Ancona non è Corso Garibaldi
Caro Diario,
il centro di ogni città è da sempre il luogo che più la rappresenta: il suo scrigno di patrimoni, il biglietto da visita, il salotto buono, la tavola da imbandire. Che chi governa una città se ne occupi con particolare attenzione è naturale; così come è nelle cose che lì si concentrino molti eventi e iniziative.
Ma una città non è il suo centro. È un corpo ben più vasto e vitale e la carne viva sta nei suoi quartieri. È soprattutto lì che si misura la qualità reale di una città. Una città che dimentica le sue parti è una città più povera e, alla fine, finta. E ad Ancona quartieri e frazioni (smettiamola per favore con la retorica stantia dei “borghi” e chiamiamo le cose con il loro nome) sono stati quasi completamente dimenticati.
Non parlo delle buche o del degrado. Parlo di qualcosa di più profondo: di un abbandono sociale e culturale, di una lenta e inesorabile sottrazione di energia, relazioni e opportunità; di una frattura sempre più evidente nell’immaginario e nella rappresentazione stessa della città.
Una plastica rappresentazione di tutto questo è il taglio sempre più provinciale e disadorno del nostro più diffuso quotidiano cittadino: tra il Corso e piazza Cavour, la celebrazione ossequiosa di ogni evento e l’immancabile intervista ai soliti commercianti, sembra ormai fare una fatica enorme ad accorgersi che Ancona continua anche altrove.
Chi governa Ancona ha da tempo smesso di far abitare i suoi quartieri. Ed è una ferita alla città che può rimarginarsi soltanto con una vera inversione di rotta. Perché proprio qui possono nascere serbatoi inesauribili di energie e creatività. Lontano dalle rendite di posizione e dai luoghi dove tutto è già codificato, possono diventare laboratori a cielo aperto, terreno fertile per l’innovazione spontanea, luoghi nei quali sperimentare nuove forme di socialità, cultura e partecipazione. La creatività urbana, del resto, nasce spesso proprio dove c’è ancora spazio per inventare.
Anche la competitività di una città passa da qui. Una città è competitiva non soltanto quando sa attrarre turisti, investimenti o grandi eventi, ma quando riesce a essere un luogo nel quale le persone scelgono di vivere anche quando non sono ricche. E, se possono scegliere, scelgono luoghi nei quali trovano servizi, relazioni, spazi pubblici di qualità, occasioni culturali e sociali, possibilità di partecipare alla vita della propria comunità.
Perché i quartieri non sono soltanto luoghi nei quali si risiede. Devono poter essere abitati. Ancona, peraltro, è storicamente una città fortunata. Il suo sviluppo è stato in larga parte meditato e disegnato da urbanisti di qualità. Molte parti della città sono state pensate con spazi e aree pubbliche destinate all’incontro, alla socialità, allo sport e alla vita collettiva. Non abbiamo, se non in misura molto limitata, zone dormitorio. Abbiamo piazze, parchi, campi sportivi, locali di proprietà comunale, circoli, chiese, aree verdi, cinema e teatri.
E i quartieri abitati sono anche la migliore forma di prevenzione contro i fenomeni di piccola delinquenza e il modo più efficace per aumentare la percezione di sicurezza. Dove ci sono persone, attività e occasioni di incontro, cresce anche il controllo sociale naturale di una comunità. La vera sfida, allora, non è portare tutti verso il centro, ma fare in modo che ogni quartiere abbia una propria vita e una propria capacità di attrazione.
Una città diventa più forte quando riduce le distanze tra centro e periferie, quando distribuisce opportunità, servizi e qualità urbana in modo equilibrato. Occorre cambiare prospettiva: non considerare più queste parti della città come territori periferici rispetto a un unico centro, ma come parti essenziali di una città policentrica. Ogni quartiere deve poter essere, almeno in parte, un centro.
Se non torniamo a renderli vivi e abitati, se non trasferiamo anche lì occasioni e opportunità, se non investiamo in un’idea diversa di città capace di parlare prima di tutto ai due terzi e più dei suoi cittadini che vivono fuori dal centro, potremo continuare a bearci del titolo a sei colonne per la piazza Cavour piena durante il concerto di giro.
Ma, mentre ci raccontiamo quella città, rischiamo di lasciarcene scorrere sotto gli occhi un’altra, quella vera.
Quella che torna buona solo quando c’è da costruirci sopra un Palio.
Evento, pure quello, da svolgere rigorosamente in centro.