04/07/2025

Cosa significa dire che siamo un Paese invecchiato?


In anteprima e in esclusiva pubblichiamo qui di seguito uno dei contenuti del primo numero di Clorofilla, l’inserto senza confini di Ancona a Colori. Si tratta di un’intervista a Francesco Scalone, professore di Demografia all’Università di Bologna, realizzata dal prof. Riccardo Jack Lucchetti il 15 maggio scorso all’interno del Dipartimento di Statistica dell’Alma Mater. Il tema del primo numero di Clorofilla è l’invecchiamento della popolazione e questa intervista costituisce un’anteprima perfetta di ciò che vedremo, sentiremo, leggeremo tra una settimana. Se non lo avete ancora fatto iscrivetevi gratuitamente alla nostra newsletter e venerdì 11 luglio riceverete Clorofilla comodamente nella vostra casella mail

JL: Caro Francesco, mi piacerebbe partire da un punto sul quale rifletto da molti anni. La società italiana, e più in generale le società occidentali contemporanee, rappresentano un unicum nella storia umana in quanto sono società in cui la piramide delle età è rovesciata. Normalmente, nella storia dell’umanità, ci sono tanti giovani che formano la base della piramide e un numero di anziani che cala progressivamente andando verso l’alto. Invece, come si vede qui sotto, nelle nostre società questa piramide è a forma di anfora. Ti chiederei di fare un’introduzione a questo fenomeno.

(Nostra elaborazione da questa fonte)

FS: Il tema che sollevi è la base della demografia. È vero che la situazione che osserviamo nei paesi occidentali e sviluppati, ma anche in altri contesti geografici, è eccezionale. Questa grande trasformazione della popolazione è partita nell’Ottocento e prende il nome di «transizione demografica». Nel mondo preindustriale e premoderno la fecondità non veniva controllata affatto; non esistevano i metodi contraccettivi attuali e i condizionamenti culturali e religiosi non consentivano alle coppie di scegliere se avere figli o meno. La grande rivoluzione avviene con la scissione tra sessualità e riproduzione, ovvero dal momento in cui diventò tecnicamente possibile e culturalmente lecito esercitare tale scelta. Nella civiltà contadina la famiglia coincideva con l’unità produttiva e quindi avere più figli significava avere più braccia da impiegare nel lavoro dei campi. Con la rivoluzione industriale questa necessità venne meno e si verificò la prima grande erosione della base della piramide. Si è iniziato a fare meno figli ed è cambiato il loro valore all’interno della famiglia nucleare. L’investimento sulle risorse familiari, che prima era quantitativo, è diventato qualitativo, investendo di più nell’istruzione e nella cura dei figli e cercando di dar loro gli strumenti migliori per entrare nella società e nel mondo del lavoro.
Parallelamente al restringimento della base della piramide è aumentata la sopravvivenza sia in termini di mortalità infantile che di sopravvivenza in età adulta. Oggi è difficile sentire di decessi improvvisi come un tempo. Sono migliorati la prevenzione, l’alimentazione, gli stili di vita, ecc… Inoltre, la scienza medica ha fatto grandi progressi. Quindi si dice che abbiamo molti anziani, ma ritengo che sia sbagliato usare l’espressione «età anziana» perché di età anziane ne esistono tante. Così come si distingue fra neonati, bambini, giovani e adolescenti, occorre fare delle distinzioni fra coloro che un tempo si definivano tutti con il termine “anziano”. Parlerei piuttosto di grandi anziani —ultra ottuagenari e ultra novantenni— e super-anziani, che sono i centenari. I giovani anziani, per così dire, i sessantenni hanno molta speranza di vita in più rispetto al passato, condizioni fisiche e di salute molto migliori e possibilità di avere un ruolo nella società. Nel passato, i pochi individui che arrivavano in cima alla piramide erano in condizioni peggiori. Pensiamo alla dentatura, per fare un esempio banale. Oggi abbiamo un primo contingente di anziani che possono sorridere alla vita fisicamente e psicologicamente. Per i grandi anziani il discorso è diverso, soprattutto pensando alle malattie degenerative. Il decadimento del processo cognitivo, la difficoltà a rapportarsi con gli altri ed essere autonomi ha un impatto notevole sui due sistemi di assistenza, quello istituzionale (lo Stato) e quello informale (le famiglie). Questo è un punto importante. Stiamo facendo questa conversazione in un’aula in cui si insegna il corso di scienze statistiche finanziarie e attuariali. Il problema centrale a livello demografico è il rischio di longevità, che si aggiunge agli altri rischi, come quello di credito, di compliance, ecc… Pensa, ad esempio, al rischio per le assicurazioni che hanno in portafoglio troppe polizze vita e devono pagare rendite vitalizie a clienti che vivono più di quanto preventivato. Lo stesso vale per il sistema pensionistico, la collettività e lo Stato. Certo, vogliamo tutti arrivare a cento anni, lo speriamo per noi e per i nostri cari, ma il rischio di estrema longevità esiste sia per i sistemi istituzionali che per quelli informali.

