Che falsa invulnerabilità è la verità
“È ancora possibile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso in un tempo in cui la realtà sembra dissolversi nella sua rappresentazione?” (Umberto Galimberti)
Nella società della persuasione e della performance la verità non si cerca più. Si produce, si crea. E così facendo si perde. Ma rinunciare alla verità significa perdere l’umanità stessa. Perché parlare oggi di verità?
Si è sempre pensato che la verità renda liberi, che l’esercizio alla verità, tramite lo studio disincantato, la critica disinteressata o ancor meglio la ricerca di valori non dettati dal bisogno -che di per sé fa naufragare l’idea apartitica di quella ricerca– potesse avvicinare l’uomo a quello stato di appagamento spirituale generato dal capire, dal conoscere, dall’ottenere risposte.
Ma cos’è oggi la verità?
La nostra è una società complessa con l’aggravante di essere governata dai mezzi informatici di comunicazione. La complessità, sia numerica che contenutistica, delle informazioni cui siamo sottoposti va ben oltre le competenze medie di ognuno di noi che, sommerso da informazioni che non riesce ad ordinare e privo di strumenti, interni, adeguati al fine, si lascia guidare dai mezzi di divulgazione di idee che –ahimè- non sono nostre e hanno il sapore di slogan.
Diventa più semplice, dunque, appropriarsi di uno slogan e camuffarlo in idea perché, a quel punto, il nostro modo di pensare si è già trasformato da “problematico” a “binario”. In pratica dobbiamo solo decidere se aderire o meno allo slogan , si riduce tutto ad un “si” o ad un “no”. Nel migliore dei casi ci è concesso un “non so” che difficilmente resisterà ai bombardamenti mediatici che ci ripropongono le successive alterazioni dello stesso slogan.
E proprio quando quei “non so” permangono e dove la persuasione non è stata in grado di annichilire le menti arriva la “forza”. Non è più necessario raccogliere fatti per produrre informazione, ma si producono fatti, si costruiscono verità che poi vengono ribaltate in informazione.
“La persuasione accompagna sia le parole di verità sia le parole di inganno e chi le possiede è in grado di servirsene come un timone secondo i propri bisogni” (Platone, Crizia, 109c)
Siamo in grado di distinguere la differenza fra persuasione e verità?
La costruzione del vero e del falso non è necessariamente menzogna, per lo meno non voluta nel senso meschino del termine; è piuttosto una narrazione, più specificamente, un mondo che si riduce alla sua propria narrazione e, come tutte le narrazioni, orientata e quasi mai disinteressata.
In questo contesto il nostro modo di pensare, non più problematico ma binario, ci porta ad esprimere un consenso sulla descrizione, sulla narrazione delle cose e non sulle cose in sé stesse.
Non siamo più interfacce di primo grado nel nostro sguardo verso il mondo; è una rappresentazione di secondo grado quella che arriva a noi, rifratta nello specchio del dialogo –per così dire– mediatico.
Gramsci diceva che il fascismo aveva un consenso dettato dal bastone, ma con questo non intendeva che chi non fosse d’accordo con l’ideologia fascista venisse picchiato per essere convinto, ma che chi non era d’accordo veniva picchiato per stare zitto. Questo è indice di quanto non tanto il dissenso verso la costruzione della verità, ma soprattutto l’indecisione (quel “non so”) può determinare la differenza fra gregge e animali pensanti. Tanto più manteniamo l’ostinata ricerca verso qualcosa che non sappiamo o non capiamo, tanto più riusciremo a ridurre sia la capacità di manovra delle costruzioni mentali su di noi che la possibilità di svestire una persuasione e trovare la verità di fondo.
“Quando l’umanità diventa gregge, vuole l’animale capo” (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883_1885)
Purtroppo è questa la direzione verso la quale ci stiamo avviando. Le democrazie non si misurano su quanto consenso si ottiene ma sulla qualità della vita delle dissidenze. Più che mai oggi si dovrebbe dissentire dall’omologazione, dalle appartenenze generate, dalle identità costruite. Eppure siamo vittime e portavoce involontarie di idee che teniamo dentro solo per ragioni culturali, biografiche, territoriali o ancor peggio anagrafiche, e che stanno lì solo perché non abbiamo mai avuto il coraggio di metterle in dubbio. Il dubbio genera nell’uomo un’inquietudine di pensiero ben più forte del dolore che genera la perdita di uno status quo. Come posso scardinare quelle idee che fino ad oggi mi hanno garantito appartenenza ed identità? A chi importa che non fossero mie né l’appartenenza (molto spesso un processo di abitudini divertenti –per carità– ma riempite forzatamente di significato) né l’identità (che secerne difficilmente ciò che è da ciò che appare)?
A quel punto non siamo più noi a possedere le idee, finiamo per affidarci alle idee che ci governano e ci orientano verso il populismo, verso la persuasione venduta come verità.
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Foto di copertina di Michael Carruth su Unsplash
Serena Giorgia Donegani
Serena Giorgia Donegani, Giurista e criminologa. Consegue la laurea magistrale in giurisprudenza presso l’Università di Camerino. Si specializza in Criminologia conseguendo un master all’International Criminoligy association. Dopo diversi anni trascorsi a Londra per approfondire gli aspetti sociologici e relazionali dei reati di genere ritorna in Italia e si dedica a tempo pieno all’attività di giurista senza abbandonare mai la grande passione per la scrittura e la ricerca.
Amante della letteratura classica e del cinema ama attualizzare gli autori del passato e riscoprire proiezioni “minori” nei cinema di quartiere.
Ex atleta professionista , Ascolta e colleziona vinili, ama viaggiare in compagnia di un libro, un taccuino, le cuffie e la scarpe da tennis.