I neri sono tutti uguali. O forse no. Chi fa il mio lavoro ha il privilegio di poter allenare l’occhio alle diverse carnagioni (e lineamenti) e l’orecchio ai nomi che vengono dalla Somalia o dalla Guinea. In ogni caso, anche per noi è stata una sorpresa, negli ultimi due mesi, ricevere un folto gruppo di “altri” neri. Tutti provenienti dal Burkina Faso. Si dice che sono burkinabé, un nome collettivo che serve a catalogarli, anche se in quel Paese dell’Africa occidentale, incastrato tra Mali, Costa d’Avorio, Togo, Benin e Niger, vivono decine di etnie diverse.

Sono arrivati nel nostro territorio più o meno una trentina di ospiti, sparsi tra i vari Comuni della provincia di Ancona, tutti provenienti grosso modo dal nord del loro Paese, molti parlanti una lingua specifica e per noi rarissima, il bissa. Cercando un mediatore di questo particolare idioma, ho conosciuto Bernard, operaio metalmeccanico che vive da molti anni a Jesi. È arrivato in Italia nel 1998 e ha vissuto tutte le difficili fasi della regolarizzazione in quell’epoca confusa che sta tra la legge Turco-Napolitano e la successiva Bossi-Fini. Dopo un lungo periodo trascorso nelle campagne, durante il quale ha preso parte anche a lotte e movimenti sindacali, è riuscito ad entrare in fabbrica (come dicevamo noi, una volta, con un certo orgoglio), prima a Trento e poi, appunto, a Jesi. A lui ho chiesto numi rispetto a questa particolare ondata migratoria.

 

Bernard, mi sbaglio o stanno arrivando veramente in tanti dal Burkina Faso?
«No, non sbagli. Dopo le violenze degli ultimi 10 anni e il colpo di stato del 2023, il Paese vive ancora in una situazione di grande insicurezza, dovuta ai gruppi di terroristi che attaccano soprattutto il nord. Scavano grandi trincee attorno ai villaggi per impedire alle persone di fuggire, isolandole. Ci sono zone dove gli alberi non hanno più foglie: non avendo più cibo, gli abitanti mangiavano quelle, anche se velenose a volte. I terroristi poi attaccano, uccidendo prevalentemente i maschi adulti. Fino al colpo di stato, i governi precedenti li avevano sostanzialmente lasciati fare. L’attuale capo di stato, Ibrahim Traoré, ha dichiarato loro guerra. Per reazione, i terroristi attaccano molto di più. C’è quindi una condizione di insicurezza generalizzata, soprattutto nelle regioni dove vivono i bissa, cioè al Nord».

Cosa si sta facendo di concreto nel Paese?
«La situazione è ancora molto complicata. Tutto il Paese sostiene Ibrahim Traoré e chiunque cerca di contribuire alle raccolte fondi per sostenere l’esercito. Anche chi di noi vive all’estero prova a fare la sua parte come può. Tuttavia i terroristi sono molto equipaggiati, meglio dei militari, addirittura durante certi scontri li hanno presi in giro per le loro scarse dotazioni. Ci vorrà molto tempo prima che le cose cambino. Ad esempio, ci sono moltissimi profughi interni, soprattutto bambini, scappati dai villaggi in fiamme e rifugiatisi nelle grandi città, spesso senza una rete familiare di supporto. Chiedono l’elemosina, soprattutto quando vedono persone che vengono da fuori, non hanno nulla per sostenersi».

Le persone che arrivano qui, quindi, fuggono dal conflitto, soprattutto.
«Sì, e anche dalla perdita della speranza. In Burkina Faso la paura ha prevalso sulla voglia di vivere».

Il Burkina è il Paese che abbiamo imparato a conoscere, negli anni ’80, grazie a Thomas Sankara. In cosa Ibrahim Traoré gli assomiglia e in cosa no?
«Traoré si ispira molto a Sankara. Sankara ci ha lasciato il combattimento come ideale, inteso come combattimento per la giustizia. All’epoca, però, il nemico era l’imperialismo, non il terrorismo. In un certo senso, Traoré ha ricominciato da dove Sankara aveva lasciato. Il suo obiettivo di sviluppo del Paese è l’autosufficienza alimentare attraverso l’agricoltura. Sta impiegando anche i militari per questo, per coltivare le terre che producono, essenzialmente, patate, arachidi, frutta, e anche per ripristinare l’allevamento nelle zone più colpite dai terroristi. Oggettivamente, però, le opportunità di crescita individuale sono ancora poche: la ricchezza è distribuita male, si concentra soprattutto nelle aree urbane. Per questo, nonostante l’Europa non sia più quella di una volta, le persone continuano a partire».

Arrivano da noi molto provati, sia dal punto di vista psicologico che da quello fisico.
«È importante riuscire a convincerli a farsi supportare, soprattutto dal punto di vista psicologico. Quando parlo con alcuni di loro, vedo che cambiano umore facilmente, faticano a concentrarsi su un discorso. Questo viene dalle violenze che hanno subito nel Paese, ma anche e soprattutto durante il viaggio».