Consultori pubblici, presidio di emancipazione che ancora resiste. Sotto continue minacce
I consultori pubblici si svuotano di servizi e di professionisti della salute, ma aprono le porte alle associazioni dette “Pro vita”. È la cronaca di questi tempi, che coinvolge anche il territorio marchigiano ed anconetano.
Il 23 aprile scorso il Parlamento ha approvato un emendamento al Pnrr che prevede che i consultori familiari possano «avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità». L’attacco, con questa nuova norma, all’applicazione della legge sull’Interruzione volontaria di gravidanza, la 194/78, è chiaro. Meno evidente è forse il progressivo svuotamento del ruolo dei consultori -non fanno eccezione le Marche ed Ancona- in atto ormai da diversi anni. Ruolo che, è bene ricordarlo, non riguarda solo l’aborto. L’aggiornamento 2023 dell’indagine “I consultori familiari nella regione Marche”, a cura dell’Osservatorio sulle Diseguaglianze nella Salute/Ars Marche, registra un peggioramento della capacità di risposta dei consultori ai bisogni di donne e famiglie rispetto al 2016, quando già non venivano rispettati gli standard della deliberazione amministrativa n. 202/1998 della Regione Marche. Ciò in un contesto in cui la richiesta di servizi cresce in relazione all’aumento delle povertà, con famiglie sempre più in difficoltà a sostenere i costi di cura ed assistenza. Una visita ginecologica privata può andare dagli 80 ai 120 euro. Durante la gestazione se ne programma una al mese, a cui si aggiungono le ecografie che fanno lievitare i costi. L’accesso con ticket al consultorio è invece di 22 euro. Ma non è solo una questione di conti. Le attività consultoriali, infatti, rivestono un ruolo fondamentale poiché la loro peculiarità sta nel lavoro in équipe. Una competenza multidisciplinare che dovrebbe essere garantita, secondo le normative nazionali, da quattro figure professionali: ginecologo, ostetrica, assistente sociale, psicologo. Con la delibera 202/1998 la Regione Marche andava oltre, prevedendo anche la figura del pediatra. Eppure, in nessuna delle 66 strutture pubbliche censite nelle Marche oggi è presente il pediatra e solo in 24 strutture sono presenti i quattro specialisti definiti “indispensabili” dalla legge nazionale. Trentaquattro strutture hanno o solo due o addirittura solo un professionista, di fatto, dunque, non sono consultori.
In questo quadro sconfortante, la Ast di Ancona non è tra le realtà regionali più in difficoltà, ma solo sei dei 21 centri presenti hanno al loro interno le quattro figure professionali, tra queste il consultorio di via Cristoforo Colombo, ad Ancona, aperto cinque giorni alla settimana, ma la copertura oraria che dovrebbe essere garantita ogni 10mila abitanti per l’intero distretto anconetano è ben al di sotto degli standard di legge. Nella Ast di Ancona le ore settimanalmente fornite dai professionisti sono 286,15 invece che 415,5 per quanto riguarda i ginecologi; 432,45 ore per quanto riguarda gli ostetrici invece che 831. Gli psicologi forniscono 250,5 ore invece che 415,5; 223,1 ore su 831 gli assistenti sociali.
A mancanza di personale ed ore vacanti si aggiunge l’obiezione di coscienza che di fatto riduce drasticamente, a proposito di libertà di scelta, la possibilità delle donne di accedere ai percorsi per l’interruzione volontaria di gravidanza. Le certificazioni vengono fornite solo in 27 sedi consultoriali su 66. Solamente in 9 sedi non ci sono obiettori. Tra queste ultime c’è l’ex Crass di Ancona. Un sistema organizzativo ben strutturato nel tempo consente alle donne di Ancona decise a ricorrere all’interruzione di gravidanza un percorso meno tribolato ed angosciante delle donne del resto della provincia e della regione. Dopo un primo colloquio con la donna, assistita da tutte le quattro figure sanitarie, si procede alla datazione della gravidanza, al rilascio del certificato ed alla prenotazione dell’intervento in una struttura ospedaliera del territorio, non essendo possibile in regione l’aborto farmacologico. Il presidio convenzionato di Villa Igea, che prima effettuava gli interventi settimanalmente, dal 2024 effettua l’Ivg una volta al mese. Il venir meno del servizio nella clinica privata ha portato ad una maggiore disponibilità dell’ospedale materno-infantile Salesi dove prima si effettuavano solo gli aborti così detti terapeutici. In alcuni casi è necessario spostarsi a Senigallia o Jesi, dove gli interventi vengono effettuati rispettivamente settimanalmente ed ogni 15 giorni. Uno scenario comunque critico. Una sorta di ultimo baluardo dei diritti e della salute delle donne in terra dorica.
Ma basta allargare lo sguardo alla provincia per arrivare sulle cronache nazionali. Alle testimonianze delle donne di Aosta, di Rimini, dell’Umbria, decise ad abortire e costrette dai medici ad ascoltare il battito fetale, si aggiunge la denuncia di una donna rivoltasi ad un consultorio dell’Ast di Ancona. Un vero atto di violenza non essendoci norma che lo preveda. L’iniziativa popolare sostenuta anche in città dalla consigliera comunale di FdI Maria Grazia De Angelis per istituire l’obbligo di fare ascoltare il battito del feto a chi decide di abortire, resta al momento, appunto, solo una proposta di legge, nella speranza che tale rimanga. Tra attacchi frontali ed una progressiva e più silenziosa erosione dei servizi consultoriali, la sensazione è che anche quest’ultimo baluardo anconetano sia destinato a cedere sotto l’avanzare incessante dei tagli alla Sanità nel suo complesso e di una dirigenza regionale inadeguata e certo poco interessata al destino dei consultori. La prospettiva si fa buia pensando a quando anche gli ultimi percorsi ben stabiliti e funzionanti dovranno salutare i professionisti che in decenni hanno costruito quei percorsi. Il rischio, già tangibile, è che quei luoghi nati per accogliere e simbolo di emancipazione vengano cancellati.
Agnese Carnevali
Giornalista professionista, è stata cronista per vent’anni per le redazioni dei quotidiani locali, Corriere Adriatico prima ed Il Messaggero poi, per approdare infine all’online fondando la testata Cronache Ancona. Negli anni ha lavorato per uffici stampa pubblici e privati di vari settori, dalla cultura allo sport alla politica, anche come freelance. Da qualche anno è insegnante precaria nella scuola superiore, ma non ha mai abbandonato gli strumenti del mestiere: scarpe buone ed un taccuino di appunti.