30/05/2025

Ancona was my playground, quando il mondo era a portata di mano


Qualche giorno fa sono entrato per caso (molte cose belle capitano per caso, il che è vero anche per quelle brutte purtroppo!) nel campo da basket annesso allo stadio Dorico. Il cielo era di un azzurro incredibile e faceva pendant (in anconetano: ce boccava benissimo) con il colore del pavimento del campetto. Subito due sensazioni mi sono venute fuori: i colori facevano tanto film di Wes Anderson e in quel posto io avevo passato da ragazzino tante domeniche mattina! Qui giocava infatti la Stamura Basket e io capitavo spesso qua a vedere la partita interna del campionato (quale campionato fosse non lo ricordo e siccome questo articolo è fatto di soli ricordi non me lo faccio dire dalla rete).

A quel punto mando subito un messaggio Whatsapp a Matteo, chiedendogli se poteva essere interessato a pubblicare su Ancona Ri/vista a colori un articolo sui vecchi campi e campetti in cui la mia generazione passava le sue giornate. Alla risposta affermativa seguiva una sua domanda: chi lo scrive? Se siete arrivati a leggere fino a qui avrete capito che scriverlo è toccato a me. E allora torniamo al campo da basket di via Maratta, che confinava con alcuni ingressi e le biglietterie del Dorico. Qui vicino c’era un altro campetto storico, anzi “il campetto” per me e tanti altri ragazzini della mia generazione, nati tra il 1950 e il 1955, che vivevano nel Quartiere Adriatico: il campetto annesso alla Chiesa del Sacro Cuore. Ma prima di andarci debbo ricordare che attaccati al campo da basket c’erano altri due luoghi mitici: il Cinema Fiammetta (diventato in seguito la Multisala Mr. Oz) e il Gallina, un posto per me ragazzino un po’ misterioso e un po’ losco. Vi si accedeva con una scala che scendeva sotto il livello della strada e ti portava in un grandissimo ambiente “per lungo” dove prima c’erano i flipper (guai a scuoterli troppo perché andavano in tilt!) e poi scendendo ancora biliardi e tavoli per giocare a carte. Ma di solito io mi fermavo ai flipper.

E adesso andiamo al campetto del Sacro Cuore, o campetto dei preti, dove ho passato la quasi totalità dei miei pomeriggi tra i dieci e i quattordici anni. I primi anni in cui lo frequentavo, il campetto, che aveva un campo da basket (qui giocava, vado a memoria la Adriatica Basket) e accanto uno spazio per giocare a pallone, era separato con un muro da un campo ancora sopravvissuto alla vitalità edilizia di quegli anni. Qui venne poi costruito il palazzo in cui oggi si trova la Coop. Di quel campo ricordo che lì veniva acceso il fuoco della Venuta, che viene acceso nella notte tra il 9 e il 10 dicembre per ricordare l’attesa della Venuta della Santa Casa di Nazareth a Loreto.

Il campetto del Sacro Cuore era un centro di aggregazione formidabile con le sue particolarità, come il frequente lavaggio nel piazzale della macchina del famosissimo Padre Bernardino, figura notissima nel quartiere e in città, lavaggio curato da una Professoressa del Liceo Classico, la professoressa Chiarugi (sempre che la mia memoria funzioni). Un anno feci lì il chierichetto per tutto il mese di maggio, come del resto imponeva il mio nome, Claudio Maria. Ma le parrocchie a quel tempo offrivano anche molto altro, come, nel caso del Sacro Cuore, la prima sede del Gruppo Scout Ancona 3 e il cinema con la proiezione domenicale pomeridiana di un doppio film. Sui gradoni del campo da pallacanestro si giocava nelle pause tra una partita e l’altra a “scalino” con le figurine dei calciatori (le Panini, obviously): a turno i due contendenti (non mi ricordo se i contendenti potevano essere anche più di due) facevano scivolare a terra una figurina dalla superfice del gradone. Vinceva chi riusciva a coprire con il lancio di una sua figurina un pezzo di una (non più di una, se ricordo bene) figurina già a terra. Ma il campetto era soprattutto il posto dove giocare ore e ore “a pallò” o con le porticine o le porte (a fare da pali maglie e borse). Il campetto aveva la sua “nazionale” come confermato da una meravigliosa foto mandatami da Paolo Stacchiotti in cui c’era una squadra, la Tiger, che schierava tutti ragazzi del campetto: in piedi Belvederesi, Caselunghe, Rossi (Alberto), Stacchiotti e Rossi (Fausto) con seduti Cortucci, io, Ansevini, Reni e Marinelli. Il campo era forse quello di Vallemiano o Piazza d’Armi.