JL: Tutto questo ha a che fare con le conseguenze pratiche del cambiamento della struttura per età della popolazione. Tuttavia secondo me sarebbe interessante capire quanto questa transizione abbia influenzato le nostre prospettive dal punto di vista culturale. In una società dominata dalle fasce d’età comprese fra i 20 e i 40 anni, le priorità sociali e la visione del mondo guardano naturalmente al futuro. La mia sensazione è che nella situazione attuale sono i sessantenni che determinano le forme e i modi del discorso collettivo e quindi la società e la politica adottano le priorità degli anziani. Pensi che questo sia un discorso interessante per un demografo?
FS: Sicuramente. La demografia è lo studio del cambiamento della consistenza delle generazioni nel corso del tempo. Oggi alcune generazioni sono oggettivamente più corpose —i baby boomer nati negli anni ‘60— e altre meno consistenti. Questa dinamica impatta sulla vita degli individui e sulla vita sociale e collettiva; pensa ad esempio alle diverse opportunità di occupazione e sviluppo sociale che si sono presentate alle diverse generazioni. Occorre aggiungere un punto importante: la distanza fra generazioni cambia costantemente. Una volta si parlava di aging society, società invecchiata; adesso si parla di ageless society, società senza età. Faccio un esempio: i miei nonni erano nati alla fine dell’Ottocento, prima dell’invenzione della radio. La distanza tra me e i miei nonni, tra le nostre due generazioni, è enorme. I nonni di adesso, nati negli anni Cinquanta, appartengono a una generazione culturalmente più affine a quella dei loro nipoti. Quindi può essere un’ingiustizia che alcune generazioni oggi mantengono la leadership, però sono molto più affini sia culturalmente che nei consumi culturali. A un sessantenne o a un settantenne la musica trap può non piacere, ma non è detto che non la capisca come mio nonno non capiva la musica che ascoltavo io. Ciò che distingue di più le generazioni recenti, i digital millennial per esempio, è la fatica che fanno a irrompere nella scena politica e culturale. A mio modo di vedere questo è dovuto anche al fatto che la nostra è la società del figlio unico. Negli anni Sessanta avevamo i fratelli e i cugini con cui competevamo e ci trasmettevamo informazioni e gusti, anche culturali, ed esperienze politiche. I fratelli e le sorelle più grandi facevano da iniziatori. Le nuove generazioni invece risentono di questa fragilità di essere nati in famiglie micronucleari. Li contraddistingue una minore combattività, se si può usare questo termine, in termini di rivendicazione rispetto alle generazioni del passato.

