Apologia della politica: impegnarsi non è da scoppiati!
Qualche anno fa -prima della pandemia– sono stato invitato a un dibattito sull’Europa assieme a esperti di diritto e di economia. Poiché l’evento si sarebbe tenuto pochi giorni prima di una elezione, un amico mi aveva consigliato prudenza «e soprattutto stai lontano dalla parola “politica”, mi raccomando». Il consiglio mi ha fatto riflettere. Da una parte sentivo che aveva ragione; voleva evitare che entrassi nelle polemiche pre-elettorali, sempre nervose e di poco costrutto. Dall’altra sentivo che c’era anche un’altra forma di prudenza nelle sue parole, cioè che, se non sei un politico, è meglio evitare di parlare di “politica” in pubblico ogni giorno dell’anno.
Il primo consiglio l’ho seguito invitando tutti a votare chi volessero ma comunque ad andare al seggio. Il secondo no. Sono andato a riprendere gli appunti di quella giornata, ecco come iniziano:
“Un collega esperto di incontri pubblici mi ha consigliato di stare attento a parlare di politica a ridosso delle elezioni. Spero che non si offenda, ma oggi parlerò di politica tutto il tempo. Non nel senso che gli diamo un po’ tutti oggi, bensì in alcuni sensi antichi, quelli della parola politeia:
• Cosa pubblica/bene comune;
• Prendersi cura della comunità;
• Forma di governo
La politica di cui parlerò è questa: nobile, difficile e necessaria”
Il guidizio negativo sulla politica e sui politici non è nuovo e non è solo italiano. Kurt Vonnegut, per esempio, ha scritto:
There is a tragic flaw in our precious Constitution, and I don’t know what can be done to fix it. This is it: only nut cases want to be president. This was true even in high school. Only clearly disturbed people ran for class president.
(A Man without a Country. Seven Stories Press, New York City. 2005)
C’è un tragico difetto nella nostra preziosa Costituzione, e non so come vi si possa rimediare. È questo: solo gli scoppiati vogliono candidarsi alla presidenza. Ed era così già alle superiori. Solo gli alunni più palesemente disturbati si proponevano per fare i rappresentanti di classe.
(Quando siete felici, fateci caso. Minimum fax, Roma. 2015. Traduzione di Martina Testa)
A vent’anni di distanza, osservo di passaggio che nel sentimento popolare, almeno in quello italiano, il giudizio negativo si estende anche al resto delle classi dirigenti, non solo a chi si candida per governare la collettività. Ma su questo punto non credo di avere nulla di interessante da dire e mi fermo all’osservazione.
Invece vorrei prendere di petto le parole di Vonnegut, che sono divertenti e ciniche, per fare l’apologia della politica, intesa come nel mio dibattito con gli esperti: la difficile arte di prendersi cura della comunità e della cosa pubblica.
Dire che solo gli scoppiati si presentano alle elezioni, dal consiglio di classe alle più alte cariche dello stato, è molto meglio delle frasi che sentiamo al bar: “la politica è una cosa sporca” e “sono tutti uguali”. La prima è una frase meditata e arguta; le seconde no, sono frasi fatte che è sufficiente ripetere in modo meccanico. Tuttavia, tutte queste espressioni hanno un aspetto in comune: la rassegnazione. Vonnegut dice “non so come vi si possa rimediare” e scommetto che chi ripete le frasi fatte al bar sarebbe d’accordo con lui. Molti traggono da questo atteggiamento la conclusione estrema che sia inutile andare a votare –e difatti l’affluenza al voto è sempre calata dalle elezioni politiche del 2006 (83%) alle ultime del 2022 (64%), mentre alle elezioni europee del 2024 ha votato meno della metà dei cittadini che potevano farlo.
Eh no! Non possiamo accettare questo atteggiamento e questi esiti. Anzi, a me sembra che la rassegnazione e il cinismo giustificano, assolvono e incoraggiano il peggio della politica lasciata in mano a scoppiati e disturbati. “Giustificano e assolvono”, si capisce, perché se sono tutti uguali nessuno è individualmente responsabile. Ma perché “incoraggiano”? Perché è esiziale che un rappresentante politico possa contare su un corpo sociale che dà per scontata la sua incapacità, l’indifferenza verso i propri doveri o, peggio, la sua disonestà. Questo gli dà un vantaggio strutturale sui rappresentanti e i dirigenti capaci e onesti. Il biliardo non è più in bolla e pende a favore degli scoppiati e dei disturbati.
Quindi, chi se la sente ha almeno queste buone ragioni per non arrendersi al cinismo e non accontentarsi di una classe dirigente scadente che non si prende cura di noi. Si tratta di un cambio di mentalità che, come spesso accade, si riflette anche nelle parole. Noi diciamo che un personaggio politico ricopre o assume una carica oppure che siede in consiglio comunale. Diciamo anche che chi lavora in un organismo statale è un funzionario o dipendente pubblico. Su un sito ufficiale americano, invece, si legge, per esempio, che “Barack Obama served as the 44th President of the United States” e i funzionari pubblici in inglese vengono detti civil servants. Queste parole vengono dal tempo in cui potevamo prendere ad esempio le classi dirigenti degli anglosassoni. Ora le cose sono cambiate, purtroppo, ma le parole restano e continuano a dire che la politica e l’amministrazione sono un servizio che si rende agli altri. È questo che dobbiamo pretendere da chi ci rappresenta e amministra, ma non basta ancora.
Quando la stampa riporta fatti di corruzione, cattiva amministrazione o semplice inadeguatezza e sciatteria, vengo spesso colto da un sentimento che faccio fatica a descrivere con una parola sola. «Che peccato!”, penso, “che spreco! Immagina quello che avresti potuto fare con i mezzi e le responsabilità che i cittadini ti hanno affidato”. E non mi riferisco solamente a come gestire la viabilità di un comune, la sanità di una regione o l’economia di un paese intero – compiti certamente imprescindibili, perché è ovvio che devi rispondere ai bisogni della gente. Penso anche all’occasione che i cittadini ti hanno offerto di immaginarti come sarà il comune, la regione o il paese fra 10, 20 o 50 anni e preparare quel futuro.
Quindi, ai significati che ho elencato all’inizio dell’antica parola politeia, bisogna aggiungerne un altro che la parola non aveva, almeno a quanto ne so. Dobbiamo pretendere da chi ci rappresenta e amministra non solo che abbia a cuore la cosa pubblica di oggi ma anche che serva la comunità di domani. Bisogna che abbia dentro di sé e metta in campo l’immaginazione, che è la facoltà più umana di tutte, quella che ci distingue dalle macchine che sostengono di pensare e probabilmente anche dalle altre specie che vivono sul nostro pianeta. In altre parole, deve essere capace di vedere non solo il mondo com’è ma anche e soprattutto come potrebbe essere. Da questo punto di vista, chi ci rappresenta e amministra deve assomigliare un po’ a un artista o a uno scrittore. Questo è ciò che avevo in mente quando all’inizio ho scritto che la politica –lungi dall’essere una parola dalla quale tenersi lontano– è necessaria, difficile e soprattutto nobile.
Ubaldo Stecconi
Ubaldo Stecconi è nato ad Ancona, ha studiato a Trieste e Londra e ha insegnato translation studies e semiotica a Urbino, Manila e Washington D.C. Dal 2001 vive a Bruxelles dove è redattore di discorsi ed esperto di comunicazione per la Commissione europea.
Umberto Grati è l'autore del ritratto.