Ma a pallone nel quartiere Adriatico e dintorni si giocava anche altrove, come ad esempio alla pista di pattinaggio, sempre che non ci fosse il custode, e “dai Frati” nel giardino di Villa Gusso in Via Santa Margherita dove decenni dopo avrei lavorato come Direttore Sanitario dell’INRCA che lì portò (ci sono ancora) i suoi uffici amministrativi. Per giocare a pallò non serviva necessariamente un campo o un campetto: mi ricordo di una partita giocata su una curva in discesa (o salita a seconda di come uno vede la vita) di via Cadore. E ricordo un altro campo condiviso coi ragazzi del Rione Cardeto: un campo sotto le mura del Forte del Cardeto. Il campo era rialzato e se il pallone finiva di sotto c’era il responsabile del tiro o passaggio sballati che doveva andarlo a riprendere.

Era mia intenzione partire da alcuni di questi ricordi per ricordare la rete di campi e soprattutto campetti che ha consentito ai ragazzini della mia generazione di crescere in mezzo agli altri giocando a quello che è (era?) il gioco più bello del mondo. Poi ho scoperto che c’è chi aveva fatto già una bellissima ricostruzione dei campetti e dei campi di Ancona: la 36esima puntata di Strane Robe dedicata appunto ai campi di calcio del passato di Ancona. La si può vedere nel canale YouTube di Anconopoli. L’ho trovata molto interessante e piena di informazioni non solo sulla storia del pallò in Ancona, ma anche sulla storia della città e dei suoi rioni. Nel viaggio tra i campi e i campetti della città “si parte dal mitico Stadio Dorico e si chiude con il primo campo da calcio di Ancona, posizionato fuori Porta Cavour”. Il viaggio è stata l’occasione per far una carrellata di aneddoti sui tanti campi e tantissimi campetti della città. Segnalo ad esempio i passaggi su quelli del Pincio, di Capodimonte e del Rione San Pietro, arricchiti da tante foto d’epoca. In questa puntata il bravissimo Marco Lucioli viene aiutato dai racconti di Franco Lorenzini e Sergio Dubini. Franco Lorenzini ha scritto diversi libri sul pallò in Ancona per Affinità elettive, tra cui “Porto, passione e pallone” che oggi andrò a comprare. Immagino che alcune foto di Strane Robe vengano da questi libri.

E siccome la storia dei campi e campetti di Ancona l’ha fatta benissimo Anconopoli, io posso concludere il mio personale ricordo di questi luoghi del cuore con un altro campetto e con una foto. Il campetto era quello di Villa Longhi, la casa di campagna della famiglia dei miei amici di sempre Alberto e Giorgio Longhi. Lì per anni ogni domenica mattina nel periodo della scuola si giovava a pallone tra amici nel giardino della casa con un albero in mezzo. Le partite finivano tipo 32 a 28, duravano ore e finivano con le salsicce cucinate al camino. In casi così ti viene da dire quella frase stupida, ma spesso vera, “eravamo felici, ma non lo sapevamo”. In quel giardino sono nate amicizie che ancora durano ed è bello ricordarlo. Amicizie che poi ogni tanto scendevano in campo grande, come quello di Vallemiano dove è stata scattata la foto qui sotto, tanto bella quanto struggente perché c’è qualcuno che ha “lasciato la squadra”, ma continua a vivere nel ricordo dei compagni.



Claudio Maffei
Claudio Maffei

Medico in pensione con una lunga esperienza di Direzione Sanitaria dopo un decennio di lavoro all’Università.
Si occupa tuttora di politica sanitaria su cui pubblica contributi in varie testate nazionali e regionali.
Ama la sua città e vorrebbe contribuire a migliorarla.


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