23/11/2023

Biopolitica Anconitana


STORIA DEL CAPITALE SOCIALE ANCONITANO – TERZA PUNTATA
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L’anno 1836 fu, per Ancona, molto simile al nostro pandemico 2021. Colpita dall’epidemia di colera che devastò gran parte dell’Europa, la città registrò 1556 infetti, 716 dei quali morirono, secondo la ricostruzione che ne fece il canonico Francesco Borioni in un libro del 1837, L’autunno dell’anno 1836 in Ancona.

La città ne uscì (come noi dal Covid 19) con un entusiasmo vitalista che faceva esclamare al canonico: “eppure io vivo!”. Sentimento inedito per la cultura cattolica del tempo che favoriva giudizi normativi a proposito della capacità dei dorici di sapersi adattare e sopravvivere alle calamità, “il carattere degli Anconitani è pieno di fuoco e di una elasticità inarrivabile”.

In realtà si cercava una sofisticata associazione tra la vittoria sul morbo e la restaurazione politica dell’autorità pontificia dopo i moti romagnoli del 1831, celebrata da una solenne visita del papa Gregorio XVI.
Nonostante questa operazione propagandistica, la celebrazione della salute fisica testimoniava l’emergere dal basso di una inedita sensibilità per il corpo mondano evidentemente già maturata nella cittadinanza e che, quindi, non possiamo riferire esclusivamente alle trasformazioni introdotte dal regime liberale.

Il commissario Lorenzo Valerio, comunque, con l’istituzione del Ginnasio-Liceo e dell’Istituto Tecnico Nautico, si occupò certamente di fare gli Italiani, ma, sul modello piomentese della legge Casati, introdusse l’istruzione tecnica in città e la ginnastica nella scuola. Era una innovazione forte che rispondeva alla necessità di formare operai, artigiani, e colletti bianchi per la nuova stagione protoindustriale che si voleva sviluppare.
Il Ginnasio avrebbe potuto essere intitolato a Ciriaco Pizzecolli, inventore anconitano nel XV secolo della scienza archeologico-antiquaria, ma la necessità di orientare  sensibilmente l’insegnamento verso il sapere tecnico suggerì il nome di Carlo Rinaldini (Ancona, 1615-1698). 

Fu una operazione di compromesso che rivela l’ambizione del nuovo stato di riappropriarsi dello studio del latino per valorizzare le origini imperiali romane, strappandolo alla cultura dei preti e farne il collante della unità nazionale. Rinaldini, matematico dell’Accademia del Cimento, si prestava molto bene in quanto, in maniera gesuitica, si era sforzato nel XVII secolo di coltivare una “scienza galieliana limitata”, cioè a base empirica ma che non entrasse in rotta di collisione con la cosmologia e la fisica veteroaristoteliche. 

Insomma studi classici, ma fino a un certo punto. Questa diffidenza è rimasta nelle istituzioni educative anconitane come un imprinting fino ad oggi, dall’insistita indisponibilità dell’università locale ad aprire alle discipline umanistiche all’esacerbato burocratico pragmatismo dell’ultima amministrazione comunale ripagata da altrettanto gelido feedback dagli elettori.

Il nuovo Liceo liberale e laico, alla fine, fu affidato alla direzione dell’abate Eugenio Rumori e, negli anni Sessanta, il preside era ancora il canonico Mario Natalucci, autore di una nota Storia di Ancona.

Dietro il compromesso emergeva comunque la centralità del corpo che trovò prestissimo, nel 1907, la sua accademia nella Società di Educazione Fisica “Stamura”, promossa spontaneamente dalla classe dirigente anconitana, che fu anche il principale luogo di incontro e di scambio interclassista. 

La nazionalizzazione delle masse da una parte e lo sviluppo di ideologie sanitarie, l’elioterapia, la balneoterapia, ben note nelle coste adriatiche, le nuove attenzioni per la cura del corpo favorirono in tutta Europa, nel periodo tra le due guerre, la nascita di questo genere di pratiche, associazioni e circoli. Michel Foucault ci vedrà una manifestazione persino tardiva dell’emergente e oggi imperante “biopolitica”.

Ma ad Ancona il fenomeno arrivò in tempi davvero veloci, sempre dentro una cornice necessariamente morale. “Tutto per gli altri, nulla per noi” fu il motto della “Stamura”, che adottò il nome della eroina anconitana nella versione con la u, a sottolinearne il carattere identitario, come nei versi che imitavano il latino arcaico del carmen fratrum arvalium di romana memoria.

È sopratutto in questo ambiente che maturano i canoni culturali ed estetici della classe dirigente liberale anconitana, ancora una volta adottati con singolare tempestività rispetto alle mode d’oltralpe. Una diffusa associazione tra vitalità, audacia e abbronzatura aveva cominciato a crearsi nella cultura europea degli anni Venti; prima nel mondo maschile e poi, in maniera sempre più diffusa, in quello femminile, complici le industrie di cosmesi che intuirono l’affare. 

La cultura coloniale favorì per gli uomini lo stile da “legionario”, tema cui verrà dedicata una famosa canzone francese nel 1938. Per le donne “Vogue”, incalzata dalle industrie cosmetiche, comincia a pubblicizzare nel 1920 le creme abbronzanti; segue la moda degli occhiali da sole e aiuta molto il successo esotico di Josephine Baker, coperta solo dal gonnellino di banane. Una nuova estetica valorizza il corpo abbronzato che ribalta quella, tutta femminile, dei pallidissimi colli di cigno.

Alla Stamura il fenomeno era già in azione da un pezzo, con lo scopo di creare l’immagine di un nuovo modello di classe dirigente, che vuole condividere con le classi lavoratrici lo stile del “fare” (e anche il fascino), anche se si tratta di attività ovviamente senza scopo di lucro. Il corpo abbronzato diventa così un vestito: borghesi e nobili competono come canottieri, ed anzi alcuni di questi circoli diventeranno molto esclusivi. 

Ad Ancona vuol dire restaurare, covato per secoli sotto la cenere del conformismo clericale, il canone greco e pagano (e Ancona è città greca e pagana) del kalòs kaì agathòs.

Il Liceo Ginnasio Rinaldini e la Stamura saranno i luoghi della costruzione di questa identità culturale anconitana moderna, fatta di avvocati canottieri, poi velisti, e di bionde Stamure. L’abbronzatura sarà la divisa della città borghese, salata, tonica e adriatica.




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