Il senso di ospitalità degli anconetani? Parliamone!
Una decina di giorni fa passeggiando con Ulisse lungo la spiaggia di Portonovo tra il Clandestino e Bonetti mi sono imbattuto nella scritta della foto fatta su un muro del casotto mezzo diroccato (metterlo a posto no?), vecchio annesso alla struttura retrostante dei Mutilatini, altro esempio di incuria locale. La scritta è perentoria sia per le dimensioni che per il maiuscolo: TURISTA VOLA BASSO, firmato Anconetani.
Ho mandato subito la foto a Matteo proponendogli un pezzo sul tema della ospitalità degli anconetani che sfruttasse il supporto iconografico della foto. Ed ecco qua che a scriverne sono proprio io, subito individuato come futuro capro espiatorio delle polemiche che inevitabilmente il pezzo farà nascere se sarà degno di essere letto. Tra l’idea e l’esecuzione ecco che miracolosamente qualcuno ha provveduto intelligentemente a cancellare la minacciosa scritta, con un effetto “sepolcro imbiancato” che è quasi un invito adesso a scriverci su qualcos’altro. Vabbè, meglio di niente, ma intanto la considerazione di fondo resta: questa città, che sempre di più pare voler investire sul turismo, è una città ospitale?
Prima di andare avanti qualche considerazione introduttiva. L’ospitalità secondo la Treccani ha a che vedere con la “cordiale generosità nell’accogliere e trattare gli ospiti”. Questi possono essere molto diversi tra loro partendo dai turisti cui si riferiva la scritta, per arrivare a chi viene qua da Paesi lontani in cerca di opportunità che le loro terre non offrono. In mezzo ci sono tanti “ospiti” diversi che comprendono anche gli stessi anconetani nel rapporto con gli altri anconetani, oltre a quelli che ho già nominato come chi si trasferisce qui per studio o lavoro e chi qua passa la sua settimana lavorativa. Sto ancora prendendo tempo per non sbilanciarmi e quindi aggiungo, per chiudere con la lunga premessa, che certi fenomeni di scarsa ospitalità, come i circoli chiusi (in fondo quale circolo non lo è?), sono comunque molto diffusi ovunque e risentono fortemente di alcune variabili individuali a partire dal carattere dell’ospite e dal tipo di ospitante che ti capita di incontrare.
Detto tutto questo, una cosa è sicura: il senso di ospitalità cambia da una comunità all’altra e quindi da un Paese all’altro, da una Regione all’altra e da una città all’altra. Un mio caro amico ortopedico lavora in giro per l‘Italia e arrivato a Palermo mi ha raccontato che dopo due giorni è stato invitato in una cena di reparto, mentre dalla Val Camonica dove lavora adesso ha scritto ieri che c’è un tratto comune di integralismo valligiano che considera “foresti” tutti quelli che vengono da fuori. E allora Ancona assomiglia più a Palermo o alla Val Camonica? A giudicare dalla scritta sul muro di Portonovo direi più alla Val Camonica, ma non fermiamoci a quella scritta.

E adesso dico la mia. Un problema di senso dell’ospitalità degli anconetani c’è, scritta a parte. Ne sono testimonianza moltissimi esempi. Il primo, banale ma significativo, è la celebre poesia di Ceriago (Eugenio Gioacchini) che vuole il carattere degli anconetani simile alle crocette (rozo de fòra, duro, un po’ vilà, ma drento bono, un zuchero, ‘n’amore …ché nun conta la scorza, conta el còre). Pagato pegno a questa inevitabile citazione, trasferiamoci alle grotte del Passetto, in cui il genius loci (lo spirito del luogo) anconetano trova la sua massima espressione. Ci aspettano quattro scene.
-> Prima scena. Un grottarolo del Passetto come tutti i giorni si appresta a disporre lettini, ombrelloni e materassini davanti alla sua grotta nella zona pubblica. Trova un asciugamano e uno zainetto di un turista mattiniero che in quel momento sta facendo il bagno. Li fa trovare circondati dalle “sue” cose così che il turista disorientato quando torna le raccatta e si allontana.
-> Seconda scena. Vengono degli amici da Roma a trovare mio figlio e la compagna che li vogliono portare là dove si esprime il famoso spirito della città, alle grotte del Passetto appunto. Lì un amico di mio figlio con la grotta fa vivere ai due romani l’esperienza magica di una cena con pulizia dei moscioli, cottura degli spaghetti e consumazione degli stessi con stile “me te magno” alla Alberto Sordi. La stessa scena mio figlio e la compagna l’avevano fatta vivere a degli amici americani in un’altra grotta alla Grotta Azzurra. Qui anche alici scottadito e successo garantito. Scena che a me l’ha fatta vivere più Andrea (grazie!!).

-> Terza scena. Vado con due amici ad una grotta di fronte alla seggiola del Papa occupata da un nugolo di persone che l’affitta ogni anno dando vita ad una sorta di famiglia allargata dove una bambina appena presa in affido trova un riferimento immediato accogliente e caloroso.
-> Quarta scena. Scendo le scale del Passetto e mi imbatto negli Albisti anonimi, un gruppo di ragazze e ragazzi che accoglie assieme il sorgere del sole. Un gruppo aperto che si è costruito attorno a questo evento che ad Ancona trova uno scenario ideale: l’alba. Di questo gruppo io sono praticamente il nonno.

In queste quattro scene c’è molto degli anconetani: la spigolosità gelosa dei loro spazi, la tendenza a fare gruppo, l’accettazione di chi viene da fuori soprattutto per cooptazione. Quale di queste espressioni della socialità degli Anconetani è più tipica? Ovviamente non c’è risposta, o almeno non ce l’ho io. Puoi fare esperienze di ogni tipo, comunque lontane dagli estremi della chiusura montanara o dall’ospitalità del Meridione. Esperienze che giustificano sia l’antipatia che in Regione circonda Ancona, che l’emozione che tanti provano lasciando Ancona per poi tornarci.
Per quello che mi riguarda due consigli:
1. Agli anconetani: fatevi conoscere!
2. Ai non anconetani: se sul piano estetico Ancona non è bella, ma è un tipo, sul piano sociale gli Anconetani se li conosci sono meglio di quello che sembrano.
Del resto quando sono loro a essere ospitati fanno di tutto per non essere di peso: “adè non te sta a smattì, fà na roba semplice che noialtri ce contentamo” (Grazie Stinga)
P.S. Prima di scrivere questo pezzo, anzi “pezzetto”, ho sentito un po’ di persone sul tema del senso di ospitalità degli anconetani. Quello che mi hanno detto l’ho utilizzato qui e là nel testo, come la storia del grottarolo “poco ospitale”. In alcuni casi il contributo è stato così significativo che non sono riuscito dargli lo spazio che avrebbe meritato. Proporrò a chi me lo ha mandato (lo stesso che mi ha fatto sperimentare più di una cena in grotta) di partecipare al dibattito che spero seguirà.
Claudio Maffei
Medico in pensione con una lunga esperienza di Direzione Sanitaria dopo un decennio di lavoro all’Università.
Si occupa tuttora di politica sanitaria su cui pubblica contributi in varie testate nazionali e regionali.
Ama la sua città e vorrebbe contribuire a migliorarla.