29/05/2026

Che fine ha fatto la politica che semina utopia?


Siamo partiti da questo intervento di Andrea Nobili sulla stampa e nel corso delle settimane al dibattito si sono aggiunti Massimo Pacetti, poi Carlo Raccosta ed Ezio Gabrielli.
Il tema è la destra e la sinistra: esistono? Ha ancora senso distinguerle oppure ormai la politica è solo questione di marketing? Questa settimana spazio a chi la politica la segue, la pratica e la ama da una vita: Andrea Raschia
Chi vuole dire la sua? scrivi@anconarivistaacolori.it

 

Che fine ha fatto la politica? Dovessimo riferirci al suo significato letterale -Polis intesa come comunità di cittadini partecipi in modo attivo e diretto alla gestione della res publica- diremmo: sparita dall’orizzonte!
E i Partiti? Chiamati, secondo la Carta, ad organizzare cittadini liberi di associarsi per contribuire alla gestione della cosa pubblica, hanno subìto involuzioni: oggi hanno fattezze di comitati elettorali. Si dedicano più che altro ad eletti, carriere, nomine, incarichi. Interessi e non di rado affari. Pochi ricambi, una gerontocrazia al potere con l’obiettivo di legittimare se stessa e prima ancora salvaguardare modelli sociali e di sviluppo che impoveriscono tanti, arricchiscono pochi e avvelenano tutti.
È evidente che in una società in cui tutto diviene merce, preda di logiche consumistiche, sprechi e dissipazione di risorse, i messaggi pubblicitari finiscono per far la differenza. Un esempio? Dopo ben due referendum svolti nel 1987 e 2011, dai risultati inequivocabili in tema di emergenza ambientale e di energia, ecco che torna il nucleare. Colpisce che a parlarne non siano però alte competenze, le quali peraltro ribadiscono la necessità, anche considerati i tempi lunghissimi, di far ricorso a fonti alternative. No, è sempre la voce della medesima classe dirigente invecchiata che pensa a sé e a riaffermare il pensiero dominante. Perché siamo giunti a questo punto? E soprattutto sbagliano quanti guardano al passato, ad esperienze antiche per giungere a visioni avanzate? Davvero si tratta di forzature arbitrarie?

Che le attuali democrazie rappresentative attraversino ricorrenti fasi di crisi profonda è un fatto incontrovertibile. Anche conseguenza del venir meno di una funzione storica di forze e movimenti progressisti, del loro graduale snaturamento a favore di un timido esercizio del potere privo di ogni prospettiva di cambiamento sociale. Hanno perduto “forza propulsiva”.

A quanti sostengono -a torto- che proporre un’idea diversa di spazio pubblico capace di richiamare tradizioni di un pensiero “di sinistra” non sia vincente, consiglio di riflettere sui risultati dell’ultima espressione popolare. Non sondaggi, dunque, ma un referendum che ha visto il ritorno alle urne di tanti giovani in particolare. Giovani eretti a difesa di una Costituzione che definisce ambiti programmatici: Pace, Lavoro dignitoso e sicuro, Giustizia sociale, Cura delle persone, Solidarietà, Uguaglianza, Pari opportunità, Sovranità popolare e Partecipazione attiva, Iniziativa economica non in contrasto con l’Utilità sociale.
I contenuti di un pensiero nuovo ci sono. Altroché se mobilitano! Occorre solo saperli declinare in chiave attuale, e soprattutto praticarli in modo coerente. Consapevoli che servirà un lavoro faticoso, di lunga lena, per costruire un’azione collettiva in grado di determinare una presa di coscienza. Indispensabile tornare a mettersi in relazione con la comunità, parlare con tutti, “porta a porta, casa per casa” a nome di un Soggetto vicino a chi vive del proprio lavoro, a chi fatica a metter insieme il pranzo con la cena, voglioso di collaborare con le forze sociali sane. Un Soggetto capace di condividere l’ambizione di incidere nella realtà, nonostante difficoltà e resistenze enormi, modificarla, procedere verso ciò che sembra impossibile.

