20/12/2024

Il razzismo inconsapevole ammantato di buone intenzioni


Sono cresciuta in una famiglia molto katto, in cui il giudizio definitivo, dal punto di vista morale, era appannaggio di mia nonna. Le devo moltissimo, soprattutto l’avermi infuso la testardaggine che mi contraddistingue, ma negli anni mi sono anche fortemente distaccata dal suo pensiero dicotomico, che spartiva le infinite possibilità dell’agire umano in due sole possibili categorie: giusto o sbagliato.

Quando partii per l’Università, a Ravenna, ritenne di benedirmi con un salomonico: “Torna con chi vuoi, ma non portarmi a casa un negro” (rigorosamente con la G). Era quindi più che evidente quale scelta sarebbe stata giusta e quale no. Non me la presi troppo per quel viatico che non condividevo minimamente. Non potevo pretendere chissà quale ampiezza di vedute da una signora nata nel 1930 in una famiglia papalina/democristiana, nella provincia marchigiana e in una città che “la giri al massimo in venti minuti” (la citazione è old school e non la svelerò). Sopravvissuta a suon di preghiere ad un terremoto quando aveva pochi giorni e a una guerra mondiale da adolescente, nella vita aveva incontrato come forestieri solo soldati polacchi e, di recente, qualche nigeriano o senegalese venditore di fazzoletti e calzini a domicilio. Qualche anno dopo, effettivamente, le portai l’africano in casa, e lei, ormai un po’ ammorbidita dagli anni e dai primi segni dell’Alzheimer, fatte le dovute presentazioni e dopo un colloquio di una ventina di minuti, lo congedò commentando: “non è poi così tanto nero…”. Non tanto da essere un negro, insomma. Un complimento, nelle sue intenzioni.

L’aneddotica familiare è spesso utile per sdrammatizzare situazioni che altrimenti potrebbero rivelarsi imbarazzanti, sgradevoli, frustranti. Ma lo è anche per svelare alcuni meccanismi che, molto spesso inconsapevolmente, riproducono il razzismo nel nostro quotidiano. Ho ripensato a tutto questo di recente, quando ho letto un articolo su una rivista locale online. Raccontava di un ragazzo africano che, entrato in un negozio, aveva acquistato 25 giocattoli per poi lasciarli lì, a disposizione di chi ne avesse avuto bisogno. Indubbiamente, una storia di generosità umana che fa piacere leggere. Se non fosse stato che tutto il pezzo era intriso di un inconsapevole e fastidioso razzismo, del genere che io chiamo “delle buone intenzioni”.
Ogni due frasi si sottolineava come l’uomo, nonostante africano, fosse gentile, pulito, addirittura “distinto”. Acquistati gli articoli, li aveva pagati con carta di credito e, incredibile signori miei, al culmine della tensione narrativa, il pagamento era risultato regolare. Tanta la sorpresa dei negozianti di aver incontrato un negro perbene, che alla fine si erano commossi pensando che “Babbo Natale esiste davvero”.

Sia chiaro, non ho intenzione di giudicare né l’articolista né i protagonisti della storia. Ma il linguaggio, quello sì. Perché il linguaggio costruisce il mondo che ci circonda e si può scegliere come narrare una storia, seppure dal contenuto insolito e dal finale edificante. Si può decidere se sottolineare l’indubbia generosità di un uomo che, in realtà, ha compiuto ben due azioni lodevoli, cioè acquistare giocattoli in un piccolo negozio, supportando in questo modo gli esercenti invece che ordinandoli online, e mettere gli articoli a disposizione di chi non se li può permettere. Per un dolce racconto natalizio, può anche bastare così.
Oppure si può scegliere se il lato interessante di questa faccenda sia che il protagonista sia un africano atipico, sottolineandone l’abbigliamento, l’educazione, l’onestà. Evidenziando quindi, che in fondo non era poi così tanto nero e cadendo nell’equivoco che sia giusto e necessario dimostrare che anche tra di loro ci sono quelli buoni. Si pensa così, erroneamente, di aver reso un buon servizio alla causa di chi prova, giorno per giorno, ad abbattere veramente stereotipi e pregiudizi.

Mi viene da scrivere, a questo proposito, un’ultima osservazione sullo stereotipo che ci si ritorce contro e scombina, di nuovo, le nostre categorie di pensiero. Una persona a me molto cara una volta aiutò un signore togolese a ricongiungersi con la sua famiglia. Il signore si era stabilito in Francia, ma aveva documenti italiani e, grazie alle agevolazioni previste per i titolari di asilo politico, era riuscito a far arrivare la famiglia in Italia. Aveva quindi il problema di attraversare di nuovo la frontiera con moglie e tre figlie senza farsi controllare i documenti, per poter finalmente ricominciare una vita insieme oltralpe, dove, seppur irregolarmente, era riuscito a trovare casa e lavoro. Quel signore decise quindi di viaggiare in treno con la sua famiglia e spese un piccolo patrimonio per comprare a tutti vestiti, scarpe e valigie di marca. Non per vanteria, ma perché sapeva che un negro ben vestito deve essere per forza nato in Europa, dev’essere già uno di noi, quindi non sarà necessario verificare i suoi documenti alla frontiera. E infatti, nessuno verificò nulla. Ormai da anni, sono tutti cittadini francesi per davvero.



Elena Starna
Elena Starna

Elena Starna è nata a Senigallia nel 1984, ha studiato, lavorato e procreato a Ravenna. Lì ha iniziato una sfolgorante carriera da operatrice sociale, dalla strada (in senso stretto, con le prostitute) allo Sprar (purtroppo non si chiama più così). Da sette anni è tornata in patria e da sei coordina una porzione del Progetto SAI "Ancona Provincia d'Asilo" sul territorio di Falconara e di Osimo. Ama il calcio e le connessioni improbabili fra mondi diversi, che annullano le distanze tra "noi" e "loro".


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