Il diritto alla pace. Intervista al Presidente dei Maliani delle Marche Salim Magassouba
L’Africa è un continente, non un Paese. Una verità che sembra scontata, ma che invece, calata nel nostro quotidiano, ci interroga molto più di quanto pensiamo. Quarant’anni fa, tutte le persone con un colore di pelle più scuro del nostro erano, indistintamente, marocchini. Poi abbiamo imparato a conoscere e distinguere i senegalesi, i “vu’ cumpra”, li chiamavamo. Senza nome e senza volto, un’unica massa indistinta per i nostri occhi che non riuscivano a distinguere lineamenti e storie. Oggi nel nostro Paese vivono persone originarie di quasi tutti i 54 stati che compongono il continente africano. Con alcune nazionalità abbiamo più familiarità, come coi già citati senegalesi, coi nigeriani, con i nordafricani di Tunisia, Egitto, Marocco. Con altre stiamo cominciando a confrontarci ora. Ne abbiamo parlato con Salim Magassouba, operatore della Croce Gialla, mediatore culturale e, dal 2023, presidente dell’associazione Maliani delle Marche.
Da quanto tempo esiste l’associazione e come è composta?
«L’associazione è nata nel 2023 ed io sono stato eletto come primo presidente, il mio mandato durerà 5 anni. Attualmente abbiamo 154 iscritti in tutte le Marche, uomini e donne. La maggior parte dei membri dell’associazione ha meno di 30 anni».
Quale scopo vi siete dati?
«Il primo scopo dell’associazione è fare rete con gli enti del territorio che offrono servizi ai migranti, nel nostro caso con attenzione particolare ai maliani. Ad esempio, collaboriamo attivamente con l’associazione Arcopolis di Ancona, che organizza attività rivolte a giovani e adolescenti. Inoltre, veniamo spesso interpellati dal Comune di Jesi e da Asp 9 per svolgere attività di mediazione nei confronti di soggetti fragili e anche per iniziative culturali, che favoriscano l’incontro fra persone di origini diverse. Accanto a questo, ci proponiamo di assistere i nostri connazionali per tutto quello che riguarda la burocrazia in Italia: rinnovi dei permessi di soggiorno, ricongiungimenti familiari, attivazione delle utenze quando si entra in una nuova casa. Abbiamo riscontrato che le persone che passano un periodo in un progetto di accoglienza ricevono molti servizi ed un buon orientamento. Purtroppo, però, all’uscita, rimangono senza punti di riferimento e l’impatto con le difficoltà del quotidiano, a volte, è complesso. Per questo, organizziamo anche incontri con esperti, soprattutto in materia legale: due mesi fa abbiamo invitato un avvocato di Ancona alla nostra assemblea per parlare dei permessi di soggiorno. Accanto a questo, infine, organizziamo momenti conviviali: in occasione della festa dell’indipendenza del Mali (dalla Francia), il 22 settembre, oppure più semplicemente organizzando partite di calcio fra le varie associazioni di migranti che esistono su questo territorio. Abbiamo anche una squadra che si allena e gioca tutte le domeniche alla Cittadella».
Com’è la collaborazione col territorio? Quali riscontri avete?
«Devo dire che, al momento, ci sono differenze tra territori e territori. Ad esempio, a Jesi abbiamo trovato un’apertura molto importante, siamo tenuti in considerazione alla pari di altre associazioni già radicate da tempo, partecipiamo alle riunioni. Ad Ancona facciamo ancora fatica a fare rete con le istituzioni. Il mio impegno è soprattutto in questo ambito: cercare collaborazioni, aiutare ed essere aiutati a vivere bene qui».

Quali sono le difficoltà più importanti che incontrano i maliani nel loro inserimento sul territorio delle Marche?
«Una questione che riguarda tutti è quella della casa. Purtroppo, c’è ancora molta diffidenza nei nostri confronti e trovare case in affitto è complicato anche quando le persone hanno contratti a tempo indeterminato. Ci capita a volte di interagire con la Caritas o con altre associazioni del territorio per provare a gestire insieme le situazioni più critiche».
Di recente, c’è stato un fatto di cronaca importante che ha scosso molto l’opinione pubblica in Italia. Parliamo dell’omicidio di Bakary Sako, bracciante agricolo ucciso a Taranto lo scorso 9 maggio da una banda di giovani italiani, alcuni dei quali minorenni. Qual è stata la reazione dei membri dell’associazione?
«È stato un momento molto difficile. Già due anni fa, in occasione dell’uccisione di un ragazzo maliano a Verona, eravamo partiti da qui in 18 per partecipare alla manifestazione organizzata a seguito di quei fatti. Stavolta è stato anche peggio: la persona coinvolta non aveva nessun problema, stava semplicemente andando al lavoro. Molti hanno reagito con tristezza e paura: noi scappiamo dal Mali per metterci in salvo dalla guerra, quello che cerchiamo qui è sicurezza e un lavoro, nella speranza magari di portare un giorno la famiglia. Ogni anno trascorriamo la maggior parte del nostro tempo qui e magari passiamo un mese di vacanza in Mali. È difficile accettare che neanche qui siamo al sicuro, perché è chiaro che Bakary, quella mattina, è stato ucciso semplicemente perché era il primo nero che passava di lì. Ora, le principali comunità africane in Italia, senegalesi, ivoriani, maliani, stanno pensando di organizzare insieme una grande manifestazione a Roma, probabilmente a settembre, per protestare contro le violenze che subiamo semplicemente in quanto africani. Chiediamo il diritto di vivere qui in pace, lontani dalla paura».
Elena Starna
Elena Starna è nata a Senigallia nel 1984, ha studiato, lavorato e procreato a Ravenna. Lì ha iniziato una sfolgorante carriera da operatrice sociale, dalla strada (in senso stretto, con le prostitute) allo Sprar (purtroppo non si chiama più così). Da sette anni è tornata in patria e da sei coordina una porzione del Progetto SAI "Ancona Provincia d'Asilo" sul territorio di Falconara e di Osimo. Ama il calcio e le connessioni improbabili fra mondi diversi, che annullano le distanze tra "noi" e "loro".