I Giovani e il lavoro: così l’Italia spreca il suo avvenire
Ormai è chiaro, l’Italia non è un paese per giovani e gli slogan come “largo ai giovani” o “per un nuovo protagonismo giovanile” che campeggiano nei programmi elettorali -nazionali e locali, di sinistra e di destra- non hanno mai avuto riscontro pratico per le giovani generazioni.
La condizione giovanile oggi si rivela una dissipazione di capitale umano e una tediosa ingiustizia generazionale, che non è riconducibile solo alla dimensione economica e del mercato del lavoro, ma è anche divario valoriale e, soprattutto, di potere. A me che studio le élite nostrane da quasi 40 anni, non sfugge certo l’esigua percentuale di giovani che brillano di luce propria nella stanza dei bottoni. Quel ridotto drappello di top leader giovani si spiega, piuttosto che con sudato merito, con l’ereditarietà di proprietà, di professionalità, di notorietà e con la scorciatoia della fedeltà cortigiana al capo. Tutto ciò determina una bassa mobilità sociale inter e intragenerazionale e l’immagine di società bloccata.
Nonostante siano in quantità minore e più istruiti del passato, i giovani sentono il fiato corto dei mercati del lavoro, luoghi nei quali sono emblema della sottoccupazione, in termini di tutele, orario di lavoro, retribuzione e competenze. Avvertono inoltre il quiet quitting generalizzato che colpisce un senso del lavoro sempre meno centrale per la loro vita e, soprattutto, sono cresciuti nel clima triste e sconsolato di un declino relativo del Paese. I giovani subiscono inoltre un sistema d’istruzione che ha difficoltà a migliorarsi, una formazione mai decollata con innovazione e un mercato immobiliare rigido che costringe metà di loro a restare a lungo in famiglia. Di fronte a queste condizioni avverse, molti prendono la via dell’estero.
I giovani guardano perplessi e scoraggiati a un mercato del lavoro che rifila loro un 18% circa di disoccupazione, li condanna a contratti a tempo determinato e parziale, a un reddito medio che è circa un 30% in meno di quello medio di un occupato. I giovani sono, insieme alle donne, icona della sottoccupazione. È un enorme spreco di risorse, che ha come conseguenze la perdita di produttività, uno sperpero di investimenti pubblici in formazione, una bassa crescita del PIL (per via dei sotto salari), una maggiore spesa pubblica (sussidi, a esempio per giovani working poors) e la perdita di gettito fiscale: il tutto al netto della frustrazione che ha nefaste conseguenze sull’etica del lavoro.
La marginalità giovanile sul mercato del lavoro è determinata da un modello economico che caratterizza l’economia post-industriale “all’italiana”: il lavoro si trova per lo più in settori a basso valore aggiunto, il che segnala qualche problema d’imprenditorialità/innovazione della domanda di lavoro.
Il sistema d’istruzione e di formazione è inadeguato e in presenza di una velocizzazione della trasformazione delle professioni, molti giovani non hanno idee chiare sul loro futuro professionale giacché neppure professori e formatori sono in grado di prevedere professioni e competenze da qui a dieci anni.
Il Paese poi non brilla per innovazione tecnologica e finanziaria: mentre numero e qualità di spin off giovanili sono incoraggianti, il venture capital per sostenerli latita. Inoltre, c’è la questione abitativa che non riguarda solo gli studenti fuori sede e pendolari, ma quel 50% circa di giovani che vive ancora presso la famiglia d’origine. Molti dei cosiddetti “mammoni”, anche quando sono occupati, guadagnano meno di 1000 euro al mese e una casa non possono permettersela.
Un paese di giovani emigranti
In questo clima, i giovani si fanno due conti: 1.125 euro il loro salario medio in Italia, diventa circa 1.500 in Francia, 2.000 in Germania, 2.400 in Irlanda. Scelgono di trasferirsi all’estero.
L’Istat ha riscontrato nel 2023 iI nuovo picco di laureati 25-34 anni in fuga. In 10 anni è sparita una città come Ancona abitata solo di laureati giovani. Se poi considerassimo la coorte più ampia 18-34 anni il saldo migratorio dei giovani in 3 anni è di 350000: una città di giovani grande come Bologna sparita in poco più di 3 anni.
Se non ci fosse questa consistente emigrazione di laureati, probabilmente la crisi demografica non morderebbe a livello dei mismatch nel mercato del lavoro. Secondo la Fondazione NordEst ben 130 mila giovani emigrati hanno un profilo specifico ricercato dalle nostre aziende (ingegneria, medicina, informatica, fisica, economia e biotecnologie). Tra l’altro i giovani emigrati all’estero sarebbero più numerosi se si considerasse quella quota occulta di giovani migranti che mantiene domicilio italiano.
Non solo abbiamo perso una media città piena di giovani, ma dal 2011 al 2023 il nostro Paese ha perso 133 miliardi di euro di capitale umano. Ce lo comunica la Fondazione NordEst con una, direi, prudenziale stima dell’investimento privato e pubblico occorrente per laureare un nostro giovane. L’emigrazione dei nostri giovani è più grave della diminuzione del tasso di natalità giacché dimostra che non riusciamo a trattenere neppure quel capitale giovanile che abbiamo. Il risultato è che entro il 2030 mancheranno all’appello 1 milione di lavoratori a causa sia dell’andamento negativo della natalità sia dell’emigrazione giovanile. Tali rischi sono già presenti al Sud e nelle aree interne.