Non ha a che fare con l’oggi? In un tempo martoriato da guerre e ingiustizie, dalla natura che sembra ribellarsi all’avidità umana, dobbiamo incontrarci per reagire all’ineluttabile. Unica bussola, la realizzazione del Bene comune. Oltre la sfera privata. Non individui, ma comunità per rafforzare la coesione. Ecco come possiamo ridar senso alla Politica, “parte essenziale della attività dell’uomo che concerne i rapporti sociali con i propri simili”.

Non mancheranno occasioni per tornare ad approfondire il tema, ponendo finalmente attenzione pure ai limiti di azione della sinistra cittadina, sconfitta dal voto popolare. Anche se -va detto- colpisce il fatto che, a distanza di un tempo così lungo e circostanze tanto negative, i protagonisti non abbiano sentito il dovere di promuovere un’adeguata analisi di quell’esito. Questo fingere che non sia accaduto nulla è incomprensibile. Fa pensare che si intende procedere come niente fosse. Senza conseguenze per un gruppo dirigente autoreferenziale che ha perduto smalto, segnato da impoverimento culturale ed etico che impedisce di guardare lontano.

Sulla pagine della Rivista, a proposito di insufficienze, alcuni ne hanno individuato le ragioni in un impegno esclusivamente orientato all’ordinaria amministrazione, “inseguendo il mito della concretezza”. Magari… forse avremmo avuto maggiori attenzioni a tematiche ambientali, Salute, Diritti. La politica, per definizione, è concretezza. Sempre. Si può disquisire circa utilità, efficacia, interessi cui si rivolge, coerenza con ideali e impegni programmatici. Ma quando perdi l’anima, al venir meno di funzione, compiti e responsabilità assegnate, allora non c’è più partita. Si interrompe quel filo rosso, il tessuto che tiene assieme una comunità, storia collettiva di persone, sogni e aspettative. È in quel momento che prevale sfiducia e il consenso delle cittadine e dei cittadini sfuma, rivolgendosi altrove. Si può invertire il processo, a condizione di essere capaci di imprimere una svolta. Con la volontà di costruirla giorno dopo giorno in un rapporto diverso, concreto, continuo, con la nostra gente. Con una Città che pretende di esser ascoltata. Dimostrando nei fatti che è possibile far sintesi tra interessi diversi, in modo trasparente, dando prova di avere a cuore il Bene comune. Sempre!

A conferma di quanto sin qui argomentato giungono i primi risultati delle amministrative. Test importante, 6 milioni i votanti alle urne. Nell’attesa del secondo turno emergono elementi nitidi. Alcuni chiamano in causa anche la nostra regione. Il centrosinistra delle Marche riesce a salvare dolo Macerata. Per adesso. E per il rotto della cuffia (il candidato aveva già riconosciuto la sconfitta). Mentre torna a preoccupare l’affluenza che subisce un ulteriore colpo, capovolgendo il dato del Referendum. A farne le spese Venezia, peraltro unica città veneta ove il NO aveva prevalso. In questa occasione l’elettorato di centrosinistra, giovani in particolare, hanno disertato l’appuntamento. Forse poco attratti da un candidato con una “carriera da eterno”, e 5 legislature alle spalle! Segno, insopportabile, che nessuno vuol mai passare il testimone. Il tema del rinnovamento non è più rinviabile. Provare a declinarlo senza perdere di vista il valore dei candidati, qualità, autorevolezza, e capacità di riaccendere l’entusiasmo, darebbe credibilità e forza per avviare una nuova stagione.

Intanto è scomparso Carlo Petrini. Diceva “Chi semina utopia raccoglie realtà”. Dobbiamo domandarci cosa stiamo seminando noi. Se siamo ancora in grado di far vivere una politica all’altezza di anticipare tempi ed emergenze, metter al centro persone; orientare scelte, governare complessità. Eppure ci riuscivamo…



Andrea Raschia
Andrea Raschia

Andrea Raschia si è occupato per lunghi anni di problematiche organizzative e gestionali nelle pubbliche amministrazioni, del Comune di Ancona in particolare. Intende contribuire a contrastare la pericolosa indifferenza e dilagante apatia.


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