02/05/2025

Il Sogno di un Festival che (non) può esistere


“Immaginate un mondo dove i musicisti locali possono suonare le loro canzoni senza dover elemosinare un garage o trasformare un bar in un locale punk per una sera. Fantascienza?No! Cari amici ed amiche della musica, per il terzo anno siamo qui riuniti in questa splendida cornice di Ancona per celebrare la musica con i nostri artisti del territorio, pronti per far vibrare l’aria con i loro suoni. Si parte, 1-2-3-4…”

Drin Drin …. Rzz Rzz… SBAM!

Silenzio.

Conosco questo ritmo, si proprio quel sound, inconfondibile, della sveglia sullo smartphone che puntuale ogni mattina suona. È ora di alzarsi caro mio, il gallo ha cantato. Anche se sarei rimasto ben volentieri dentro quel sogno, almeno per godermi la prima canzone. Tralasciando questo amaro risveglio alle spalle, velocemente mi sistemo, mi vesto e sono pronto in un tempo fantozziano per uscire di casa e andare al lavoro, ma non senza la quotidiana colazione al bar.
“Il solito?”
“Il solito grazie.”
Appoggiandomi al bancone nell’attesa del caffè, apro il giornale, un quotidiano locale, e tra i vari titoli mi soffermo su uno che, ahimè, ha brutalmente attirato la mia debole mattutina attenzione:

Sbigottito, sorseggio il caffè, magari mi sveglio veramente, magari sono ancora in quel sogno che si sta trasformando in incubo. Invece no, è tristemente tutto vero. L’ultima sala prove pubblica è stata dismessa. Il giornale locale lo conferma tra le pagine dei necrologi culturali. Per noi musicisti, è un colpo basso. Quel luogo non era solo quattro mura attrezzate con strumenti professionali: era il laboratorio dove centinaia di artisti hanno trovato voce.
Quello spazio era il luogo dove le band potevano provare, incontrarsi, sperimentare, creare. Quello spazio aveva cambiato il mio percorso musicale, della mia band, lì dove tutto è iniziato e senza il quale non sarebbe stato possibile fare un lungo e duraturo percorso e che ancora è vivo. Così per me, così per tantissimi altri, centinaia di appassionati o professionisti che avevano trovato una casa dove ritrovarsi e un officina per la propria musica. Il comune di Ancona lo ha fatto chiudere come soluzione di continuità dopo più di 12 anni di gestione da parte dell’associazione “Officina Ancona musica”.

In silenzio, senza troppe spiegazioni, senza proposte o concreti progetti da parte dell’amministrazione per dare continuità alla musica, né temporanee e né future, mettendo a dura prova quella serenità e certezza di più di 200 appassionati e frequentatori a cui ad oggi la città non offre più uno spazio “pubblico” dove almeno provare. Ok il bando scaduto, ma le gare si possono rifare, e anche per tempo, evitando di creare dei “senza-tetto”.

Eppure, la scena musicale anconetana, nonostante i tempi duri (anzi durissimi) per artisti e performer dal vivo, non è mai stata così viva nonostante quest’era di musica digitale.
Si perché una comunità creativa è da sempre presente nell’underground anconetano e marchigiano. Esiste, ma è un arcipelago di isole senza ponti. Manca ciò che trasforma i talenti in movimento: spazi condivisi di aggregazione, di confronto e di esibizione. Senza spazi non si crea incontro, non si genera cultura collettiva, socialità ed evoluzione. La musica, ad ogni modo, non muore. Si nasconde: nei garage strapieni, negli sgabuzzini dei negozi e nei sogni di chi non smette di crederci.

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.
Fu questo aforisma di Einstein a dare inizio a quel mio sogno, ma facciamo prima qualche passo indietro nel tempo. Iniziò nel post-pandemia, quel periodo straniante, mentre il mondo cercava di riprendersi, spinto da “rivoluzionaria follia” di poter dare un contributo a questa piccola parte del mondo della musica, al quale sono grato per avermi fatto conoscere e incontrare tantissime persone in diverse e variegate realtà che in qualche modo hanno cambiato la mia vita. Sentii quindi l’urgenza di fare qualcosa per la scena musicale di Ancona. Non un gesto eroico, ma un piccolo atto necessario per soddisfare un bisogno collettivo: creare uno spazio dove gli artisti potessero incontrarsi, esibirsi, esistere insieme con la città. “Tutto molto bello”, mi disse quella vocina interiore che tutti abbiamo, che a volte ti illude ma che sovente ti riporta con i piedi per terra: “Hai pensato al come? Cosa? Al dove? Al quando?”. Domande legittime, a cui risposi con una sola parola: Emergenze. Era quella, in tutti i sensi, la risposta. Emergenze: un manifesto in due note. La prima per i protagonisti, ovvero gli artisti principalmente emergenti (o quasi). La seconda per il loro status, quello di un’emergenza musicale, oltre che artistica, in cui si trovano oggigiorno; l’emergenza di trovare un punto d’incontro di una comunità che nella città è presente ma isolata e scollegata.