Il caso di una regione in declino conclamato
Nei trent’anni precedenti la grande crisi, i marchigiani hanno goduto di quell’aurea mediocritas di cui scriveva S. Anselmi: avevano raggiunto un levigato benessere che restituiva un mood sereno, grazie a un “marchingegno” industriale che funzionava, cresceva e creava occupazione. Oggi quel marchingegno non è più sufficiente per stare nel solco di altre regioni del centro nord e si è persa la serenità di un tempo. Con la grande crisi qualcosa si è rotto. Forse a causa di difficili trapassi generazionali, che, tuttavia, spiegano meno delle evidenti carenze di fondo del nostro apparato produttivo ed economico, la sua distanza da quel turbocapitalismo che si andava affermando a inizio secolo e che per l’appunto era ed è a trazione tecnologico-finanziaria. Tecnologia e finanza: due debolezze dell’economia diffusa marchigiana, sempre più esposta, con la globalizzazione ai new competitors orientali. Fu durissimo il contraccolpo del crack di Banca Marche e troppo lontana la frontiera tecnologica e digitale per le nostre piccole unità produttive. Il settore dei servizi è dominato dal peso crescente del turismo, che purtroppo alimenta lavori a tempo, sottoccupazione, bassi salari. E mancano i centri urbani gravitazionali: il tradizionale policentrismo marchigiano dei piccoli campanili non è stato superato con la formazione e la realizzazione di concentrazioni urbane con residenti superiori ai 180.000 abitanti, che meglio potrebbero fungere da motori finanziari e tecnologici regionali.
Naturalmente, ci sono fior fiori di imprese che fanno eccezione a questo declino, che è rimarcato da una complessiva debolezza dell’innovazione, innanzitutto dei servizi che fioriscono a valle della manifattura digitalizzata.
Tra il 2011 e il 2023 i giovani espatriati hanno sfiorato le 10.000 unità, nel 2024 è stato di circa +35% rispetto al 2023. Un fenomeno perciò in forte ascesa. Tuttavia, nel dibattito sulla stampa locale non sono mancati coloro che sostengono che la gravità dell’emigrazione giovanile è sopravvalutata dato che le Marche restano complessivamente attrattive: il saldo totale delle migrazioni è attivo (+ 7.743), ma nel 2023 era maggiore (+8.161 dall’estero e +992 nel saldo con altre regioni). Il caso marchigiano diventa interessante se consideriamo le classi d’età 18-39 anni: da altre regioni arrivano oltre 4500 nuovi residenti e circa 6500 immigrati dall’estero.
Questo interscambio positivo di giovani va tuttavia meglio analizzato. Innanzitutto, i marchigiani che si trasferiscono in altre regioni hanno destinazioni verso il più ricco nord, mentre i giovani immigrati vengono dal Mezzogiorno, dai Balcani e dal Sud del mondo. Quel 40% di laureati che prende la via del Nord è piuttosto una grave riprova che il centro Italia si sta staccando dal solco dello sviluppo della piattaforma continentale europea: le Marche importano dall’estero manodopera non qualificata per esportare un serbatoio significativo di laureati.
A mo’ di conclusione
Qual è il rimedio? In primo luogo serve una migliore assistenza all’imprenditorialità giovanile, servizi formativi, salario minimo, servizi di salute mentale per restituire un po’ d’attenzione alle giovani generazioni. In secondo luogo, è grave la questione abitativa tra i giovani e potrebbe essere risolta solo con un’abitazione a loro accessibile non solo via mercato, ma in quanto diritto, anche per aiuto pubblico. Come nel caso di Vienna, dove il comune può disporre di 300.000 appartamenti da destinare alla “società di sotto”, zeppa di giovani. Ci sono grandi città europee che stanno cercando di limitare fortemente l’azione di airbnb e degli affitti turistici e/o penalizzano con sovratasse gli appartamenti vuoti. In terzo luogo, per contrastare la scarsa mobilità sociale, diverse istituzioni internazionali hanno proposto agli stati un’eredità universale (superiore ai 20.000 euro) per ogni 18enne, associata a un percorso di qualificazione e di lavoro. In quarto luogo, nel caso italiano, da anni si attende un’offerta di servizi di orientamento efficaci, una formazione generativa metodologica e un maggior coinvolgimento delle scuole e delle università in percorsi integrati di formazione e lavoro.
Questo è quanto chiedono i giovani alle istituzioni. Tuttavia, chiedono che cambi qualcosa anche nella domanda di lavoro: una cultura imprenditoriale maggiormente ispirata agli imprenditori innovatori schumpeteriani, improntata alla sostenibilità e all’innovazione in campo energetico e di transizione ambientale e tecnologica. Una cultura imprenditoriale più inclusiva che vada incontro ai disagi degli working poors giovani.
Le giovani generazioni sono il primo bene comune del Paese.
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Foto di copertina di Matese Fields su Unsplash
Carlo Carboni
Sociologo, fondatore della facoltà di Scienze della Comunicazione a Teramo, Ford Foundation Phellow, Premio Capalbio (economia 2007), ha insegnato in diverse università italiane e, più di recente, a Delhi e Mumbai. Editorialista de il Sole 24 Ore dal 2007, ha scritto libri su élite, classi sociali e mercato del lavoro: l'ultimo, con R. Brancati, "Verso la piena sottoccupazione" (2024). Vive al Conero.