Ecodesign e Biomimetica: la natura maestra di innovazione e sostenibilità
In un mondo sempre più colpito dai cambiamenti climatici e dalla crisi ambientale, il bisogno di soluzioni sostenibili non è mai stato così urgente. L’ecodesign e la biomimetica stanno emergendo come approcci rivoluzionari, ispirandosi alla natura per risolvere problemi complessi e creare un futuro più armonioso tra l’uomo e l’ambiente. Al recente corso di perfezionamento “Eco Design. Modelli e strategie progettuali ispirati alla natura per l’innovazione sostenibile”, tenutosi dal 9 al 13 settembre presso il DiSVA-UnivPM e al quale io stessa ho partecipato, docenti di varie discipline hanno condiviso le loro esperienze e ricerche, esplorando come la natura possa guidarci verso un’innovazione rigenerativa.
In tre puntate cercheremo di capire lo stato delle cose e le prospettive del settore incontrando le 3 figure chiave coinvolte nel corso: Carlo Cerrano, professore ordinario di Zoologia al DiSVA, Valentina Rognoli, professoressa associata al Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, Carla Langella, professoressa associata di Disegno Industriale alla Federico II di Napoli. In questa prima puntata la mia intervista alla prof. Valentina Rognoli*.

Ci aiuta a capire cos’è davvero l’ecodesign?
«L’ecodesign è un approccio progettuale che tiene conto dell’impatto ambientale di un prodotto o sistema durante tutto il suo ciclo di vita: dalla selezione dei materiali alla produzione, dall’uso fino allo smaltimento. Il suo obiettivo primario è ridurre l’impronta ecologica utilizzando strategie come il riuso, il riciclo, l’uso di materiali biodegradabili e a basso impatto ambientale, e la minimizzazione dei rifiuti. Per comprendere appieno l’ecodesign, è essenziale pensare in termini di ciclo di vita del prodotto, che dovrebbe essere circolare anziché lineare. L’ecodesign si collega ad altre importanti tematiche attuali nel design, come l’economia circolare, la bioeconomia, il biodesign, e il design rigenerativo. Questi approcci mirano a una transizione verso modelli di produzione e consumo più sostenibili e a creare ecologie rigenerative, che sono fondamentali per affrontare le sfide ambientali globali. Tutti questi concetti condividono l’obiettivo di ispirarsi alla natura, o di integrare direttamente la natura, nei processi progettuali».
Ci può fare qualche esempio di prodotti, costruzioni, materiali progettati e realizzati con questo approccio di ecodesign?
«Ad esempio tutti quelli che hanno ottenuto la certificazione C2C (Cradle to Cradle Certified®: https://c2ccertified.org/resources), lo standard multi-attributo di riferimento sul ciclo di vita dei prodotti utilizzato a livello globale in diversi settori da designer, marchi e produttori per progettare e realizzare prodotti che favoriscano un futuro sano, equo e sostenibile. Gli esempi di ecodesign continuano a crescere, in particolare nel settore dei materiali, che rappresenta il mio ambito di ricerca. Tra i più innovativi, troviamo i materiali biofabbricati e bio-based, come quelli realizzati con colture di micelio, oppure da batteri come l’Helicobacter, che produce cellulosa batterica. Questi materiali non solo riducono l’utilizzo di risorse finite, ma sono completamente biodegradabili, contribuendo così a chiudere il ciclo di vita del prodotto in modo sostenibile. Ci sono i materiali realizzati da rifiuti, principalmente organici, come quelli realizzati usando scarti e rifiuti dell’industria e del consumo di cibo. Un altro esempio è l’uso di materiali rigenerativi nella costruzione, come il calcestruzzo che si autoripara (D-Lime della DIMAT), riducendo l’impatto delle riparazioni strutturali nel tempo. Inoltre, ci sono i materiali bioricettivi, che favoriscono la diffusione della vita, permettendo la creazione di artefatti capaci di catturare CO2 e purificare gli ambienti».

Quali sono i principali ambiti di ricerca che porta avanti con il suo team?
«Ad esempio, lavoriamo su materiali ottenuti da scarti organici e industriali, esplorando il loro potenziale per essere trasformati in risorse rigenerative per nuovi prodotti. Altre aree di ricerca includono lo sviluppo di materiali biofabbricati, come micelio, batteri e alghe. Inoltre, ci dedichiamo all’esplorazione del concetto di more-than-human design, cercando di creare materiali e prodotti che non siano solo utili all’essere umano, ma che possano interagire positivamente con altre forme di vita e intelligenze, contribuendo così al benessere degli ecosistemi e all’equilibrio ambientale».
Consiglierebbe questo percorso a un giovane che cerca di costruire un percorso di crescita professionale nell’ambito del design?
«Assolutamente sì! Il mondo del design sta vivendo un’evoluzione radicale, e chi si orienta verso percorsi legati all’ecodesign e all’innovazione dei materiali si trova in una posizione privilegiata per affrontare le sfide future. I designer non sono più solo creatori di oggetti, ma attori chiave nella transizione verso un’economia più circolare e sostenibile. Questo settore offre ampie opportunità di crescita, poiché la richiesta di soluzioni innovative che affrontino i problemi ambientali è in costante aumento. Il ruolo del designer sta evolvendo rapidamente: mi piace la definizione data da una collega, Marzia Mortati, che sostiene che il designer non è più solo un problem solver, ossia colui che trova soluzioni ai problemi esistenti, ma sta diventando sempre più un problem seeker, qualcuno che cerca e identifica problemi emergenti. Per un giovane designer, entrare in questo campo significa abbracciare un percorso professionale che non solo ha rilevanza economica, ma anche etica».
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*Valentina Rognoli è Professore Associato presso il Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, dove ha costruito una carriera di spicco nel campo del materials design. Dirige il gruppo di ricerca Materials Design for Transition al Polimi, sottolineando il ruolo cruciale dei materiali nella transizione verso ecologie rigenerative attraverso metodologie di biodesign e more-than-human design. Il suo lavoro integra design del prodotto, scienza dei materiali e scienze sociali e della vita, adottando un approccio transdisciplinare all’innovazione dei materiali. Il suo lavoro non solo spinge i confini del design, ma promuove anche una comprensione più profonda del potenziale innovativo e sostenibile dei materiali nei contesti attuali e futuri.
Agnese Riccardi
Agnese è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche, specializzata in scienze sociali marine. Si occupa di progetti di conservazione e ripristino degli ambienti marini con una forte componente di coinvolgimento degli stakeholder.