Ancona e la sfida demografica: tra declino e invecchiamento è ora di scelte concrete
Ancona si trova oggi al centro di una trasformazione demografica che ne ridefinisce l’identità e il futuro. Inutile dire che questa dinamica può essere estesa all’Italia intera e a tutto l’Occidente (che stiamo scoprendo essere termine controverso e anch’esso soggetto a profondi mutamenti).
Alcune delle domande relative alla presente dinamica demografica sono ormai note: chi lavorerà nei prossimi anni, se la base attiva si restringe? chi sosterrà il welfare locale se aumentano i pensionati e diminuiscono i contribuenti? che tipo di città diventerà Ancona se non è in grado di trattenere o attrarre giovani, e comunque se di giovani ce ne saranno sempre meno?
Le possibili risposte invece sono un po’ meno chiare, soprattutto quelle che attengono le politiche locali sulle quali possono incidere i Comuni.
Fatto sta che la questione demografica ha smesso di essere una questione puramente statistica e numerica ed è stata trasformata in un elemento di contesa ideologica e politica: basti pensare alla teoria della sostituzione etnica o al “sono una madre, sono cristiana…”. Questa polarizzazione ed ideologizzazione non sempre aiutano ad individuare i giusti strumenti per affrontare quello che sicuramente rappresenta un aspetto problematico delle nostre società.
L’andamento demografico della popolazione di Ancona
Limitandoci alla sola dimensione cittadina, dai censimenti storici emerge un quadro abbastanza chiaro: dopo una crescita costante fino agli anni ‘70 del Novecento, la popolazione ha iniziato a stabilizzarsi e, successivamente, a diminuire. Il primo censimento della popolazione italiana nel suo complesso risale al 1861, anno dell’unificazione del Paese nel Regno d’Italia, quando gli italiani erano 26 milioni e trecentomila e la popolazione residente nel Comune di Ancona di 49.375 unità. Nell’arco temporale che ci separa da allora il trend nazionale e quello cittadino sono pressoché sovrapponibili: la popolazione italiana nel suo complesso è poco più che raddoppiata arrivando a 59 milioni circa mentre quella anconetana è semplicemente raddoppiata, arrivando a 99.469.
Il picco massimo, di 109.789 abitanti, si raggiunse nel 1971 come effetto di quell’onda lunga del Dopoguerra, quando la voglia di rinascita e fiducia nel futuro portarono al “miracolo economico” ed a un’esplosione demografica nota come baby boom. Allora la voglia di creare una famiglia era indiscussa e nella maggior parte dei casi addirittura “indiscutibile”.
Da allora si è assistito ad una lenta ma costate diminuzione. Al di là della perdita di circa 10.000 abitanti nell’arco di 50 anni, che potrebbe sembrare in fin dei conti poca cosa, a destare particolare preoccupazione dovrebbe essere il fatto che secondo le più recenti proiezioni la diminuzione della popolazione abbinata al suo costante invecchiamento potrebbe subire una drastica accelerazione.
Le proiezioni statistiche calcolano la diminuzione a livello nazionale, ma naturalmente avrà ripercussione anche sul piano cittadino. Certo prima continueranno a svuotarsi le aree interne e il Sud, ma poi il fenomeno inizierà ad investire anche le aree urbane medio-piccole del Centro (Istat, 2025).
Si calcola che nel 2080 il Paese tornerà a contare 47 milioni di abitanti –come nel 1951– ma con una composizione anagrafica completamente ribaltata rispetto ad allora: se negli anni ’50 la maggior parte dei residenti aveva meno di 30 anni, nei prossimi decenni la maggioranza sarà rappresentata dagli over 50, con una presenza particolarmente significativa degli over 70.
Questa inversione della composizione demografica per età non risparmierà Ancona. Anzi è già evidentissima sin da ora, essendo l’indice di vecchiaia —ovvero il rapporto tra popolazione over 65 e under 14— superiore alla media nazionale: le università faticano a trovare nuovi iscritti mentre le case di riposo si riempiono. Chiaro che il problema della riduzione delle iscrizioni alle università del territorio è parte di un problema socio-economico più complesso ma sicuramente riguarda anche il dato demografico. L’età media della popolazione della provincia di Ancona è di 48 anni, di poco superiore a quella stimata a livello nazionale di 46,8 anni (ASUR Marche, 2025; Istat, 2025).
Oggi ad Ancona la popolazione under e over 50 sostanzialmente si equivalgono essendo rispettivamente di 50.230 e di 49.239 unità. Nei prossimi decenni il secondo gruppo peserà sempre di più rispetto al primo: basti pensare che nel 2024 i nuovi nati sono stati 600 mentre nel 1970 furono poco più di 1600 (dati ISTAT).
Ancona, e tutte le amministrazioni che la guideranno, dovranno confrontarsi sempre più con un modello di città che invecchia facendo fatica a rigenerarsi. Questo squilibrio sociale si manifesta in forme abbastanza chiare: centri storici svuotati, domanda crescente di servizi sociosanitari, e una partecipazione civica dominata da fasce d’età sempre più alte.
Di fronte a questo scenario, sarebbe fin troppo facile concludere con frasi altisonanti e in fin dei conti pleonastiche, del tipo: “Affrontare queste sfide richiede una visione strategica e integrata. Investire in politiche di sostegno alla natalità, promuovere l’inclusione sociale dei nuovi residenti e adattare i servizi urbani alle esigenze di una popolazione che cambia sono passi fondamentali. Ancona ha l’opportunità di trasformare la sfida demografica in un motore di coesione sociale, costruendo una città più resiliente e inclusiva”.
Il problema non è che queste affermazioni siano sbagliate —tutt’altro-. Il problema è che rischiano di rimanere enunciati vuoti, se privi di scelte coraggiose, risorse allocate, tempi certi. Governare i cambiamenti strutturali non è cosa semplice, i demografi ci dicono che la tendenza non può essere modificata. Ma il punto è che quelle parole vanno finalmente riempite di scelte concrete.
Senza visione e coraggio politico, Ancona rischia di restare intrappolata in un declino silenzioso ma profondo.
Ruben David
Ruben David lavora presso l’Ufficio legislativo di un gruppo parlamentare, dove si occupa di clima, ambiente ed esteri — i suoi principali ambiti di specializzazione. Su questi temi ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Trento. Nel corso della sua carriera ha lavorato per think tank, enti e centri di ricerca, tra cui il CMCC e l’ISPI. Ama il mare e sogna, un giorno, di imparare a fare l'orto e andare in barca a vela.