22/05/2026

Capitale della Cultura: non è un riconoscimento ma una investitura. Intervista a Cristina Loglio


Cristina Loglio, una cara amica di passaggio ad Ancona, ha fatto parte della Giuria delle Capitali italiane della Cultura per cinque processi di nomination, oltre ad essere esperta di politiche europee con riguardo alle quali ha ricoperto numerosi incarichi in Italia e in Europa, come consigliere del Ministro Franceschini e come esperta nello staff europarlamentare. Con la recente nomina di Ancona a capitale italiana della cultura abbiamo pensato di intervistarla sul significato di questo titolo e sulla cornice anche europea nel quale si può collocare.

Cristina, tu hai partecipato a molte valutazioni per la capitale italiana della cultura, con almeno 20/25 dossier per anno, con Commissioni prestigiose e anche diverse, ci spieghi come funziona?
«Si, ho lavorato con Commissioni presiedute dal Prof. Cammelli e poi dal Prof. Baia Curioni (che ha fatto parte anche della Commissione che ha premiato Ancona ndr). Le città partecipano con dossier in formato fisso di 60 pagine, nelle quali devono condensare nel miglior modo possibile i contenuti richiesti. La Giuria, almeno nelle occasioni in cui ne ho fatto parte, esprime diversi profili professionali per valutare al meglio un programma multidisciplinare».

Cristina Loglio


La tua partecipazione a queste Commissioni è dovuta a una tua ampia competenza acquisita a livello europeo. Come sappiamo la capitale italiana è stata istituita nel 2014 a partire dall’esperienza europea della capitale della cultura, anche concretamente nella prima edizione a partire dai dossier candidati a livello europeo. Come si inquadra la capitale italiana della cultura e qual è il mandato principale che le città ricevono una volta ottenuto il titolo, che sia in ambito europeo o nazionale?

«A livello europeo la capitale della cultura è stata istituita nel 1985 da Melina Mercouri, che riteneva che l’Europa fosse essenzialmente costituita dalle sue città. Atene come città fondamentale per la democrazia e la partecipazione è stata la prima capitale europea, emblema di questa fusione tra valori umani, estetici e formali. Firenze è stata la seconda capitale europea a coniugare il rapporto ideale tra umanesimo ed estetica. I paesi europei hanno proceduto a nomine a rotazione, fino al 2005, quando si è deciso di stabilire un regolamento e formalizzarlo. Nel frattempo era infatti cresciuto il numero degli Stati membri e si è pensato di promuovere due capitali l’anno per abbreviare i periodi di attesa dei paesi allargando poi anche ai paesi in via di adesione. In questi ultimi casi la Cultura è stata proprio interpretata come strumento di relazione anche nella fase di avvicinamento all’Europa di nuove realtà nazionali. Quindi ogni anno sono tre le capitali, di cui una in preadesione. Con la approvazione del nuovo Culture Compass for Europe (una ‘bussola europea’ basata sulla cultura) sono state scelte quattro dimensioni: dimensione umanistica della strategia europea, che integri i valori culturali nella visione di sviluppo economico dell’Europa, attenzione ai diritti dei lavoratori anche rispetto ad AI, visione di una Europa competitiva che risiede anche nella creatività dei suoi cittadini, e attenzione alla Global Europe. La Culture Compass si articola poi in 20 azioni bandiera di cui una è proprio la città capitale della cultura. Quindi a livello europeo, ma anche fortemente nella versione italiana, la dimensione umanistica è molto importante, come posizione anche alternativa al transumanesimo galoppante, si tratta di una operazione di grande responsabilità. Essere città capitale della cultura non è un premio o un riconoscimento, né una grande kermesse, ma una investitura nel saper rappresentare determinati valori e principi, nel saper incarnare questo pensiero».