JL: Penso spesso a ciò che hai appena detto. Quando ero bambino eravamo tanti e vivevamo in un mondo in cui gli adulti esercitavano una blanda supervisione o poco più. Adesso mi sembra di vedere che ogni bambino sia il punto focale dell’attenzione di due genitori, quattro nonni, otto bisnonni, e un gran numero di zii, cugini e parenti che fanno un grande investimento emotivo e identitario su di lui. Credo che i bambini di oggi abbiano addosso una pressione enorme che noi non avevamo. Una bambina che suona il violino a un saggio in una scuola di musica viene ripresa almeno da sette od otto persone che mettono un video sui social. Questo ti sembra un cambiamento culturale rilevante?
FS: È certamente un cambiamento di origine demografica. Le famiglie ristrette e una società quasi «del figlio assente» esasperano il passaggio di cui parlavamo all’inizio: dalla quantità alla qualità dei figli. Ma le strutture familiari di tipo verticale, che comprendono genitori, nonni e zii che magari non hanno avuto figli possono anche avere un vantaggio; questo unico figlio può ereditare da solo diversi patrimoni familiari. Quindi l’impatto del rischio di longevità sul sistema pensionistico magari sarà attutito dalla ricchezza delle famiglie, che ancora in Italia è importante.

JL: Parlavi di combattività. Secondo te è legittimo ipotizzare che le generazioni più giovani —quelle che oggi hanno fra i 10 e i 20 anni— possano un giorno arrivare a una contrapposizione politica forte verso la generazione più numerosa, quella dei boomer? Che gli dicano di togliersi di mezzo perché prendono troppo spazio, troppe risorse e troppa importanza politica? Tu vedi questo scenario come possibile?
FS: Ogni generazione può trovare il punto di rottura. Quando la condizione di vita diventa critica o insostenibile, il punto di rottura rispetto alle generazioni precedenti prima o poi arriva. Secondo me nel nostro caso sarà legato più all’iniqua distribuzione delle risorse e al cambiamento climatico. Le generazioni più giovani non puntano le proprie rivendicazioni su valori come l’autonomia, la libertà o le scelte. La preoccupazione centrale è una sfida planetaria. I movimenti che stanno emergendo riguardano proprio la tutela della risorsa del bene comune, dell’ambiente. Un altro problema della generazione che definisco «del figlio unico» è l’isolamento nella rete, una condizione nuova della civiltà umana. Questi ragionamenti che stiamo facendo io e te oggi li leggeranno in tanti, ma ciascuno da solo sul suo schermo digitale, non in un’assemblea come si è fatto dal Neolitico fino a pochi anni fa. Chi ci legge è isolato nel virtuale, ma se le persone vogliono rivendicare devono incontrarsi, riempire lo spazio. Quindi i problemi si sommano: la società del figlio unico, l’isolamento digitale e il fatto di contare meno rendono difficile il rovesciamento della piramide per età. Tutto ciò contribuisce a spiegare la debolezza che osserviamo dei movimenti progressisti, perché all’interno delle società i giovani rappresentano il motore del cambiamento e dell’evoluzione sociale. I giovani portano una carica di innovazione che con la piramide rovesciata si perde.

JL: Si potrebbe dire che se c’è la crisi del progressismo è perché c’è la crisi dell’idea stessa di progresso, che è legata alle generazioni più giovani e quando queste diventano minoritarie vanno in crisi sia l’idea di progresso che il progressismo?
FS: Assolutamente. Il ’68 è avvenuto anche perché c’era una massa critica di giovani. Riprendiamo il discorso culturale che abbiamo fatto prima. Pensiamo alle canzoni degli anni Sessanta —tipo Noi siamo i giovani, L’esercito del surf— una serie di rappresentazioni dei giovani che si è poi tradotta in fatti e rivendicazioni anche politiche e sociali. Quindi, sì: la crisi del progressismo è la crisi di un’idea di progresso che non c’è più. Forse mancano le persone che la possono immaginare, che la possono vedere — è questo il discorso, ecco.

JL: O forse, Francesco, siamo io e te troppo vecchi per vederlo.
FS: Forse siamo rimasti boomer, questo sì.

 

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Immagini: La dea Ebe raffigurata da Antonio Canova. Musei di San Domenico, Forlì (
fonte), Nationalgalerie, Berlino (fonte) e Galleria d’Arte Moderna, Milano (fonte)




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