Cultura e ambiente, insieme, come carta vincente per la candidatura di Ancona a Capitale della Cultura 2028. Un obiettivo ambizioso e condivisibile: oggi nessuna città può parlare di cultura senza includere la sostenibilità ambientale come elemento fondante. Mentre il dossier prende forma, nella vita reale della città continuano a manifestarsi scelte che sembrano andare in direzione opposta, e questo scarto rischia di minare la credibilità stessa della candidatura. Qual è la strategia che tiene insieme questi elementi, se davvero esiste?
Diverse città italiane dimostrano che, quando esiste una strategia, è possibile tradurre le visioni ambientali in pratiche concrete. A Bari, l’ex Caserma Rossani è stata trasformata in un grande parco urbano con aree gioco, spazi fitness e ambienti pubblici attrezzati. A Parma, il progetto KilometroVerdeParma ha realizzato boschi urbani permanenti piantando migliaia di alberi e arbusti diffusi in quartieri e aree periferiche. A Padova, il “Bosco della Pace” si estende su via Armistizio con poco meno di 4.000 piante messe a dimora, migliorando la qualità dell’aria e contribuendo al rafforzamento verde della città. Queste città stanno investendo in strategie e politiche ambientali che migliorano la vivibilità e la salute dei cittadini. Ad Ancona, invece, cosa stiamo facendo per pensare di candidare la nostra città a Capitale della Cultura, con l’ambiente come pilastro fondamentale?
L’eventuale Parco Nazionale del Conero –della cui opportunità e dei possibili cambiamenti rispetto a quello Regionale abbiamo parlato approfonditamente– viene presentato come “asso nella manica” ambientale nella candidatura e ha un forte potenziale. Se e solo se avrà un ampliamento delle aree e livelli di protezione adeguati sia a terra che a mare, potrà essere davvero una risorsa per il Conero ed Ancona. Ma l’upgrade del Parco, per essere credibile, deve essere accompagnato da politiche urbane realmente sostenibili e coerenti. Se il valore del Parco Nazionale non si riverbera nelle scelte quotidiane di verde, mobilità, tutela delle risorse e partecipazione cittadina, rischia di diventare un volano attira-turisti, i quali però non troverebbero un tessuto pronto ad accoglierli. Il rischio è di fare il passo più lungo della gamba.
Le politiche in atto sulla mobilità ci indicano uno sforzo di investimento e di mentalità volto verso l’utilizzo dell’auto privata, come se non ce ne fossero già abbastanza. Pensare di risolvere il problema dei parcheggi facendo più parcheggi, quindi cementificando, riducendo aree verdi urbane e aumentando l’inquinamento dell’aria che respiriamo noi cittadini ogni giorno, è una politica vecchia di 50 anni. Oggi, le città e le amministrazioni adatte al contesto moderno, risolvono il problema dei parcheggi incentivando l’utilizzo di mezzi alternativi, progettando ciclabili e percorsi pedonali sicuri, ripensando l’architettura urbana con il verde che la fa da padrone. Perché verde urbano significa aria più pulita e abbassamento del rischio di sviluppare certe malattie, protezione dalle alte temperature, rischio minore di allagamenti ed erosione, e così via. Nel complesso, significa maggiore benessere sociale e meno sprechi economici di soldi dei contribuenti. La realtà dei fatti, al momento, è che il PUMS arranca e di lui non si hanno notizie da tempo, il rapporto della giunta con il consulente esperto di inquinamento dell’aria da loro incaricato è stato chiuso, diverse centinaia di alberi urbani sono stati abbattuti, esiste un nuovo progetto che prevede l’abbattimento di decine e decine di alberi del bosco di Portonovo per far posto ad un marciapiede che va dalla piazzetta alla capannina. Quale sia l’obiettivo non è chiaro, forse si pensa di proteggere i pedoni dalle troppe auto che aggrediscono quel luogo protetto, invece di prendere decisioni che decrescano l’arrivo di tutti quei mezzi privati alla baia.
Penso anche al caso recente del riconoscimento “Plastic Free”, che il Comune di Ancona ha ottenuto per due anni consecutivi aderendo alla rete nazionale con due contributi economici. Il tema ha già acceso un dibattito sulle pagine di questa rivista –qui e qui– ed è quindi inutile ripeterci. Ciò che conta è che ogni titolo, per essere credibile, dev’essere accompagnato da trasparenza e risultati concreti. Non basta aderire a una rete: serve trasparenza, servono dati pubblici, misurabili e verificabili. Solo così la cittadinanza può capire se dietro al bollino ci sia davvero un impegno strutturale o soltanto un’etichetta da esibire. Con il tempo questi premi, se dietro non c’è nulla di concreto, perdono credibilità agli occhi di tutti, come è successo, ad esempio, per le Bandiere Blu.
Le contraddizioni non mancano anche sul fronte della tutela delle risorse naturali, intorno alle quali ruotano diverse attività economiche. Il no all’Area Marina Protetta di assessori e consiglieri comunali di maggioranza che basano le loro motivazioni su informazioni false e infondate, invece che sul consiglio degli esperti. Sul porto, le grandi navi e le emissioni continuano a essere una questione irrisolta, un’eredità delle precedenti amministrazioni, che richiede oggi un cambio di rotta nella mentalità e investimenti urgenti in un ripensamento generale di tutta l’area portuale, in elettrificazione delle banchine e riduzione dell’inquinamento. Una questione tutt’altro che semplice, me ne rendo conto, ma la salute dei cittadini dovrebbe avere la priorità. E anche su questo, la scienza ha dato più volte il suo parere per essere evidentemente ignorato.
Tutto questo è connesso: il verde urbano, la mobilità, il porto, il mare, l’inquinamento. Non sono compartimenti stagni: insieme creano il tessuto su cui si muovono oggi, e si muoveranno domani, residenti e ospiti. La vivibilità di Ancona e la salute dei suoi cittadini dipende dalla coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Per questo la candidatura a Capitale della Cultura 2028 può anche diventare una grande occasione, ma risulta credibile solo se le scelte politiche quotidiane vanno nella stessa direzione.
Non si tratta di rinunciare alla visione, ma di renderla concreta. L’ambiente non deve essere un titolo da esibire, dev’essere la base su cui poggia la città. Perché il vero asso nella manica non è scrivere “ambiente” o “sostenibilità” in un dossier, ma costruire un’Ancona che, metaforicamente e non, respiri davvero aria pulita. Altrimenti rischiamo di trovarci come nella favola di Andersen “I vestiti nuovi dell’Imperatore”: convinti di sfilare con addosso gli abiti più belli, mentre tutti possono vedere che siamo nudi. La realtà, prima o poi, ha sempre la meglio sulle narrazioni.
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Illustrazione di copertina di David Pintor, tratta dal libro “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Sara Marconi – Lapis, 2019
Agnese Riccardi
Agnese è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche, specializzata in scienze sociali marine. Si occupa di progetti di conservazione e ripristino degli ambienti marini con una forte componente di coinvolgimento degli stakeholder.