Crematorio Tavernelle, la politica non può avere paura del parere dei cittadini
Caro Diario,
proprio in questi giorni una questione importante è all’attenzione della Commissione Permanente per l’ammissibilità dei referendum comunali. Si tratta di dare il parere preventivo in relazione alla proposta di abrogazione della disposizione del Piano Regolatore cimiteriale che prevede la localizzazione di un impianto di cremazione all’interno del cimitero di Tavernelle approvata con delibera del consiglio comunale n. 123/2007.
La faccenda è ben nota in città e se ne è parlato diffusamente anche sulla nostra rivista qui e qui. Il comitato “Aria Nostra” si batte da tempo per impedire che il nuovo impianto di cremazione venga inserito all’interno di cimitero di Tavernelle. Non si contesta affatto la scelta di costruire l’impianto, bensì la decisione di posizionarlo in un luogo ormai inglobato nel centro abitato, densamente popolato, già interessato da inquinanti, e che ospita tutta una serie di servizi ai cittadini quali scuole, università e parchi pubblici.
Studi e ricerche scientifiche (oltre a una recente pronuncia del Consiglio di Stato) hanno evidenziato che gli impianti di cremazione, per le emissioni in atmosfera che producono, sono del tutto assimilabili agli inceneritori e dunque sono da considerare industrie insalubri di prima classe, con tutto ciò che ne consegue. Se posizionato in quel punto della città l’impianto non solo avrebbe un impatto molto negativo sull’ambiente e sulla salute pubblica, ma sarebbe anche in contrasto con le disposizioni che prevedono che le industrie insalubri di prima classe (tra cui gli inceneritori e appunto gli impianti di cremazione) debbano essere isolate nelle campagne e tenute lontano dalle abitazioni.
Di qui, stante il rifiuto dell’amministrazione comunale di interrompere l’iter di costruzione dell’edificio, l’extrema ratio del Comitato di ricorrere al referendum abrogativo.
Nel caso in cui il Consiglio Comunale dovesse ritenere ammissibile la proposta, il comitato dovrebbe poi raccogliere circa 4000 mila firme autenticate; solo allora si potrà dar corso al voto. Voto che dovrà essere espresso da almeno il 50% degli anconetani altrimenti, al di là dell’esito, il referendum sarà ritenuto nullo.
Siamo oggi dunque in una fase preliminare, ma del tutto fondamentale. Io sono uno dei tre componenti della commissione che deve valutare l’ammissibilità della proposta referendaria. Oltre a me, che rappresento la minoranza, ci sono, per la maggioranza, il collega Buontempo e il Presidente dell’Aula Pizzi. Stiamo ora discutendo se la materia di cui si tratta rientri tra quelle, ai sensi dello statuto comunale, per le quali si può procedere alla consultazione. Lo statuto esclude infatti la possibilità di indire referendum su materie attinenti alla finanza comunale, ai tributi e alle tariffe al personale, e all’organizzazione degli uffici e dei servizi, alle nomine e alle designazioni.
La discussione è accesa con posizioni contrastanti. Da un lato la mia che convintamente ritengo non vi siano ostacoli, sotto il profilo statutario, ad ammettere la proposta di referendum. Dall’altro quella del consigliere Buontempo, che invece al contrario ne sostiene l’inammissibilità dal momento che la procedura, giunta alla sua fase di esecuzione, determinerebbe ora obblighi economici per il Comune e dunque avrebbe effetti sulle sue finanze. Assunto a mio parere sbagliato poiché lo statuto stabilisce che non sono ammissibili solo gli atti che in quanto tali attengono alla finanza comunale e non invece quelli rispetto ai quali una eventuale abrogazione avrebbe solo in via indiretta un risvolto economico sulle casse comunali. Anche perché se così fosse, vista la quantità di atti che hanno effetti indiretti sulle finanze del comune, ci troveremmo in preda alla più ampia discrezionalità di bocciare ogni proposta poco gradita. Il Presidente Pizzi per ora non ha espresso valutazioni personali, ma si è limitato a richiedere agli uffici un supporto informativo e tecnico per conoscere sia lo stato dell’arte dell’appalto in corso con l’impresa di costruzioni che la sequela di atti consiliari relativi alla questione dell’impianto di cremazione che dalla delibera del 2007 (quella oggetto della richiesta di parziale abrogazione) si sono succeduti ad oggi.
Non voglio ora soffermarmi sulle questioni tecniche e giuridiche, bensì sulla netta sensazione che ho avuto dopo le prime due riunioni. È una sensazione, certo, e come tale può essere errata. L’impressione è che la maggioranza guardi con grande fastidio a questa iniziativa e che si stia aggrappando a questioni giuridiche (a mio parere infondate) per evitare la consultazione popolare.
L’avvocato che mi ha insegnato la professione molti anni fa amava ripetere una frase non proprio raffinatissima: il diritto è come la pelle dei co****ni. Ho imparato nel tempo che mai statuizione fu più vera.
Perché una certa politica deve avere paura del referendum? Questa è la domanda da porsi.
Non è solo faccenda di centrodestra. Stessa cosa avvenne per il referendum sull’Area Marina Protetta (giunta Mancinelli) dove con un altro triplo salto mortale con carpiato tecnico-giuridico si affossò la proposta.
È una posizione politicamente sbagliata, sterile, rinunciataria, pavida ed arretrata.
Se si è convinti della bontà di una scelta, di una posizione politica, non si può aver paura di confrontarsi con i cittadini, anche quando ricorrono allo strumento, statutariamente previsto, del referendum. Alla partecipazione diretta del cittadino nella vita delle istituzioni locali, l’ordinamento italiano presta una particolare attenzione e il nostro Paese ha fatto propri i principi della Carta Europea dell’autonomia locale riconoscendo alle collettività locali il diritto di regolamentare ed amministrare, nell’ambito della legge, una parte importante di affari pubblici anche attraverso il ricorso al referendum e ad altra forma di partecipazione diretta.
Se la politica si sottrae a questi principi non fa affatto il suo dovere e, cosa ancor più grave, alimenta ancor più quel distacco dai cittadini che, ipocritamente, gli stessi politici dichiarano di voler contrastare.