionale, collegata anche al settore militare e alla realizzazione di navi da difesa in altri stabilimenti italiani. Ma la maggior presenza di “ferro da tagliare”, il progetto di raddoppio del bacino produttivo per la costruzione anche ad Ancona di scafi più grandi non ha cambiato in maniera sostanziale il sistema. Se è vero che negli anni si è ridotta la lunga catena di appalti e subappalti che rendeva particolarmente difficile ricostruire la responsabilità delle diverse imprese coinvolte nelle lavorazioni rendendo arduo il controllo delle condizioni di lavoro e la tutela dei diritti dei lavoratori, resta maggioritario il ricorso ad imprese esterne, ricondotto prevalentemente a forme di appalto diretto. Sono circa quattrocento le aziende che contribuiscono alle diverse fasi della costruzione navale, di cui solo una parte molto limitata radicate nel territorio regionale. Sabbiatura, saldatura, verniciatura e interventi effettuati all’interno degli scafi le mansioni fondamentali nel processo produttivo caratterizzate da ambienti complessi e da maggiori elementi di fatica e rischio che sono eseguite principalmente da lavoratori stranieri delle ditte di appalto. Lavoratori per i quali risulta pressoché impossibile sperare in una crescita professionale, passando da mansioni iniziali a ruoli maggiormente qualificati ad esempio per l’assenza di formazione professionale, disponibile invece per i lavoratori diretti Fincantieri, il che consolida una divisione tra lavoratori diretti e lavoratori dell’indotto. La grande industria delle Marche passa anche da qui. E sarebbe bene ricordarsene non soltanto quando un lavoratore non torna più a casa.
Agnese Carnevali
Giornalista professionista, è stata cronista per vent’anni per le redazioni dei quotidiani locali, Corriere Adriatico prima ed Il Messaggero poi, per approdare infine all’online fondando la testata Cronache Ancona. Negli anni ha lavorato per uffici stampa pubblici e privati di vari settori, dalla cultura allo sport alla politica, anche come freelance. Da qualche anno è insegnante precaria nella scuola primaria, ma non ha mai abbandonato gli strumenti del mestiere: scarpe buone ed un taccuino di appunti.