Con quale intensità questi impegni e questa spinta trasformativa devono essere espressi nel programma di una capitale della cultura?
«La trasversalità della cultura è stata rimarcata a livello europeo nel 2018, l’anno del patrimonio culturale, per il quale si è molto impegnata in prima persona la presidente della commissione cultura dell’europarlamento Silvia Costa. Per effetto di quell’anno e di quella visione oggi sono 23 le direzioni generali europee legate alla cultura. Molti aspetti apparentemente diversi contengono elementi culturali, in ambito economico, sociale, ma anche in ambiti più inaspettati come la lotta al terrorismo che distrugge beni culturali nei Paesi in conflitto o la nascita di nuove imprese. Così le città della cultura devono rappresentare e saper dimostrare questa trasversalità. Si parte certamente da un programma culturale di qualità che deve interrogare ed esprimere quanto nella città esiste, per essere più consapevoli e orgogliosi e per far conoscere al mondo la propria identità in senso inclusivo. Per dialogare si deve sapere chi si è, Ancona è sempre stata città di dialogo e di apertura ma deve comprendere e riconoscere meglio la propria specificità. Ma una parte del contenuto deve cogliere anche altri aspetti per farne fattori di trasformazione, volando alto, avendo ambizioni, investendo di più e sapendo immaginare ed osare. Più soldi, più spazi, più volontà devono produrre un vero e proprio salto di qualità nella città. Orgoglio di sapere meglio chi si è per saper accogliere… per rendere la città più comprensibile, riconoscibile, anche in senso molto pratico. Un budget trasparente, ben strutturato, ben fondato e documentato è pure molto importante, non conta solo l’entità ma il realismo dei propositi esposti. Anche gli strumenti di governance sono molto importanti, e se chi crea, chi coordina, chi controlla e chi valuta sono le stesse componenti questo non è qualificante per il progetto. Ho partecipato fino a tre anni fa ai processi di selezione e per garantire questi requisiti la giuria era composta di competenze diverse, giuridiche, economiche, culturali, etc. con piena indipendenza di giudizio. Sono molte le città italiane che hanno requisiti e non è mai stato facile scegliere. Anche il processo preparatorio è importante, per la capitale europea si parte anche cinque o sei anni prima, per la capitale italiana il processo è più breve ma può comportare anche qualche anno di lavoro.

Cristina Loglio e Simona Teoldi


Quindi il progetto di successo è quello che trasforma non solo la città ma anche i cittadini? Non basta la somma degli eventi o una ‘grande abbuffata’ di prodotti culturali, se non avviene questa trasformazione?

In un certo senso si, e la trasformazione avviene su più livelli. In primis oggettività e qualità dell’offerta in termini di qualità e quantità anche nelle politiche trasversali (sviluppo economico, ambito sociale, immigrazione etc.). Trasformazione dei cittadini, laddove anche chi non frequenta i luoghi e gli appuntamenti della cultura dovrebbe avere buone ragioni, nuove e diverse, per frequentare la cultura ad ogni livello, con una larga parte della popolazione che si mobilita in città, a cominciare da tutto il tessuto associativo anche minuto. L’istanza di trasformazione dovrebbe entrare nella programmazione della città con ricaduta anche economica, non solo iniziative spot ma vero investimento sulla cultura a partire dalle cose più piccole. Il fermento culturale dovrebbe diventare anche sbocco economico professionale quando possibile.
Certo la componente turistica è importantissima, ma di un turismo che si traduca in vera accoglienza anche dal punto di vista culturale. Si tratta di assumere il punto di vista del turista, delle sue esigenze, non solo di raccontare e rappresentare la città. A Matera l’allora Sindaco non organizzò il solito pranzo di gala per i Commissari ma fece in modo che ognuno di loro fosse invitato in una famiglia e per i commissari giurati questo è stato molto più importante di un grande pranzo di gala! Quindi anche il turismo in un dossier di capitale della cultura deve avere una cifra culturale, essere scambio, dialogo, comprensione, non solo ospitalità ed esibizione. La relazione col turista deve avvenire non solo negli alberghi, su cui Ancona mostra peraltro qualche criticità quantitativa, ma anche in altre strutture e servizi su cui si deve molto investire… ci sono molti contenitori che possono essere oggetto di investimento, anche con importanti nuovi strumenti di sostegno. Io sono bergamasca, e il titolo di capitale italiana a Bergamo ha determinato un notevole riposizionamento della città da tutti questi punti di vista».

Bene, grazie Cristina, speriamo di giocare al meglio questa ottima carta e di riposizionarci anche noi ad Ancona!



Simona Teoldi
Simona Teoldi

Simona Teoldi è laureata in lettere con indirizzo archeologico alla Sapienza di Roma e ha conseguito successivamente numerosi attestati di specializzazione nel settore dei beni e delle attività culturali e della valorizzazione e sviluppo del territorio. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti come pubblicista, ha lavorato come libera professionista fino al 1996 e poi in Regione, dove ha svolto attività nel settore della Cultura, del Turismo e della Internazionalizzazione, anche come project manager di numerosi progetti in Cina ed in altri Paesi in Europa, Sud e Nord America, India. Attualmente si occupa di programmazione delle risorse nazionali. Vive e lavora ad Ancona.


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