Il festival “Emergenze”, incentrato sulla musica, nasce dalla necessità di dare voce e spazio ad artisti locali e alla loro arte nella propria città. In questi ultimi anni come è arcinoto le iniziative private (locali compresi) sono sfumate, e le uniche rimaste allo stato attuale non investono più nella vera arte inedita, ad eccezioni di rare realtà. Per questo l’ente che può sostenere l’arte locale giovanile ed emergente è l’ente pubblico, da qui nasceva la nostra richiesta di supporto di sostenimento di un patrimonio culturale cittadino. Il progetto era chiaro: due giorni di musica originale, un palco condiviso, prodotti locali. Niente cover, niente compromessi. Solo la voce cruda di una scena che non chiedeva elemosina, ma riconoscimento. Presentai il tutto, dopo un lungo lavoro di minuziosa progettazione, all’assessore di competenza (eravamo ancora all’Amministrazione Mancinelli): budget, raccolta degli artisti locali, service, fornitori, chiedendo un sostegno, appunto, e un contributo per location comunale, palco, sicurezza etc. etc. Il tutto con una visione a lungo termine, sia nel poter ripetere l’evento con cadenza annuale rinnovandolo e migliorandolo di anno in anno, magari inserendo anche altri campi artistici, sia soprattutto per attirare e creare un punto d’incontro forte fra artisti locali, che con l’appoggio delle politiche giovanili avrebbero potuto creare un proprio HUB, dove coltivare un tessuto sociale fatto di giovani, cultura e produzione artistica costruttiva a 360°.
La risposta istituzionale? Un educato “Grazie, le faremo sapere”, il limbo in cui muoiono le idee migliori.

Nonostante l’ovvia demoralizzazione, dentro di me vivevano due forti speranze: la prima era che il mio fosse il centesimo progetto sul tema e magari ne avevano già scelto un altro da portare avanti; l’altra era che avrebbero preso in prestito l’idea senza nemmeno riservarmi la classica “pacca sulla spalla”.
In entrambi i casi sarebbe stata comunque una vittoria. Avrei accettato di buon grado la “sconfitta”, pur di veder realizzato quel sogno.
Invece? Nulla!

Ovviamente da un lato non ho mollato, sollecitando chi di dovere, ma senza più ricevere risposta alcuna. Niente di nuovo quindi, ci si è tirati su le maniche e si è cercato di farlo in maniera totalmente indipendente.
Così dopo più di un anno, nel 2023, ci fu il primo tentativo a più mani: nella polvere delle sale prove chiuse, nell’entusiasmo di Cosimo e Daniele di Officina Musica Ancona che hanno creduto nel progetto, nel sudore della serata “Don’t Run for Cover”, per qualche ora abbiamo fatto tacere lo scetticismo a colpi di musica originale made in Ancona.

La serata “Don’t Run for Cover – solo musica originale made in Ancona” ha funzionato e anche bene. Purtroppo però senza un appoggio forte sopratutto in termini di infrastrutture e sostegno di parte di costi ad oggi lievitati, le forze in questi termini per replicare sono venute meno avendole tutte usate per quel primo e al momento unico tentativo. L’inizio di un sogno che si scontra con la realtà dei conti, delle autorizzazioni, degli spazi che non ci sono più. Ma anche la prova che, quando la passione incontra la competenza (come è accaduto con Officina Musica), l’impossibile diventa possibile. Per una sera. Oggi quell’energia è ancora qui, in attesa. Perché Emergenze non è morto: è solo in pausa, come una canzone interrotta a metà. Aspetta che qualcuno -il Comune, un privato illuminato, una collettività che alzi la voce- prema il tasto “play”.

Non è una richiesta o un costo, ma un investimento sul futuro. È la storia di una città che, mentre chiude le porte alle sale prove, pretende di applaudire gli artisti solo quando sono già sotto i riflettori. Una cartina al tornasole per misurare quanto Ancona creda ancora nella sua linfa creativa e nel suo patrimonio artistico emergente. E mentre aspettiamo una risposta che forse non arriverà mai, noi tutti continuiamo a suonare. Male, bene, in sordina o a squarciagola. La musica non muore. Nasce, cresce e si diffonde senza chiedere il consenso.  Che debba farlo nonostante la sua città, questo è il vero peccato.



Alessandro Franzoni
Alessandro Franzoni

Economista Olivettiano e Trade Marketer, ma soprattutto sportivo, apicoltore e musicista.
Crede nel connubio tra numeri e passione, tra alveari, natura e chitarre.


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